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La paglia per interventi sull’esistente: riqualificare con balle di paglia

di Riccardo Zerbinati. Fonte: Architettura Sostenibile

Le balle di paglia rappresentano un metodo costruttivo utile e pratico, ma ancora sottosviluppato. Costruiti negli Stati Uniti a cavallo tra il 1800 e il 1900, i primi edifici in paglia fanno emergere parecchi aspetti di pregio che restituiscono un particolare riscontro sul mercato immobiliare del tempo che si protrae ancora nei giorni nostri.

Le prime costruzioni in paglia

Le prime costruzioni infatti, Fawn Lake Ranch (1900-1914), la Burke House (1903), la Simonton House (1908) e la Pilgrim Holiness Church (1298), localizzate in Nebraska, risultano abitate e resistono ancora oggi, dopo 100 anni, alle oscillazioni termiche e ai forti venti della Regione dell’America Centrale.
La paglia, se utilizzata, offre una valida alternativa per la costruzione degli edifici; è abbondante, poco costosa e performante (termicamente e acusticamente); i muri di paglia permettono di costruire un’abitazione sana, strutturalmente equilibrata e abbassano la pressione dei disboscamenti laddove le risorse forestali sono limitate.

 Pilgrim Holiness Church.

Pilgrim Holiness Church.

 Simonton House.

Simonton House.

Gli americani hanno da sempre preferito abitazioni confortevoli, funzionali, invitanti e durevoli. I loro metodi costruttivi tradizionali si focalizzano sulle materie prime abbondanti e sulle risorse rinnovabil.
Gli edifici in balle di paglia, in un mondo dove il prezzo medio di un’abitazione risulta molto elevato sia per il costo del materiale che, soprattutto, per la manodopera, vantano un isolamento molto performante, semplicità di costruzione e bassi costi, il tutto trasformando un sottoprodotto agricolo in un materiale da costruzione prezioso. Una volta costruita a regola d’arte, e con la giusta manutenzione, la costruzione rimane incolume da organismi nocivi, impermeabile e resistente al fuoco.

I pionieri del 1930/50, pur comparando testimonianze molto positive, riscontrarono diversi problemi dovuti all’azione del clima, ai roditori e agli insetti, portati principalmente dalla scarsa manutenzione. Il sistema costruttivo Nebraska iniziò ad essere affinato, e le conoscenze furono trasmesse ad un pubblico di ambientalisti che rimase sbalordito dalle possibilità di un metodo costruttivo tanto elementare quanto attivo e dinamico.

Oggi, malgrado il numero delle costruzioni in paglia incrementi globalmente di circa mille nuovi edifici/anno e considerate le rassicuranti realizzazioni, c’è un grande bisogno di ricerche e prove dettagliate per progetti soggetti a diverse condizioni climatiche, dalle Regioni centrali a quelle poste sulle coste oceaniche.

La paglia per intervenire sull’esistente

Parallelamente al ramo delle nuove costruzioni però, sta progredendo anche la ricerca tecnologica per l’impiego della paglia sull’esistente.

In Italia, da qualche anno alcuni progettisti si cimentano nella ristrutturazione e nella riqualificazione di vecchi edifici con efficientamenti energetici a base di ballette di paglia. Le caratteristiche di questo materiale, lo rendono ideale per costruzioni ex-novo ma anche per ristrutturazioni, impiegandolo in cappotti termici riempimenti all’intradosso o all’estradosso di strutture orizzontali piane e/o inclinate.

Sono oramai diversi i casi in cui i progettisti pensano a soluzioni che mirano all’impiego di materiali bio e naturali, per migliorare la classe energetica degli edifici o creare strutture addossate per ampliare fabbricati nel rispetto delle geometrie e delle parti esistenti. Utilizzare questo materiale, prodotto dalla fotosintesi e dal sole, ci permette di rinunciare ad altri materiali più inquinanti, e, qualora si verificasse il caso di dover smantellare un edificio, questo potrebbe venire semplicemente compostato.

Esempi di riqualificazione con balle di paglia

 Ristrutturazione di un edificio rurale con destinazione residenziale Cinzano, Arch. Fassi, 2009.

Ristrutturazione di un edificio rurale con destinazione residenziale Cinzano, Arch. Fassi, 2009.

L’intervento di ristrutturazione dell’Arch. Alessandro Fassi, a Cinzano (TO) – anno 2009 -, è il primo esempio in Italia di recupero edilizio di un edificio rurale con utilizzo di balle di paglia per la realizzazione di un cappotto esterno, per l’isolamento della copertura e del solaio contro terra. Tale tecnica non solo abbassa notevolmente i costi di fornitura del materiale e di realizzazione dell’intervento, ma ha in più la pregevole caratteristica di garantire ottime prestazioni coibenti e termoigrometriche, nonché la prerogativa di rimanere in sintonia con l’ambiente. Il progettista ha voluto utilizzare materiali naturali e riciclabili, predisponendo all’interno un solaio interpiano di legno, e componendo il massetto del solaio contro terra con una mistura di paglia e cemento.

 Ristrutturazione di un edificio rurale con destinazione residenziale Cinzano, Arch. Fassi, 2009. Ristrutturazione di un edificio rurale con destinazione residenziale Cinzano, Arch. Fassi, 2009.

 Ristrutturazione di un edificio rurale con destinazione residenziale Cinzano, Arch. Fassi, 2009.

Ristrutturazione di un edificio rurale con destinazione residenziale Cinzano, Arch. Fassi, 2009.

All’esterno, alla base della facciata, le balle di paglia sono impilate da un tondino di acciaio che ne stabilizza i corsi successivi e il piano di posa, perfettamente parallelo e accostato alla muratura. Per evitare il contatto diretto con il terreno, inoltre, il primo corso di ballette di paglia viene appoggiato al di sopra di una basetta in legno. Si può percepire il peso non indifferente delle balle di paglia dall’insieme di legature che le assicurano alla muratura esistente.

L’indice energetico dell’edificio, oggi è inferiore ai 30 kWh/mq annuo.

 Haus Simma, Atelier Heimatstunden, Hittisau (Austria). Foto da baubiologie.at Haus Simma, Atelier Heimatstunden, Hittisau (Austria). Foto da baubiologie.at

Spostandoci in Austria a Hittisau, troviamo il progetto dell’haus Simma – a cura di Georg Bechtel, 2011 – un’abitazione privata di 140 mq, dove il progettista cerca di migliorare le prestazioni energetiche dell’edificio, intervenendo su un edificio degli anni 60 senza alterarne la struttura originale. La risposta ottimale alle sue domande è stata ricoprire l’abitazione da un cappotto in balle di paglia. La paglia è stata posizionata su di una struttura ad hoc, un “armadio” riempito da ballette di paglia standard.

Durante la ristrutturazione anche l’orientamento del tetto è stato variato, per conformarlo a quello delle abitazioni circostanti, e renderlo maggiormente utilizzabile per l’installazione di componenti bioclimatiche attive. L’abitazione originariamente vantava un muro perimetrale di oltre 35 cm. Con l’apposizione di questo cappotto, la componente opaca di questo edificio si avvicina ai 90 cm di spessore. Per ovviare al problema di una scarsa penetrazione solare, i telai delle finestre sono stati modificati e rastremati verso l’esterno. Per coprire la paglia e proteggerla dagli agenti atmosferici e dagli attacchi degli animali, sono state utilizzate delle scandole di legno che vanno ad uniformare il materiale del nuovo telaio delle aperture con quello della facciata.

 Haus Simma, Atelier Heimatstunden, Hittisau (Austria). Foto da baubiologie.at

Haus Simma, Atelier Heimatstunden, Hittisau (Austria). Foto da baubiologie.at

 Foto da energiaeskornyezet.hu Foto da energiaeskornyezet.hu

Werner Schmidt, architetto e sperimentatore delle costruzioni in paglia con all’attivo molte opere con balle di paglia autoportanti, interviene nel 2013 sul costruito in questo casale in Bassa Engadina – canton Grigioni, Svizzera – in un corpo di fabbrica di 700 mq, per convertire il vecchio fabbricato in uno più nuovo, ecologico e dotato di un buon isolamento. Durante la ristrutturazione, si vengono a creare due unità separate: i due piani del cascinale e il sottotetto. Innanzitutto le finestre sono state rimosse e sostituite con nuovi telai a taglio termico, adattate alla nuova profondità della facciata con delle maschere inclinate verso l’esterno. Le aperture rinforzate da un telaio in legno, sono state ampliate per rastremate verso l’esterno per incrementare l’apporto di luce naturale all’interno del fabbricato.

Le ballette di paglia, posizionate come isolamento a cappotto, sono state impilate e fissate con delle guide tra i maschi murari. Il vecchio tetto inoltre, è stato coibentato con delle grandi balle di paglia, le balle jumbo per ottenere un migliore isolamento. Sulla facciata per finire è stato steso un intonaco protettivo.

 Foto da energiaeskornyezet.hu

Foto da energiaeskornyezet.hu

I costi contenuti delle balle di paglia

I cappotti termici che oggi, possono raggiungere i 10-16 cm di spessore, nel caso dell’utilizzo di balle di paglia, arriverebbero a spessori di molto maggiori (45 cm se la balletta è inserita di piatto, o 35 cm se la balletta di paglia è inserita di costa, senza contare lo strato di intonaco superficiale di 5-6 cm). Nonostante lo spessore, il costo non rappresenta uno scoglio.

Nella pianura padana, mediamente, ogni ettaro coltivato a mais produce tra i 120/130 quintali di frutto e 65/70 quintali di paglia, mentre ogni ettaro coltivato a granturco produce tra i 50/60 quintali di frutto e circa 45 quintali di paglia. Questo materiale è reperibile in grandi quantità, ed ogni balletta (35x45x90 cm) ha un costo medio che si aggira tra 2 e 3 euro. Predisporre e utilizzare questo materiale per incrementare le prestazioni dei fabbricati potrebbe essere un’ottima opportunità per utilizzare ciò che risulta essere uno scarto della produzione cerealicola ed aumentare il nostro comfort all’interno degli spazi che occupiamo giorno dopo giorno.

di Riccardo Zerbinati. Fonte: Architettura Sostenibile

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La sfida della sharing economy

Piattaforme online che ti mettono in contatto con altri privati per viaggiare, fare acquisti e divertirti. Sarà il tema del Festival di Altroconsumo il 24 e 25 settembre a Milano. Intanto abbiamo svolto un’idagine tra utenti e piattaforme per capire il fenomeno. Ecco quanto è emerso e qualche suggerimento per chi cerca e chi offre.
Fonte: Altroconsumo

La sfida della sharing economy e i consigli per chi cerca e chi offreUna rivoluzione, definita come Sharing economy, che per il momento si stima rappresenti meno dell’1% dell’economia mondiale, si basa su un concetto semplice: quello che mi serve non devo chiederlo necessariamente a un’azienda, ma posso rivolgermi a un cittadino come me, un non professionista. Ma c’è da fidarsi? E soprattutto quanto si è tutelati se qualcosa va storto? Per rispondere abbiamo svolto un’analisi a tutto tondo sugli utenti e le piattaforme della sharing economy. Degli oltre 2.300 intervistati italiani il 62% ha partecipato almeno una volta a esperienze di consumo collaborativo. Tra chi ha provato esperienze di mobilità e alloggi si dichiara molto soddisfatto l’80% del campione; percentuali ridotte tra chi non lo è: rispettivamente il 4% e il 3%. La non partecipazione è ricondotta a mancanza di necessità (61%) e alla barriera degli aspetti informativi (43%). Solo un quarto di chi non ha mai partecipato ha citato come motivo la sfiducia nelle persone.

I pareri sulla sharing economy

La sharing economy sarà il filo conduttore del Festival di Altroconsumo 2016 che si terrà il 24 e il 25 settembre quest’anno per la prima volta a Milano. Un tema caldo che, come sempre in questi casi, ha diviso e divide l’opinione pubblica tra chi guarda al consumo collaborativo come alla realizzazione di un sogno e chi invece lamenta la perdita di guadagni e posti di lavoro. La verità sta probabilmente nel mezzo. Sì, la sharing economy ha portato sul mercato nuove opportunità di guadagno da un lato e di risparmio dall’altro, ma è anche vero che l’intermediario non è sparito affatto e che molto spesso quella che chiamiamo condivisione prevede in realtà un pagamento. Si tratta di una realtà che funziona, che non si può ignorare e che può portare notevoli benefici ai consumatori: bisogna però fare in modo che le leggi stiano al passo con l’innovazione tecnologica e anche culturale che è già nella società.

I suggerimenti per chi cerca

A cosa prestare attenzione quando si cerca un appartamento da affittare o qualunque altro tipo di bene o servizio offerto su una delle tante piattaforme di sharing economy online? Ecco alcuni consigli:

  • Spesso i siti che mettono insieme domanda e offerta sono stranieri, di solito americani. Pur essendo una clausola vessatoria quella che prevede che il tribunale deputato a decidere in caso di controversie sia quello del Paese dell’azienda e non del consumatore, nella realtà, accettando le condizioni poste al momento dell’iscrizione, si acconsente proprio a questo. Leggi sempre attentamente i termini e le condizioni di servizio per non avere sorprese.
  • Le recensioni degli altri utenti sono l’unico modo per avere informazioni su un utente che offre un servizio: è stato corretto? Ha fornito quello che prometteva? Leggi e cerca di scegliere prodotti e servizi che hanno il maggior numero di recensioni positive.
  • Se qualcosa nel servizio non è di vostro gradimento fallo notare subito: il rischio di avere una brutta recensione di solito è sufficiente a far prodigare l’offerente per migliorare le cose.
  • I pagamenti spesso avvengono per via elettronica sul sito. La loro tracciabilità è una sicurezza ulteriore. In siti come Airbnb, per esempio, il pagamento viene trattenuto dalla piattaforma fino al momento in cui il soggiorno è andato a buon fine: una tutela in più per gli utenti.

Le dritte giuste per chi offre

Anche chi offre deve tutelarsi e usare dei piccoli trucchi per avere maggiore successo sulle piattaforme. Ecco alcuni suggerimenti:

  • Il modo in cui si presenta il servizio può determinare il suo successo. Nel caso tu metta a disposizione un alloggio, per esempio, avere belle foto può fare la differenza. Ma anche dare spiegazioni il più possibile dettagliate è un sinonimo di serietà.
  • Opta sempre per pagamenti elettronici eseguiti tramite la piattaforma. Il pagamento in contanti potrebbe riservare qualche brutta sorpresa.
  • Non c’è chiarezza sul tipo di tassazione alla quale servizi come questi sono sottoposti. Sopra i 5.000 euro l’anno si è tenuti a versare anche i contributi Inps, quindi la cosa si complica. Se pensi di cominciare a offrire un servizio su una di queste piattaforme, informati prima da un commercialista.
  • Il consumo collaborativo prevede recensioni sia per chi offre sia per chi cerca. Leggi prima di dare un passaggio o affittare casa tua a un utente sconosciuto. Cerca sempre di anticipare domande e dubbi con la controparte prima di concludere la transazione per evitare sorprese sgradevoli.

    Fonte: Altroconsumo

    Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

     

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Referendum Trivelle: rischio sismico e rischio ambientale. Cosa dice la scienza?

di Oggiscienza (sito)

Un parere scientifico può aiutare a prendere decisioni più consapevoli alle urne: in vista del referendum del 17 aprile, abbiamo chiesto l’opinione di alcuni esperti.

La domanda referendaria potrebbe sollevare alcuni dubbi circa la sicurezza di pozzi di estrazione così vicini alla costa. Le attività estrattive possono essere responsabili di terremoti? Oppure possono essere fonte di un inquinamento così intenso da provocare gravi danni all’ambiente marino e indirettamente agli esseri umani?

Il rischio sismico

Nella letteratura internazionale sono stati descritti almeno 70 casi di eventi in cui l’attività sismica è stata associata con la produzione di idrocarburi, sebbene i dati non siano sempre così certi. È quanto riportato dal rapporto ISPRA, scritto nel 2014 da una commissione di esperti, con l’intento di indagare la sismicità indotta in Italia. Il rapporto verifica la possibilità che vi sia una qualche connessione tra l’attività estrattiva sul territorio nazionale e il rischio sismico.

Il gruppo di lavoro, grazie alla rete di stazioni per la rivelazione delle attività telluriche distribuite localmente, ha potuto monitorare attività sismiche anche a bassa magnitudo. Tra le piattaforme estrattive solo un caso ha destato sospetti. “La re-iniezione di acque di strato dei giacimenti di idrocarburi nel pozzo Costa Molina 2 in Val d’Agri, è l’unico caso in cui è stata dimostrata la presenza di fenomeni di sismologia indotta, tra l’altro a bassa intensità, pari a magnitudo 2”, ha spiegato Marco Mucciarelli, Direttore del Centro Ricerche Sismologiche dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale. “In totale in Italia sono stati registrati 17 eventi di sismicità indotta, non necessariamente legati all’estrazione degli idrocarburi”, ha continuato Mucciarelli. “Una quantità irrisoria se confrontata con gli eventi naturali”.

Mucciarelli ha proseguito dicendo che perfino la zona Adriatica, la più ricca di pozzi petroliferi, ha registrato solo eventi sismici naturali, addirittura antecedenti all’installazione di piattaforme per l’estrazione degli idrocarburi, come il terremoto del 1916 a Rimini. “I terremoti indotti più preoccupanti sono quelli che avvengono in territori non sismici, come per esempio l’Oklahoma o l’Olanda dove non esistono edifici antisismici”.

Ribaltando il problema, le perforazioni hanno avuto anche una qualche utilità per aumentare la conoscenza del nostro territorio? “Le prospezioni profonde del suolo, usate per la ricerca degli idrocarburi, spesso hanno dato importanti informazioni sulla geologia del suolo”, ha spiegato Mucciarelli. “In alcuni casi, se non avessimo fatto delle sezioni sismiche non avremmo mai saputo che sotto terra c’era una faglia attiva”. In uno studio recentemente pubblicato suNatural Hazards and Earth System Science, Mucciarelli e il suo gruppo di ricerca hanno per esempio messo in relazione i pozzi improduttivi con i punti caratterizzati da faglie attive. Infatti i terremoti provocati in corrispondenza di quelle faglie potrebbero essere i responsabili della dispersione di metano, fenomeno che rende poi i pozzi non produttivi. Questo ha importanti ricadute nell’individuare faglie in grado di provocare terremoti e nell’affermare che, laddove vi è un pozzo attivo, quasi certamente non vi è pericolo di terremoti innescati dall’attività estrattiva.

Rischio ambientale

Ma qual è l’impatto delle attività estrattive sull’ambiente e la biodiversità marina? Canyon sottomarini, emissioni di fluidi, rilievi nei fondali, formano habitat e condizioni ambientali particolari e generano condizioni favorevoli allo sviluppo e al mantenimento di una grandebiodiversità. È importante dunque domandarsi quanto l’alterazione di tali luoghi, in seguito all’attività antropica, possa influire sull’equilibrio ecologico e ambientale.

Ecco il tema che sta al centro dell’ultimo rapporto di Greenpeace “Trivelle fuorilegge”, che raccoglie e rilegge criticamente i dati che monitorano l’inquinamento generato dall’attività estrattiva. Il rapporto evidenzia come non tutti i dati delle ispezioni ambientali siano disponibili, cosa che limita la trasparenza dei controlli. Inoltre il documento sottolinea che la maggior parte delle piattaforme analizzate ha almeno un valore che eccede i limiti stabiliti per legge, sebbene tale dato possa variare da un anno all’altro.
L’impatto ambientale misurato dalla Marine Strategy Framework Directive, la direttiva varata dalla Comunità Europea e ben spiegata nel post “L’Adriatico tra trivelle e sviluppo sostenibile”, ancora una volta dà alcuni giudizi negativi sulla presenza dell’attività estrattiva nei nostri fondali.

Se le critiche sollevate dai movimenti ambientalisti generano almeno il desiderio di una maggiore trasparenza, resta comunque il fatto che il provvedimento proposto dal referendum si limiterebbe a un numero piuttosto esiguo di piattaforme. Oggi in Italia abbiamo 135 piattaforme marine da cui preleviamo gas e petrolio. I pozzi marini collocati in prossimità della costa, cioè entro il limite delle 12 miglia, sono solo 43. La risposta referendaria avrà potere di agire solo su questi. Tra l’altro solo quando scadranno le concessioni. Tutte le restanti attività estrattive in mare (e sulla terraferma) continueranno, a prescindere dal risultato del referendum.

E lo dimostra il fatto che il governo continua a raccogliere istanze per il conferimento di concessioni per l’estrazione di idrocarburi. Tuttavia lo stesso documento che elenca le istanze ricevute sottolinea come non siano state accettate tutte le richieste. Ben 27 istanze che si riferivano ad aree non conformi alla legge sono state respinte. Quattro sono le domande accolte, ancora in fase di verifica. Inoltre “eventuali impatti ambientali notevoli si possono avere solamente in caso di gravi incidenti in mare, che provochino lo sversamento di petrolio”, ha sottolineato Ezio Mesini, Presidente e docente della Scuola di Ingegneria e Architettura dell’Università di Bologna. “La maggior parte dei pozzi presenti nei nostri mari è dedicata all’estrazione di gas metano”.

Anche la struttura dei nostri pozzi petroliferi è molto diversa rispetto a quella di piattaforme che sono state al centro di gravi incidenti. “L’incidente della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico ha coinvolto un pozzo di estrazione profondo, pari a 1500 m”, ha spiegato Mesini. “Tutte le piattaforme dell’Adriatico si trovano su fondali che vanno da poche decine di metri a poco più di 100 m”. In Adriatico abbiamo avuto solo un grave incidente negli anni Sessanta, con fuoriuscita di metano dalla piattaforma Paguro al largo di Ravenna, con conseguente incendio. “Ma essendo una fuga di gas, anche i danni ambientali non sono paragonabili a quelli diDeepwater Horizon”, ha commentato Mesini.

Altri problemi ambientali potrebbero poi essere indotti proprio in fase di sigillatura dei pozzi (chiusura mineraria), in caso di vittoria del “sì” al referendum del 17 aprile. Infatti, spiega Mesini, il metano residuo, che continuerebbe a essere presente in conseguenza del protrarsi della “vita utile del giacimento”, potrebbe rendere meno efficace l’iniezione di malta di cemento all’interno dei pozzi, una tecnica usata per isolare idraulicamente i livelli produttivi durante le operazioni di chiusura mineraria. Le operazioni di chiusura mineraria non solo sarebbero più complesse, ma potrebbero anche comportare maggiori rischi dovuti a una pressione superiore del gas non completamente esaurito. Per scongiurare i rischi che potrebbero essere legati a tutte le attività estrattive presenti nei nostri mari, anche non oltre le 12 miglia di distanza dalla costa, molto può fare proprio la ricerca.

Secondo gli scienziati che abbiamo consultato, non si evidenziano particolari criticità o allarmismi legati alle attività estrattive. Anzi, a partire dai pozzi petroliferi, la ricerca ha trovato anche le risorse per procedere con indagini di sicurezza e verifiche di controllo. Come evidenzia il Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi e delle Georisorse, firmato dal Ministero dello Sviluppo Economico, parte delle risorse derivanti dal versamento delle royalties relative alla produzione di idrocarburi in impianti offshore è destinato ad assicurare il pieno svolgimento delle azioni di monitoraggio e contrasto dell’inquinamento marino e delle attività di vigilanza e controllo della sicurezza, anche ambientale, degli impianti di ricerca e coltivazione in mare.

@AnnoviGiulia

Crediti immagine: Enrico Strocchi, Flickr

Questo articolo è stato pubblicato qui e, in seguito, anche su Agoravox

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Il virus radicale delle affinità elettive

di Benedetto Vecchi

Dietro ogni acronimo della computer science c’è una concezione dei rapporti tra umani e macchine che coinvolgono il lavoro, la comunicazione, le relazioni amorose, cioè la vita en général. A ricordarci questa semplice verità è Giorgio Griziotti, autore del volume pubblicato da Mimesis (Neurocapitalismo, pp. 260, euro 20) nel quale Internet e la telefonia mobile sono considerate il sistema integrato di macchine alla base della contemporanea produzione della ricchezza.

Griziotti svolge un lavoro dove le macchine hanno un ruolo fondamentale. Per oltre vent’anni in Francia ha lavorato come «consulente organizzativo», che tradotto vuol dire ha lavorato alla progettazione di processi lavorativi incardinati su computer messi in rete. Militante politico negli anni Settanta, Griziotti ha dovuto prendere la strada per la Francia per la sua attività politica. Oltralpe ha vissuto quella che è stata chiamata «la rivoluzione del silicio» da una prospettiva «interna», essendo un progettista organizzativo.

Per trent’anni ha accumulato materiali e partecipato a seminari attorno a cosa stava cambiando nel mondo del lavoro e delle imprese. Non nasconde in questo libro il fatto che il suo percorso di ricerca è da collocare all’interno di quel gruppo di filosofi, economisti e sociologi che in Francia è qualificato come i teorici del «capitalismo cognitivo», ma che ha tuttavia importanti echi anche nei paesi anglosassoni.

 

Tecnologie universali

Neurocapitalismo è divisto in tre parti. La prima riguarda la produzione, le altre la comunicazione e gli «affetti», alla luce di una concezione del computer come «tecnologia universale», cioè che può essere programmata per svolgere lavori, scambiare messaggi e immagini, ma anche per costruire reti sociali basate su «affinità elettive». Un triangolo tematico usato per parlare della deregolamentazione del mercato del lavoro, con conseguente crescita della precarietà, del ridimensionamento del welfare state, dell’uso messianico e ideologico della figura dell’individuo proprietario come unica forma di forma di vita.

Come spiega in un video prodotto da Officine multimediali, l’autore sostiene, a ragione, che questa infrastruttura digitale può dispiegare la sua potenza economica e politica solo grazie alla avvenuta convergenza tecnologica tra telefoni cellulari di ultima generazione (gli smartphone) e computer. L’autore chiama l’habitat che si è venuto a creare come «bioipermedia», dove la distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro è ormai sfumata; e dove la conoscenza e la comunicazione sono, al tempo stesso, mezzi di produzione e contenuti sviluppati da una diffusa cooperazione sociale.

In maniera lieve, ma senza mai cadere in una stucchevole genericità, come spesso accade quando si parla di Rete, Griziotti mette sotto il suo microscopio i neologismi, gli acronimi usati per trasformare uno sviluppo economico e sociale definito a partire da progettazioni definite a tavolino come un evento naturale al quale non c’è alternativa. E se questa decostruzione del carattere ideologico delle tante narrazioni sullo spirito del tempo contemporaneo è una mission possible per il lavoro, più difficile è farlo per la comunicazione e per gli affetti. Per farlo, l’autore attinge al concetto marxiano di general intellect e quello foucaultiano di biopolitica.

Dunque un saggio «riuscito», che si aggiunge a quelli usciti in questi anni dedicati appunto al «capitalismo cognitivo». Introducendo tuttavia degli elementi non sempre adeguatamente affrontati, come quello del ruolo svolto dal movimento del free software, espressione di una critica alla «società in rete», ma anche come modello di una possibile alternativa al capitalismo.

Il dispotismo della finanza

Il free software, afferma l’autore, ha svolto una critica alla proprietà intellettuale, ma anche indicato una strada da percorrere su come è possibile sviluppare iniziative economiche che sfuggono alla regola ferrea del lavoro salariato. Condivisione, cooperazione sociale evidenziano modi di produzione della ricchezza che sono «catturati» dal capitale. Siamo cioè in presenza di un regime di accumulazione «estrattivo», che espropria con la forza o attraverso il ruolo «politico» della finanza quel che viene prodotto autonomamente. Il capitalismo mostrerebbe cioè la sua natura parassitaria e dispotica. La retorica che accompagna, ad esempio, la sharing economy testimonia, secondo questo schema analitico, la trasformazione di modelli e di attività economiche mercantili in imprese capitalistiche.

Uber, Airbnb, Mechanical Turkle e le decine di siti internet che consentono l’affitto di case e automobili altro non sarebbero che la trasformazione di pratiche basate sulla condivisione in attività economiche di tipo capitalistico. Ma questo, c’è da aggiungere, e l’autore del volume non ha difficoltà ad essere d’accordo, vale anche per il free software, come testimonia l’uso di software «libero» da parte di imprese come Apple, Google, Facebook. Griziotti afferma che la «cattura» da parte delle imprese non pregiudica però il fatto che sulla condivisione della conoscenza, della cooperazione sociale possano diventare le coordinate per una uscita dal capitalismo.

Il mutualismo auspicato dai movimenti sociali, così come esperienze di coworking, di reti di imprese cooperative, il movimento dei makers alludono, per l’autore, a un virus che lentamente si sta diffondendo e che potrebbe portare a una società postcapitalista. E se il mutualismo rischia di essere una pratica di sopravvivenza in un mondo senza welfare state, c’è però da dubitare sulla capacità virale di esperienze di questo tipo di prospettare una fuoriuscita dal capitalismo.

Sono posizioni che ricordano discussioni da sempre presenti nei movimenti sociali dell’ultimo trentennio. Le tattiche lillipuziane intraviste dallo storico statunitense Jeremy Brecher nei movimenti noglobal; oppure le reti di coltivatori biologici segnalate in alcune interviste dai filosofi francesi Pierre Dardot e Christian Laval, noti per i loro studi sul neoliberismo, come espressioni di una riappropriazioni del «comune» senza passare le forche caudine di una regolazione statale dell’attività economica sono tutte manifestazioni di una strategia di superamento del capitalismo attraverso la diffusione appunto virale di attività basate sulla condivisione.

L’isola che non c’è

C’è, però, una disparità evidente tra un potere che si esprime sia a livello nazionale che globale da parte di Stati, organismi sovranazionali e imprese e una microfisica del potere sociale così enunciata. Manca cioè la capacità di sviluppare elementi politici di continuità, di articolazione tra la dimensione economica e sociale di attività economiche non capitalistiche basate sulla condivisione e il rapporto con il potere costituito. Manca cioè una dimensione politica che sappia fare i conti con le forme di governance globale e nazionale. L’auspicio di una fuoriuscita dal capitalismo come esito obbligato di pratiche sociali ed economiche diffuse e virali corre il rischio di rimanere, appunto, un auspicio. Poco più che il miraggio di giungere a un’isola che non c’è. Molto meno di una strategia politica.

 

L’articolo è stato pubblicato su il manifesto del 12 marzo 2016. Pubblicato poi anche su Megachip.

Link articolo (Fonte: EuroNomade).

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Uno sguardo obliquo sul terzo paesaggio

di Mariarita Palumbo. Fonte: lavoroculturale.org

Piccola pedagogia dell’erba, Riflessioni sul Giardino Planetario” di Gilles Clément a cura di Louisa Jones” (DeriveApprodi, 2015) non andrebbe letto solo da chi si interessa al giardinaggio o aspira a diventare paesaggista.

Quello di Gilles Clément è insieme discorso e pratica di resistenza di cui questo libro traccia la genesi. 

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Certo l’erba, il giardino e il paesaggio costituiscono tre ambiti fondamentali del suo lavoro di ricerca e di azione, ma in realtà, quello che Clément vuole trasmetterci, è una maniera diversa di praticare la nostra esperienza di esseri umani sulla terra.

Giardini condivisi, orti urbani o addirittura agricoltura in città, se ci si posiziona sulla superficie, piuttosto costruita, del nostro pianeta; ritorno alla terra, coltivatori diretti, o “neorurali” (come li chiamano i francesi), se invece esploriamo le zone agricole e rurali: due sponde parallele che disegnano la condizione contemporanea del nostro mondo e sembrano entrambe interrogare la nostra relazione con la natura, l’interdipendenza tra mondo agricolo e mondo urbano, l’esistenza quotidiana e la sua dimensione politica. Giardiniere, paesaggista, ingegnere orticolo, docente, Gilles Clément ci invita a ripensare la nostra presenza sulla terra e a ridefinire il nostro rapporto con il “vivente”. Ci suggerisce di farlo a partire dall’erba e dal modo di guardarla, e addomesticarla, per riscoprire come anche nei piccoli gesti si costruiscano rapporti cosmici e politici che ridefiniscono la nostra maniera di organizzare lo spazio e quindi di stare al mondo.

Uno dei modi di leggere questo libro è quello di considerarlo come un giornale di bordo: come si è costruito questo pensiero che ha qualcosa di profondamente politico nonostante i piedi, le mani, lo sguardo, il corpo, non si allontanino mai troppo da terra? Tra sollecitazioni esterne (richieste di interventi, di introduzioni a volumi altrui o ancora volontà di intervenire in un dibattito politico o farsi carico di aprirne un capitolo ancora chiuso) e necessità dell’autore stesso di « fissare » alcuni pensieri per renderli comunicabili, trasmissibili, i testi di Clément si susseguono a comporre, secondo l’architettura immaginata da Louisa Jones, un percorso che restituisce la genesi e l’orizzonte di un pensiero doppiamente situato. Ed è proprio in quest’ottica che si pongono le introduzioni della Jones ad ognuno degli scritti di Clément presentati in questo libro: il loro ruolo è quello di contestualizzare pensieri e azioni dell’autore sia nel suo percorso di vita, privato e professionale, che in un contesto più ampio del pensiero dell’ecologia politica francese, ripercorrendo cosi la produzione del nostro giardiniere paesaggista dal 1985 al 2006.

Il libro è organizzato in tre parti: la prima presenta i temi fondamentali della ricerca e dell’azione di Gilles Clément; la seconda sposta l’ottica e ci fa immergere in quelle che possiamo immaginare come delle situazioni specifiche che hanno fatto scaturire le intuizioni del nostro giardiniere. La terza chiude il percorso aprendo su scenari futuri che ci richiedono di riflettere sul nostro modo di vivere la quotidianità.

Ogni parte, anche se in modo diverso, ci svela la genesi e il contesto di elaborazione delle tre grandi «idee-attrezzo» di Clément, che egli stesso preferisce definire come diventate i suoi tre assi di ricerca: il giardino in movimento, il giardino planetario e il terzo paesaggio. Ogni testo ci fa entrare progressivamente nei « principi » base di una pratica che non é solo professionale ma è anche, e forse soprattutto, civica e politica. Più di altri libri che prendono rapidamente un’allure di Manifesto, questo ha il dono di restituire processo e percorso allo stesso tempo e di porre quindi il lettore più vicino alla relazione tra il dire e il fare: il via vai continuo di descrizioni di momenti di vita, riflessioni (che spesso risuonano come un dialogo interiore) e interventi pubblici, ci fa entrare in una dimensione particolare che è quella di un pensiero in movimento che attraversa più livelli e permette di comprendere il rapporto “scalare” tra le cose.

di Mariarita Palumbo. Fonte: lavoroculturale.org

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
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La notte che sarà presto giorno…

Benedetto gallo che canti

Nella notte che sarà presto giorno!

Sembra che tu mi risvegli

Dall’essere mio in cui giaccio

 

Il tuo grido stridulo e puro

E’ il mattino prima di se stesso.

Grazie a Dio c’è un futuro!

A stento brilla l’ultima stella.

 

Rinnova, grazie Dio,

il tuo suono prolungato e chiaro.

Rischiara il bordo dei cieli.

 

Perché penso? Perché mi soffermo?

 

Fernando Pessoa (Sono un Sogno di Dio)

Il titolo di questa pubblicazione non rappresenta quello reale della poesia

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Cohousing nel bosco: vivere insieme nella natura

di Elena Bozzola. Fonte: Architettura Sostenibile

Vivere insieme, coabitare, condividere vita ed esperienze. Sì, ma in un bosco. A due passi da Torino è stato infatti presentato dall’associazione CoAbitare, in collaborazione con la cooperativa Sumisura, un progetto di cohousing nel bosco di Reaglie, che si pone l’obiettivo di realizzare molto concretamente un percorso di vita immerso nella natura, con momenti di collaborazione e di condivisione degli spazi e delle risorse, pur mantenendo un forte legame di vicinanza con la città poco distante.

Il cohousing in Italia

La coabitazione in Italia è ancora una realtà marginale perché non si è ben compreso che il modo in cui una società abita non è un dogma indiscusso ma un processo in costante evoluzione. Le configurazioni architettoniche dei condomini urbani si conciliano poco con la logica del vivere partecipato; formare un gruppo di persone capaci di coabitare, richiede conoscenza, formazione e adeguamento reciproco. In uno spazio condiviso, infatti, socialità, vivibilità e sostenibilità si compenetrano e le persone si aiutano reciprocamente, compiendo scelte autonome ma orientate al bene comune.

L’associazione CoAbitare, dopo aver avviato alcune esperienze di cohousing in città, si avvia ora a questo nuovo progetto in mezzo al verde della natura.

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Il progetto del cohousing nel bosco

L’edificio è collocato in un’antica vigna del settecento e sorge in un parco di 88.000 mq, uno dei più grandi parchi privati del comune di Torino, a pochi chilometri di distanza dal centro della città. In questo modo i cohousers potranno mantenere stretti contatti con l’area urbana e creare sinergie con privati e associazioni per lo sviluppo di progetti.

L’immobile è formato da un unico corpo, con la struttura tipica della “casa di famiglia” e ha una superficie di 600 mq, suddivisi attualmente in cinque appartamenti. A questi si aggiungono circa 250 mq di locali accessori per il cohousing formati da legnaia, box, androne e magazzino che permetteranno di riorganizzare la casa in sei o sette unità abitative, con un miglioramento dell’efficienza energetica. Infine, una cantina di 70 mq, una soffitta e uno spazio da adibire a parcheggio, completano il tutto.

Uno dei responsabili dell’associazione spiega: ”A proposito degli spazi comuni coperti, l’idea attuale prevede una cucina per cene in comune, feste, ecc., un’area bimbi, uno spazio aperto ai turisti da adibire a b&b e/o per ospitare attività di associazioni, workshop, laboratori, il recupero della legnaia in cui è presente un forno per pane e pizze e uno spazio polivalente di circa 100 mq per uso interno, coworking, laboratori, cinema, bricolage”.

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Le attività all’aperto

Essere all’interno di un grande parco, principalmente collinare e boschivo, presenta molti punti di forza, sia dal lato agricolo ed energetico che per iniziative socio-culturali. Gli spazi di cohousing attorno alla casa possono accogliere orti, frutteti, vitigni e arnie, oltre ad un impianto fotovoltaico. Mentre, per quanto riguarda la socializzazione, sarà possibile fare sport, organizzare giochi e attività per bambini nel bosco, cinema all’aperto e fare grigliate.

Un modo diverso di vivere in un bellissimo contesto naturale.

 

di Elena Bozzola. Fonte: Architettura Sostenibile

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Sulle civiltà, una storiella

di Luca Madiai. Fonte: sito MDF (Movimento Decrescita Felice)

«Il progresso è probabilmente una legge svelata solo ai popoli europei, ma così importante da dover assoggettare ad essa tutta l’umanità»

Lev Tolstoj

Il signor Occidente era da tempo affamato e sperso, e aveva in tasca soltanto poche monete. A un certo punto del suo vagare si imbatté finalmente in un bellissimo ristorante: posto meraviglioso dove l’azzurro fa spazio al verde e ad altre infinite tonalità di colore. Una simpatica insegna all’ingresso diceva: “Ristorante Madre Terra”.

Entrando nel locale fu subito colpito dalla sua grandezza, e soprattutto dalla presenza di enormi tavoli per la maggior parte vuoti. Si sistemò nella zona centrale dove non c’era nessuno e cominciò a chiamare il cameriere a gran voce, ma nessuno rispondeva. Chiamò ancora, e ancora nessuna risposta.

La signora Africa che le sedeva di fronte a non molta distanza, alzò lo sguardo verso di lui e con voce pacata gli disse: “Non ci sono camerieri in questo ristorante. Tutto il necessario è disposto su quel tavolo laggiù basta andare là con il piatto e scegliere cosa prendere”.

“Con questo piattino qui?” chiese il signor Occidente, prendendo in mano il piccolo piatto che aveva davanti e osservandolo perplesso.

“Le dimensione del piatto sono quelle giuste, riempiendolo ci sarà abbastanza per tutti, anche per i giorni successivi”

“E quanto costa?”

“Il cibo e l’acqua che trova su quel tavolo sono offerti dalla cuoca, la signora Natura. Non occorre pagare”

“Ah, davvero?! Bene, non lo sapevo … Purtroppo, ho un brutto dolore alla gamba, non le dispiacerebbe andare lei a prendermi qualcosa?”

La signora Africa lo guardò con diffidenza, poi sorrise, prese il piatto dalle mani del signore e si recò al banco a fare rifornimenti per lui.

Nel frattempo però il signor Occidente, con la scaltrezza di un felino, si avvicinò al tavolo della signora Africa e allungando il braccio e la forchetta iniziò a mangiare le sue pietanze. Ad ogni boccone si guardava attorno per vedere se qualcuno lo stesse notando. Alla sua destra, a distanza ragguardevole, sedeva un signore dall’aspetto originale, molto colorito e totalmente sconosciuto, che giocherellava con il suo tovagliolo, mentre dall’altra parte c’era il signor Oriente che ad occhi chiusi restava immobile, come se dormisse, e più lontano ancora un uomo senza nome e dagli usi particolari, del tutto isolato da tutto e da tutti.

Il signor Occidente mangiò quello che era di suo gradimento e lasciò quel tanto che bastava per non farsi scoprire dalla signora Africa che intanto sopraggiungeva. E andò avanti così a lungo. Tutti i giorni la signora Africa andava a fare rifornimenti per entrambi e il signor Occidente mangiava per entrambi, senza mai muoversi, ingrassando sempre più.

Un bel giorno il signor Occidente stanco di mangiare sempre le stesse pietanze e di dover aspettare tanto tempo e di avere sempre portate per lui così misere, andò in cucina a protestare urlando contro la cuoca che in quel ristorante si mangiava poco, freddo e sempre uguale. Sgridò così forte la signora Natura che questa si piegò alla sua volontà.

“Mi dica che cosa vuole e io lo farò per lei signor Occidente? Basta che smetta di urlare, la prego”

“Io esigo due cameriere al mio servizio esclusivo”

“Capisco, signore. Ma non saprei come pagarle. Finora il nostro servizio di cucina è totalmente gratuito, ma con due cameriere non saprei come mantenere l’attività”

“Lei non si preoccupi di questo, ai soldi ci penso io. Le pagherò io il dovuto quando sarà il momento”

“Bene, se lei mi dà la sua parola io assumerò due cameriere solo per lei, signore”

Dal giorno seguente il signor Occidente fu servito e riverito da due nuove cameriere che si chiamavano Scienza e Tecnologia. Le pietanze arrivavano adesso più velocemente e su grandi vassoi di argento, ma soltanto il signor Occidente usufruiva del servizio.

Col passare dei giorni però il cibo cominciò a scarseggiare per gli altri clienti, perché il signor Occidente mangiava di più e sempre più in fretta, e ingrassava e più ingrassava e più voleva mangiare. Ci fu sempre meno cibo disponibile per gli altri, fino a che un giorno il signore sconosciuto alla sua destra morì per denutrizione, così anche il signore isolato e lontano. D’altra parte il signor Occidente non si lasciò rattristare dai lutti, tutt’altro, pensò bene di rimpiazzare i due clienti con le sue due figlie affamate: America e Australia.

Così Scienza e Tecnologia dovevano adesso servire anche le due figlie e cominciarono a lavorare più duramente. Ma i ritmi richiesti e l’avidità dei clienti era per loro insostenibile. Dovevano lavorare tantissime ore e non avevano tempo per riposare e rilassarsi. Dopo pochi giorni si lamentarono della loro situazione con la signora Natura, proprietaria del locale.

“Io non posso fare altro, più che dare le mie pietanze gratuitamente. Parlatene con il signor Occidente è lui che vi ha fatto assumere, lui deve risolvere questa situazione”

Così le due cameriere si rivolsero al signor Occidente.

“Ci penso io” disse il signor Occidente “non permetterò che manchi del cibo sul mio piatto e tanto meno su quello delle mie giovani figlie. Se voi non ce la fate a lavorare sostenendo questi ritmi, assumerete una sostanza energizzante che vi darà la forza per lavorare più duramente di quello che siete solite fare”

“E dove la troviamo questa sostanza?”

“Ce l’ha la signora Natura. La tiene nascosta in cucina. Chiedete a lei, e fatevela dare, con la forza se necessario”

Così le due cameriere tornarono dalla signora Natura e chiesero di questa sostanza segreta.

“Intendete dire il Petrolio forse?” rispose la signora Natura con apprensione “sapete che è una sostanza pericolosa che va usata con cautela, solo quando ce n’è veramente bisogno?”

“No, non lo sappiamo. Non ci interessa. Quello che ci interessa è averne un po’ subito, altrimenti moriremo dalla stanchezza o perderemo il posto di lavoro”

“Io ve la posso dare un po’, ma dovete conoscerne gli effetti sulla vostra salute e sapere che è facile che vi crei assuefazione, dalla quale è poi molto difficile liberarsi”

“Daccela e basta. Non ci interessano queste tue considerazioni, sono del tutto irrilevanti adesso” dissero in coro Scienza e Tecnologia “Daccela, dove la tieni?”

“Ce l’ho qui nel cassetto, ecco” disse Natura porgendo la scatola con le pillole di Petrolio.

“Grazie” dissero le cameriere afferrando con forza la scatola e strappandola di mano alla signora Natura.

Da quel giorno Scienza e Tecnologia furono sempre più efficienti e accrebbero le loro capacità in modo esponenziale. Riuscivano a portare enormi vassoi, riuscivano a farlo sempre più velocemente. Si stancavano poco, pochissimo, non avevano bisogno né di mangiare né di dormire. Anche se cominciavano a invecchiare, a perdere i capelli e la loro fine bellezza.

Intanto le figlie di Occidente erano cresciute e avevano anche loro a sua volta dei figli che andavano ad occupare sempre più posti nei vari tavoli più o meno disponibili in tutto il ristorante, a volte anche usando la forza.

Nel frattempo il signor Oriente non riusciva più a continuare la sua vita come prima, a mangiarsi il suo pasto in tranquillità e a farsi il suo riposino in santa pace. Notò ben presto che le cose attorno a lui erano cambiate radicalmente e ne dedusse che pure lui, se voleva sopravvivere, doveva cambiare strategia. Allora pensò bene di andare dalla cuoca Natura a protestare energicamente.

“Il signor Occidente ha avuto fino ad ora il servizio delle cameriere tutto per lui. È ingrassato, ha fatto figli. Voglio anche io due cameriere tutte per me”

Allora Natura parlò con Scienza e Tecnologia e le convinse a servire d’ora in avanti anche il signor Oriente. Dal canto loro, Scienza e Tecnologia dovettero triplicare la dose di Petrolio che assumevano quotidianamente. Purtroppo però restavano poche pillole in loro possesso. Sapendo bene la ritrosia di Natura nel dare il suo Petrolio, Scienza e Tecnologia entrarono di notte furtivamente nella cucina e rubarono tutto il Petrolio che riuscirono a trovare nascosto nei cassetti.

Il giorno dopo, quando Natura se ne avvide si disperò, ma oramai sapeva che era troppo tardi per fermare Scienza e Tecnologia, e che probabilmente nessuno le avrebbe potute riportare alla ragione. Forse soltanto quando avrebbero esaurito completamente le pillole di Petrolio.

Da allora Occidente e Oriente ingrassarono e ingrassarono sempre di più. Il cibo che il ristorante offriva gratuitamente cominciava a scarseggiare e perciò ogni giorno era una dura lotta fino all’ultimo boccone.

Poi arrivò il giorno in cui Scienza e Tecnologia si resero conto di avere a disposizione l’ultima scatola di pillole e di non avere alternative per poter continuare a lavorare a quei ritmi. Perciò ne parlarono con il signor Occidente, colui che gli aveva suggerito l’uso del Petrolio.

“Non vi preoccupate. Troverò un modo per procurarvelo, in abbondanza e a buon prezzo”

Chiesero anche riguardo al loro stipendio, visto che si avvicinava la fine del mese.

“Non vi preoccupate, vi pagherò. Forse con un po’ di ritardo, ma vi pagherò”

In realtà, Occidente sapeva bene, benissimo, che non aveva altre alternative per procurarsi dell’altro Petrolio e che non aveva soldi a sufficienza per pagare gli stipendi di Scienza e Tecnologia. Quella notte, perciò, studiò un piano.

L’indomani, quando restava una sola pillola di Petrolio, un solo giorno alla fine del mese e l’atmosfera si era fatta instabile e tesa, Occidente andò da Oriente e cominciò ad accusarlo del suo comportamento.

“A te non aspettava il servizio delle cameriere eppure te ne sei servito a tuo piacimento, nonostante fossi io a pagare tutto”

“Da quanto mi risulta non hai pagato niente ancora, potremmo fare a metà?”

“Stai zitto!” gridò Occidente, infiammando una situazione già calda “Tu devi pagare tutti questi giorni che hai usufruito del servizio, anzi, visto il tuo comportamento subdolo devi pagare l’intero conto te, tutto e solo te!”

“Mai e poi mai” rispose Oriente con aria minacciosa.

Scienza e Tecnologia corsero ad avvertire Natura della situazione critica che si stava creando.

Natura era però alle prese con ben altro. Non aveva più cibo a sufficienza e non aveva più le forze per farlo crescere perché le pillole di Petrolio avevano contaminato l’intera cucina. Era disperata.

“Ve lo avevo detto di non usare il Petrolio, se non in piccole dosi, adesso è tutto rovinato. Ci vorranno giorni e giorni per risistemare tutto. E non so davvero se le cose potranno ritornare come erano”

“Natura, devi venire di là. Oriente e Occidente rischiano la rissa, devi intervenire tu” avvisarono spaventate Scienza e Tecnologia.

“No, devono risolvere tutto da soli, hanno creato loro i loro problemi”

Intano nella sala, Occidente e Oriente avevano cominciato a picchiarsi di santa ragione. La loro stazza era talmente grossa che ad ogni loro movimento distruggevano una parte del locale. Intervennero anche America e Australia e lo scontro si trasformò in una vera e propria rissa fuori controllo.

Natura sentì le grida e il rumore. Si precipitò in sala gridando dalla disperazione e, mettendosi le mani tra i capelli, rimase per qualche istante ad osservare i suoi clienti distruggere il locale. Poi reagì all’improvviso e con fermezza ed estremo vigore cacciò a pedate tutti quanti dal suo locale, oramai devastato.

Scienza e Tecnologia rimasero in un angolo a guardare tristemente quella scena apocalittica. Natura al centro della grande sala piangeva tra le macerie di quello che era il suo meraviglioso ristorante.

Ne frattempo, in mezzo a tutta quella confusione la signor Africa aveva ancora il suo piattino e aveva appena finito il suo pasto.

“Ho del tempo libero oggi, signora Natura” disse con un timido sorriso “Si alzi, e si faccia coraggio. L’aiuterò io a risistemare il locale”

Natura fu infinitamente grata alla signora Africa e in pochi giorni riuscirono con grandi sforzi e con l’aiuto di Scienza e Tecnologia, che non assumevano più droghe, a riportare il ristorante “Madre Terra” allo splendore e alla meraviglia di un tempo.

di Luca Madiai. Fonte: sito MDF (Movimento Decrescita Felice). Illustrazione di Laura Berni

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Utero in affitto, diritto e desiderio: una posizione filosofica

di Sonia Caporossi

Studiare dal punto di vista filosofico la vexata quaestio dell’utero in affitto pone inevitabilmente di fronte a un’angusta scoperta molto simile a quella dell’acqua calda, ovvero che la questione è mal posta, in quanto si fonda su un presunto diritto ad avere figli di origine naturale che non esiste da nessuna parte. E non esiste, beninteso, in termini di storia della filosofia politica e del diritto, né nel giusnaturalismo classico, né all’interno della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, dove lo si cercherebbe invano, essendovi presente invece la menzione della tutela della “famiglia naturale” (sic) e dell’infanzia in tutte le sue prerogative sì, ma presupposta anapoditticamente come già data, senza far menzione di qualsivoglia diritto dei genitori ad aver prole. Insomma, nella storia del diritto ci si trova davanti a un buco enorme, un vuoto normativo che è sicuramente dovuto ai tempi storici e alle diverse società occorse in relazione ai medesimi.

Eppure, ragionando sulla questione, si capisce che, al di là del mero fattore storiografico, un presunto “diritto ad avere figli” non esiste a priori, e non esiste per le coppie eterosessuali in primis, in quanto è frutto di un’errata interpretazione del costruttivismo giuridico, in base al quale il diritto si assume come “pratica sociale di carattere interpretativo” (secondo la definizione di Ronald Dworkin) ma proprio in quanto tale, siccome legge e sua ermeneusi interagiscono costantemente, in base al nietzscheano “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, il principio di determinazione della cosa, ovvero del verumfactum legato al casus giuridico di volta in volta occorso in termini di Praxis, Wirklichkeit eccetera, di presenza imprescindibile in questioni di diritto, dilegua.

Questo non significa certo che il diritto, per essere preso in considerazione come valido socialmente, debba necessariamente fondarsi solo ed esclusivamente su basi naturali; altrimenti le norme non coprirebbero davvero tutti i casi, bensì andrebbero ad occuparsi solamente dei casi legati ai bisogni primari di origine appunto naturale, mentre nella legislazione verrebbero lasciati scoperti, di volta in volta, i vari e multiformi casi in fieri non pertinenti ai semplici bisogni naturali, ma anche ai desideri, i quali danno luogo a norme e comportamenti di origine evidentemente sovrastrutturale, cioè culturale in senso rousseauiano. Certo, si diceva, il diritto questi casi deve coprirli tutti, nessuno escluso; ma allora si rende evidente il cortocircuito logico ed ermeneutico intrinseco alla cosa: avere figli passa per un diritto, quando invece è un desiderio. Così, si attua un tacito scambio, sul piano politico, etico e sociale, tra la necessità di coprire con la legge un desiderio e la trasformazione di un desiderio in un diritto.

Al culmine del ragionamento, si potrebbe concludere, quindi, che se avere figli non è un diritto, probabilmente è un lusso. E allora si spiega tutto, soprattutto l’utero in affitto, oggetto di scontri e dibattiti in questi giorni a causa del casus vendoliano. Qui il problema si interseca col tema della genitorialità e con la necessaria analisi del suo intimo significato all’interno della sociosfera attuale.

Certo, essere genitori è un dovere, una volta che i figli semplicemente si hanno, si sono avuti. La genitorialità è quindi un’assunzione di responsabilità in forma di dovere solo se la responsabilità, il genitore di turno, se la assuma rimanendo consapevole di stare agendo in virtù del perseguimento di un lusso, quello, nella società di oggi, di avere appunto un figlio. Nel Medioevo, ad esempio, la situazione era diversa: la piramide delle età corrispondeva in qualche modo alle necessità imposte dalla piramide sociale del potere, tale che il servo della gleba o anche il semplice massaro erano in qualche modo obbligati a fare figli affinché questi ultimi li aiutassero nel lavoro dei campi, in un regime di autoconsumo feudale e di bannalità che oggi sarebbe fuori luogo voler ritrovare persino nei paesi dall’Indice di Sviluppo Umano meno felice del mondo. Parimenti, l’alta natalità dei paesi anche occidentali almeno fino al primo quarantennio del Novecento riguardava prevalentemente lo strato etimologicamente proletario della popolazione, molto meno la borghesia o la decadente e decaduta nobiltà, e sempre per motivazioni legate alla prevalenza del settore primario in zone come il Sud.

Al giorno d’oggi invece, in una società in cui, a sentire Alberto Moravia, nell’Occidente presuntivamente civilizzato “non c’è che la borghesia”, la stessa consapevolezza che trattasi di un lusso vige per la tutela degli animali domestici. Ci facciamo un cane da compagnia, ma poi abbiamo il dovere di curarlo: è il lusso che induce il dovere, non il dovere il diritto. L’ethos, sia nel caso dell’avere prole sia nel caso del possesso degli animali domestici, subentra a posteriori, non esiste a priori: il dovere consegue all’atto, non viceversa.

Insomma, un’indagine filosofica approfondita agisce da catalizzatrice del dibattito nella misura in cui, tramite essa, ci si rende conto che se avere figli non è un diritto, cade tutto il corollario della pretesa legislativa. Si va all’origine della chose, riflettendo sulle medesime fonti su cui si basa la pretesa del diritto attuale, finché non ci si accorge che qui il casus è invertito, cioè la legge consegue all’atto, non regola generalia.

Posto dunque che non esista nessun reale diritto alla genitorialità, bensì soltanto il desiderio di farsi genitori e di avere figli, al contrario dovremmo ammettere in quanto conseguente, con buona pace dei cattolici e degli obiettori di coscienza, la possibilità di poter rinunciare alla genitorialità in qualsiasi momento anche per le donne incinte, ma non per le puerpere. Perché a un lusso si può rinunciare, ma non finché implichi, una volta perseguito, un dovere, nella fattispecie, dopo il parto, il dovere di prendersi cura del figlio. Infatti, la volontà di abortire sarà per definizione un desiderio, e quindi in base allo stesso principio legittimamente può non permanere, fuor di metafora deleuziana, nel limbo ottativo e desiderativo, ma farsi Reälitat.

Se si studia con attenzione la giurisprudenza però, si noterà che esistono due tipologie di diritto: il diritto soggettivo e quello patrimoniale. Se avere figli (o anche non averne dopo il concepimento tramite l’aborto) rientra nel campo semantico del privilegio che si fa realtà, non rientra per questo nel diritto di natura, ma in quello patrimoniale, che è per definizione costruttivistico, facendo capo, nell’antinomia tra natura e cultura, alla semiosfera della seconda. Ecco perché, a rigor di logica, si arriva al tremebondo paradosso che la legislazione in questi casi non è nemmeno necessaria e intoccabile, giacché, in quanto va a coprire desideri che riguardano la semiosfera culturale, lascia comunque il tempo che trova, essendo i desideri cangianti e soggetti al tempo e alle modificazioni sociali per definizione. Ciò significa, fuor di metafora, che avere figli non è un vero e proprio diritto perché non si fonda sull’inalienabilità. L’errore, per riassumere, consiste dunque nel confondere sullo stesso piano i desideri e i diritti.

Così, si arriva alla conclusione che se la genitorialità in realtà non è un diritto, bensì il desiderio di entrare in possesso di un lusso, allora nella dimensione di generale mercificazione del corpo femminile che ciò comporta, l’utero in affitto altra cosa non è che una forma vera e propria di prostituzione. Eppure, attenzione: questa prospettiva è affatto scevra da qualsivoglia impostazione moralistica. Lungi da questa argomentazione, insomma, il voler concludere matematicamente l’equivalenza prostituzione=sfruttamento. L’universo della prostituzione maschile e femminile è talmente ricco e variegato da comprendere anche casi in cui lo sfruttamento di una fascia sociale debole non si dia affatto. Bisogna piuttosto saper dare il giusto nome alle cose senza edulcorarle di sentimentalismo (questo sì!) moralistico: se si tratta di prostituzione, non possiamo chiamarlo amore, né quando si compra una prestazione sessuale, né quando si compra una prestazione uterina.

È altresì vero che, nel caso dell’utero in affitto, le donne che si prestano all’opera in effetti sono (spesso, ma non sempre) le più svantaggiate socialmente ed economicamente, anche se non definirei la situazione in termini veteromarxisti utilizzando parole abusate come “classismo”, lessema che ha perso senso da un bel po’ di tempo, sempre per il dettato moraviano di cui s’è detto. È anche vero, peraltro, che esistono casi di maternità surrogata in cui l’utero non viene venduto o comprato, bensì donato: casi, ad esempio, di madri che prestano il proprio utero a figlie che non potrebbero altrimenti dare loro la gioia della nipotanza; ma qui la situazione a ben vedere non si complica, al limite si semplifica.

Ad ogni modo, abbiamo un pianeta in gravi condizioni di sovrappopolazione, e chi invece di adottare bambini rimasti orfani li ordina su commissione a fabbriche uterine depersonalizzate, spesso poi è la medesima genìa di persone che d’altro canto stigmatizza l’eugenetica nazista.

Allora, giunti a questo punto ci si chiederà: che cosa pensare della stepchild adoption e della Cirinnà? A riguardo mi sono espressa chiaramente da giorni, gongolando per il risultato parziale soprattutto circa la non obbligatorietà della fedeltà coniugale, che è leibnizianamente il migliore dei mondi possibili. Cosa di cui non sembrano rendersi conto coloro che vorrebbero azzerare quarant’anni di lotte femministe coi loro commenti di plauso alla surrogacy, riversatisi in questi giorni sui social network e sulle pagine dei giornali, proprio in seguito al dibattito sorto per il conseguimento dell’omogenitorialità di Nichi Vendola tramite una madre surrogata. Beninteso, non che le femministe siano da difendere a spada tratta nelle loro vetuste pretese separatiste; né tantomeno io voglio difendere alcuna minoranza, mi limito bensì a rinvenire contradictiones in terminis in chi lo fa. Ho cercato finora di focalizzare appunto la contraddizione di chi si espone per tutelare un’eterogenea e complessa categoria sociale, quella LGBT (a cui peraltro io appartengo felicemente), con tutto il suo retroterra storico e culturale, di contro alla dimenticanza della necessità di tutelare anche la categoria (pre)istorica e naturale per eccellenza, quella femminile in quanto latrice di maternità.

Come si evince, la presente analisi poco ha da spartire con qualsivoglia prurito omofobico, a maggior ragione in virtù del fatto che chi la esprime è un membro della minoranza omosessuale che rappresenta e porta in campo, con la sua stessa esistenza, una piccola e personale lotta quotidiana a favore della tolleranza. Il punto, piuttosto, è rendersi conto che possiamo definire radical chic (fatti salvi coloro che si offenderanno per la nota definizione coniata da Tom Wolfe nel 1970) chi si batte per i “diritti” di una categoria vilipesa pensando per questo di essere progressista, mentre produce, al contrario, il danno di un’altra categoria vilipesa parimenti, se non di più.

Sia ben chiaro, però, che l’utero in affitto non è minimamente equiparabile alla stepchild adoption: sarebbe sufficiente una lettura della proposta legislativa per operare un degno e adeguato confronto e cogliere le enormi differenze. Eppure, questo non è chiaro a tutti, e non solo ai detrattori, ma paradossalmente anche ai cosiddetti progressisti che avallano le due proposte come fossero equivalenti. Qui la responsabilità è sì dell’ignoranza personale o della tipica malafede del radical chic, ma anche un pochino di chi, devoto del costruttivismo filosofico sinistrorso di ascendenza sessantottina, sa bene che, nietzscheanamente, non ci sono fatti, solo interpretazioni, e quindi basta condire sulle pagine dei giornali l’evento della nascita di un bel bimbo di nome Tobia per il tramite di un adeguato politichese condito da buoni sentimenti, per ottenere il massimo stretching concettuale possibile.

In definitiva, anche questo comportamento possiede, a ben vedere, un’intrinseca motivazione in altro: la matrice cattolico-liberistica della società che difende la famiglia istituzionale (altro concetto costruttivistico sorgente da un desiderio e da un lusso, che a ben vedere non si dà in natura né nel diritto né altrove) è contraddittoriamente reduplicata dalla volontà di normalizzazione e di adeguamento alla massa della comunità LGBT, volontà di omologazione la quale si incarna in veri e propri pseudo-desideri che pertengono alla dimensione baudrillardiana del pubblicitario: matrimonio, figli e quant’altro. Insomma, in un cosmo occidentale in cui “non c’è che la borghesia”, anche la comunità LGBT, cari miei, si sta volontariamente, inesorabilmente imborghesendo.

Ma questo, va da sé, è un altro, lunghissimo, filosoficissimo discorso.

 

Sonia Caporossi (Tivoli, 1973), docente, musicista, musicologa, scrittrice, poeta, critico letterario, artista digitale, si occupa di estetica filosofica e filosofia del linguaggio. Con il gruppo di art-psychedelic rock Void Generator ha all’attivo gli album Phantom Hell And Soar Angelic (Phonosphera Records 2010), Collision EP (2011), Supersound (2014) e le compilation Fuori dal Centro (Fluido Distribuzioni, ITA 1999) e Riot On Sunset 25 (272 Records, USA 2011). Suoi contributi saggistici, narrativi e poetici sono apparsi su blog e riviste nazionali e internazionali come Musikbox, Verde, MareNero, Scrittori Precari, Fallacie Logiche, Storia & Storici, Poetarum Silva, WSF, Neobar, Il Giardino Dei Poeti, Idee/Inoltre, In Realtà La Poesia, Atelier, Cadillac, Nazione Indiana, Kasparhauser, Filosofia In Movimento, Italian Studies in Southern Africa, Dialettica & Filosofia, Megachip ed altri. Dirige il blog Critica Impura. Ha pubblicato a maggio del 2014 la raccolta narrativa Opus Metachronicum (Corrimano Edizioni, Palermo 2014, seconda ed. 2015). Insieme ad Antonella Pierangeli ha inoltre pubblicato Un anno di Critica Impura (Web Press, Milano 2013) e la curatela antologica Poeti della lontananza (Marco Saya Edizioni, Milano 2014). È presente come poeta nell’antologia La consolazione della poesia a cura di Federica D’Amato (Ianieri Edizioni, Pescara 2015) e, con contributi saggistici, nei collettanei Pasolini, una diversità consapevole a cura di Enzo Campi (Marco Saya Edizioni, Milano 2015) e La pietà del pensiero. Heidegger e i Quaderni Neri a cura di Francesca Brencio (Aguaplano Edizioni, Perugia 2015). Conduce su Radio Centro Musica la trasmissione Moonstone: suoni e rumori del vecchio e del nuovo millennio. A breve uscirà la sua silloge di poesie omoerotiche Erotomaculae (Algra Editore, Catania 2016). Vive e lavora nei pressi di Roma.

Infografica: © Egon Schiele, Nudo di donna incinta, 1910.

Fonte: megachip

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La scuola materna che insegna fin da piccoli a coltivare il proprio cibo

di Germana Carillo. Fonte: greenme.it

agriscuola coverPuò l’agricoltura entrare a scuola? Certo che sì, e lo dimostrano alcuni studiosi italiani che recentemente hanno vinto il concorso di idee AWR International Ideas Competition con “Nursery Fields Forever”, una proposta che fonde l’agricoltura urbana con l’istruzione materna.

Loro sono Edoardo Capuzzo Dolcetta, Gabriele Capobianco, Davide Troiana e Jonathan Lazar e hanno in testa un’unica idea: se solo si vuole, i bambini si possono avvicinare alla natura eccome, mettendo al bando quel costante contatto digitale con cui li bombardiamo.

E non solo: scopo del team che opera a Roma è quello di far intendere che la “agricoltura prescolare” serve a far capire ai bambini da dove proviene il loro cibo e come coltivarlo. Secondo il progetto, infatti, si potrà insegnare ai bambini come coltivare e raccogliere il proprio cibo, come interagire con gli animali, conoscere le energie rinnovabili dalle turbine eoliche e dai pannelli solari che saranno installati in loco.

In parte fattoria e in parte scuola, la “Nursery Fields Forever” segue per l’apprendimento tre tipi di approccio: imparare dalla natura, imparare dalla tecnica e imparare dalla pratica. “Pensiamo che i bambini dovrebbero stare a contatto con la naturaspiega Edoardo Capuzzo Dolcetta – così abbiamo progettato questa strana scuola: niente aule, ma spazi aperti dove le verdure crescono e gli animali possono stare liberi. Si tratta di una miscelazione delle due cose, la scuola e la natura”.

La scuola è stata progettata come un gruppo di edifici a due spioventi che si affacciano su una grande varietà di orti e recinti per il bestiame.

agriscuola 1

Alla base di questa struttura, dunque, c’è l’obiettivo di avvicinare i bambini all’ambiente rurale facendoli interagire quotidianamente con l’elemento natura. Un’idea che in un certo senso in Italia ha alcuni proseliti e che potrebbe aiutare i bambini a migliorare le loro abilità sociali attraverso il lavoro di squadra, incoraggiare la loro autostima e promuovere stili di vita sani.

di Germana Carillo. Fonte: greenme.it

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