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Tre capitali e quattro governi del nord Europa si alleano per l’Economia Circolare

Londra, Amsterdam e Copenhagen uniscono le forze per sviluppare insieme progetti improntati all’economia circolare.
L’impegno che ha contraddistinto le tre capitali europee nel portare avanti “progetti circolari” in vari ambiti ha portato a questa partnership internazionale che, sulla base delle best practice e competenze singolarmente maturate, potrebbe dare vita ad interessanti progetti innovativi di cui speriamo potervi dare presto conto.

Una città che promette di fare molto bene sotto il profilo della collaborazione è sicuramente Amsterdam, che, come vi abbiamo recentemente raccontato, ha già inserito l’economia circolare come parte integrante del suo programma di sostenibilità. Lo dimostra anche il premio di Capitale dell’innovazione 2016 (iCapital) assegnatole in questi giorni dalla Commissione Europea per il suo approccio olistico all’innovazione incoraggiato attraverso la creatività, il pragmatismo e la collaborazione.
Il primo progetto che coinvolgerà le tre capitali avrà come obiettivo lo sviluppo di un piano per incrementare la percentuale di recupero della plastiche nel rifiuto urbano. Diversi rapporti hanno recentemente denunciato la preoccupante situazione in cui versano mari ed oceani infestati da grandi quantità di plastica, al punto che in assenza di azioni globali intraprese dai governi, si arriverà in pochi anni ad avere nelle acque più plastica che pesce. In particolare il rapporto The New Plastic Economy della Ellen McArthur Foundation ha quantificato in una cifra tra gli 80 e i 120 miliardi di dollari il danno economico derivante dall’attuale cattiva gestione della plastica.

LWARB  (London Waste and Recycling Board) il gestore per i rifiuti della capitale inglese aveva d’altronde già individuato la plastica come uno dei cinque flussi di rifiuti più impattanti su cui intervenire nel suo rapporto “Verso un’economia circolare” dello scorso anno. LWARB, che ha tra i suoi compiti la riduzione dei rifiuti e l’incremento del riuso e riciclo, è in procinto di presentare una tabella di marcia per implementare l’economia circolare a Londra basata sullo studio. Oggetto del piano di intervento, oltre alle plastiche, ci sono i rifiuti di origine alimentare, tessile, edile e da RAEE.
Matthew Pencharz, vice sindaco di Londra con delega all’ambiente e l’energia, si è augurato, al pari dei suoi colleghi danesi e olandesi, che la partnership porti ad un successivo sviluppo di nuovi progetti improntati all’uso sostenibile delle risorse in altre aree di interesse comune.

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Un Green Deal di interesse transfrontaliero per Francia, Inghilterra, Paesi Bassi e Fiandre

Un altro progetto collaborativo su base volontaria inaugurato recentemente è l’International Green Deal on the North Sea Reasouces Roundabout, un accordo sottoscritto da Francia, Inghilterra, Paesi Bassi e Fiandre per la creazione di un mercato dinamico per le risorse secondarie in Europa. Si tratta di un’iniziativa decisiva per affrontare gli ostacoli normativi esistenti ed esplorare il pieno potenziale del mercato unico europeo nella transizione verso un’economia circolare.

L’accordo è stato sottoscritto il 6 marzo scorso dai Ministri, Associazioni industriali e ONG appartenenti ai quattro governi che si impegnano ad agevolare lo scambio commerciale delle materie prime seconde attraverso i rispettivi territori nazionali.

Non è casuale che uno dei quattro governi sottoscrittori del Green Deal sia quello delle Fiandre che detiene la migliore performance di riciclo esistente in Europa.
L’Europa ha individuato la necessità di andare verso un’economia circolare che si fonda su un uso preminente delle risorse secondarie. Una delle barriere che i paesi incontrano nell’utilizzo delle materie  prime seconde, visto la natura transfrontaliera della maggior parte delle catene di valore dei prodotti, sono le diverse normative nazionali in materia di rifiuti. Le aziende che vogliono aumentare il riciclaggio o utilizzare più risorse secondarie per sostituire la dipendenza dalle risorse primarie (e ridurre le emissioni di gas serra delle produzioni) incontrano ostacoli nella negoziazione internazionale delle materie prime seconde che vengono considerate in modo diverso dalle normative di riferimento di ciascun paese.

Le conseguenze sono che alcuni materiali post consumo, che potrebbero invece avere sbocchi commerciali, finiscono tra i rifiuti. Un esempio tra tutti è il compost prodotto dai rifiuti organici urbani che una volta riconosciuto come fertilizzante, invece che rifiuto, potrebbe essere commercializzato oltre confine senza problemi.

Il ministro dell’ambiente olandese Sharon Dijksma ha così commentato l’accordo:
Per rendere la nostra economia più verde, è necessario che le aziende leader nel campo della sostenibilità trovino le opportunità per innovare. Questo è esattamente ciò che questo Green Deal si propone di realizzare. Ridefinendo ciò che costituisce una risorsa, e allo stesso tempo, allineando la definizione tra i paesi vicini, si semplificheranno le cose per le imprese. Ne beneficeranno l’ambiente e l’economia dei paesi della regione del Mare del Nord “.
Il rafforzamento di un’economia circolare in cui i rifiuti sono utilizzati come una risorsa è una priorità della Presidenza olandese della UE che si concluderà a giugno.

Un gruppo di lavoro formato da rappresentanti del governo e associazioni industriali dei quattro governi collaborerà per cinque anni allo sviluppo di quelle opzioni che possano eliminare gli ostacoli legislativi prima citati lavorando su un numero massimo di dieci flussi di materiali.
Oltre al compost, i primi sforzi saranno diretti a trovare uno sbocco per il PVC che attualmente non viene riciclato. Le stime degli operatori del settore parlano di una disponibilità di circa 100 milioni di tonnellate di PVC dismesse ogni anno che qualora avviate a riciclo potrebbero garantire l’occupazione di 8000 persone.

Non resta che augurarsi che questa iniziativa “dal basso” volta a semplificare la normativa sui rifiuti possa ispirare altri Stati membri e costituire un valido stimolo per accellerare quei processi di allineamento normativo necessari  per una diffusione dell’economia circolare in Europa.
Secondo i calcoli della Commissione Europea, una più rapida transizione verso un’economia circolare permetterebbe alle imprese europee di risparmiare ogni anno 600 miliardi di euro di costi di produzione, che si tradurrebbe in un aumento di fatturato pari all’ 8%. Inoltre si verrebbero a creare 580.000 posti di lavoro ed un beneficio ambientale con 450 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 risparmiate ogni anno.

Inevitabile provare un profondo smarrimento se si guarda a come invece l’Italia sta affrontando- o meglio ignorando- la crisi ambientale e delle risorse e il riscaldamento climatico, senza un piano strategico. Nonostante esista un’ampia letteratura recente che dimostri che non solo è possibile ma addiritura economicamente conveniente coniugare la protezione dell’ambiente (la fonte della nostra economia) con una crescita sostenibile. Le priorità del governo, come le recenti cronache svelano, sembrano per lo più essere quelle di accontentare i vari quartierini di interesse privato.

Fonte: Comunivirtuosi.org

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La comunità responsabile che ha fatto rinascere Vicopisano

di Pierpaolo Corradini. Fonte: Altreconomia

Le buone idee di un gruppo di acquisto solidale e la disponibilità all’ascolto del Comune hanno contribuito al rilancio del borgo di 8.500 abitanti. Con il coinvolgimento dei più piccoli

A Vicopisano, Comune della provincia di Pisa che conta poco più di 8.500 abitanti, è nata una piccola “rivoluzione solidale”. A scatenarla è stato il gruppo di acquisto solidale (Gas) del borgo, che ha lanciato un’idea apprezzata e poi raccolta dall’amministrazione comunale. La giunta guidata da Juri Taglioli, del resto, si era già dimostrata sensibile all’interesse collettivo, come la “questione Uliveto” ha dimostrato.

Dal 2011, infatti, l’azienda imbottigliatrice versa 640mila euro l’anno nelle casse comunali grazie all’intervento dell’allora -e ancora oggi- sindaco. “È stata una battaglia che non mi ha fatto dormire molte notti -spiega il primo cittadino- perché ci fu un ricorso al Tar e poi al Consiglio di Stato. Ma alla fine abbiamo vinto”. Oltre ai 200mila euro di oneri diretti e indiretti, Uliveto paga oggi 0,0017 euro per ogni litro d’acqua imbottigliata -coprendo così ogni anno un decimo delle entrate comunali-. “Sostengono di pagare più di tutti a livello nazionale -dice Taglioli- e probabilmente è vero, ma forse sono gli altri che dovrebbero pagare di più”. Gran parte di queste risorse vengono spese per l’ambiente, e così la raccolta differenziata è passata in pochi anni dal 37% al 74%, sono state costruite piste ciclabili per ben 7 chilometri (più altri 5 di percorsi sterrati), e gli arredi urbani sono stati realizzati in MPS (materia prima seconda). Passeggiando per il borgo e le frazioni si incontrano spesso manifesti che invitano a rispettare l’ambiente, volantini di “ecogalateo”, e ci sono tre fontanelli di acqua filtrata e trattata (anche gassata), di cui due pagati dal Comune. “Abbiamo cercato di incentivare anche i distributori alla spina -dice il vicesindaco Matteo Ferrucci, anche lui come Taglioli appartenente al Gas-  ma per ora l’esperimento non ha funzionato”. In compenso quest’anno la produzione di rifiuti si è ridotta di 20 chilogrammi pro-capite. Non è un un caso se proprio a Vicopisano è nato il movimento “Ficcatelo in tasca”, cui aderiscono Comuni e associazioni italiane, e che fornisce gratuitamente strumenti di comunicazione rivolti al cittadino. “L’idea è nata nel 2011 quando ero in attesa della mia prima figlia e avevo iniziato ad andare al lavoro a piedi”, spiega Luca Batoni, che di mestiere fa l’art director. “I rifiuti che vedevo lungo il percorso, dalle lattine ai semplici mozziconi, mi davano fastidio. Così ho proposto un progetto di educazione ambientale e il Comune l’ha sposato in pieno”. Attualmente Batoni e gli altri “ficcati” (come hanno deciso di chiamarsi i circa 20 volontari sparsi per tutta Italia) propongono incontri, eventi di pulizia collettiva, laboratori di riciclo, fornitura di portacenere tascabili e tutto quello che serve per informare su riduzione e corretto smaltimento dei rifiuti. È questo il contesto in cui è nato il Gas Vicopisano. “Nel 2012 abbiamo iniziato a tenere le riunioni del Gas nel circolo Arci del paese -racconta Lucia Gonnelli che è l’attuale vicepresidente del circolo stesso- e alcuni di noi sono entrati nel direttivo”. Come in molte altre cittadine toscane anche qui il circolo soffriva di gravi problemi economici e di frequentazione. “Nel 2013 abbiamo scritto un progetto per il rilancio sociale e culturale del circolo -continua Gonnelli- puntando su famiglie e bambini, che erano totalmente assenti. Nessuno di noi aveva esperienza, ma ciascuno si è portato dietro la sua valigia con dentro il teatro, lo yoga, l’organizzazione di eventi o il lavoro con i bambini”. E così è nato L’Ortaccio, un centro di aggregazione che in pochissimo tempo è riuscito a introdurre modelli di vita alternativi. Prodotti biologici, merendine del commercio equo e solidale, punto bookcrossing, sgabelli che aiutano i bambini ad arrivare al bancone. Il circolo si è trasformato, e a dicembre 2014 è avvenuto il passaggio di testimone. A quel punto gli appartenenti al Gas erano i tre quarti del direttivo. “È stato un passaggio senza traumi -commenta Gonnelli- perché L’Ortaccio ha fatto intravedere la possibilità di portare persone da fuori e di lavorare in rete per valorizzare il territorio”. Dai 120 soci iniziali si è passati a 560. La gestione è diventata comunitaria, gran parte del lavoro viene svolto in forma volontaria e c’è un solo contratto per il banconiere. La sagra della lepre si è trasformata in sagra dei Primi, con pasta e farina biologiche e a filiera corta, dove piatti vegani e vegetariani si alternano alle tradizionali salsicce, che questa volta sono artigianali. Poi l’Ortaccio è diventato un magnete. E molte persone, spesso giovani coppie, hanno deciso di venire ad abitare a Vicopisano, tanto che la popolazione scolastica è cresciuta del 25% (il prossimo anno dovrà essere aggiunta una prima elementare).

Gaia Camilla Belvedere è nata a Milano ed ha vissuto tra l’Umbria e la Toscana laureandosi prima in Scienze naturali e poi in Scienze della formazione. “Ho lavorato in scuole montessoriane e steineriane e ho sempre desiderato aprire un asilo”, spiega. Nel settembre 2014 in questo paesino di ottomila abitanti è nato il giardino d’infanzia Maggiociondolo, uno dei pochissimi asili steineriani in Toscana (dove infatti i 14 bambini non sono tutti vicaresi, ma provengono dalle province di Pisa e Livorno). “Tutti i giorni usciamo a fare una passeggiata -racconta Belvedere- e ci fermiamo in vari punti di interesse come il guado di un torrente o un pollaio. Abbiamo anche un asino che ci accompagna”.

Luisa Filipponi arriva invece a Vicopisano col marito dalla Danimarca nel 2009, dopo il dottorato in Australia (chimica lei, fisica lui). “Abbiamo scoperto il paese per caso, durante una vacanza, e ci siamo trovati a una festa dell’associazione Orcotondo dove abbiamo detto ‘wow, qui c’è qualcosa di davvero diverso’”. Tre mesi dopo avevano comprato casa a Vicopisano. Oggi è madre di 3 bambini e presidentessa di quella stessa associazione che gestisce una ludoteca e un doposcuola. Romana di nascita, non si capacita di come possa esserci un assessore che va nelle scuole per chiedere ai ragazzi di che cosa hanno bisogno prima di acquistare il necessario. “Sono veramente innamorata di Vicopisano e mi sembra di non riuscire a fare abbastanza”, dice Filipponi che per l’associazione lavora gratuitamente insieme a molti altri volontari. “Siamo consapevoli di offrire un modello educativo alternativo rispetto a quello a cui il cittadino vicarese può essere abituato”, spiega riferendosi a pedibus, yoga o incontri con gli artisti locali. Ma intanto il tessuto cittadino si consolida, ad esempio con i nonni che vanno all’asilo per raccontare come è cambiato il paese nel tempo. “Inizialmente avvertivo qualche resistenza -conclude Filipponi- ma ora che ci siamo fatti un po’ conoscere non la sento più”. Anche se smuovere dalle proprie posizioni i vicaresi storici (la stessa Lucia Gonnelli si definisce “piovuta qui di seconda generazione” pur essendo nata e cresciuta a Vicopisano) non è impresa semplice. A fare da mediazione tra i due mondi solo apparentemente inconciliabili, il Comune e L’Ortaccio. Gli amministratori locali hanno deciso di puntare su turismo e ambiente, dando ai cittadini un ampio margine di partecipazione ad esempio per la valorizzazione dei beni comuni abbandonati. Una delle iniziative più importanti è stata quella di organizzare una serie di “corsi di turismo” rivolti a tutti i cittadini. “Ci siamo costituiti a seguito del corso del novembre 2014 -dice Lavinia Battaglia, presidente del comitato Vivicopisano- e da allora abbiamo iniziato a fare promozione del territorio attraverso artigianato locale, mostre di pittura e altri eventi”.

In questo modo i cittadini hanno iniziato ad interagire con le nuove idee che si andavano propagando per il borgo, prima fra tutte quella della Festa Dèi Camminanti (attenzione all’accento). La festa è cresciuta sempre più e lo scorso anno hanno aderito la Regione Toscana e 13 Comuni. Con una partecipazione che ha superato le duemila persone: la prossima edizione sarà dal 25 al 28 marzo. “Le nostre camminate durano da 1 a 24 ore -dice la presidentessa Federica Ottanelli- per far avvicinare le persone alla natura, ma anche per mostrare ai giovani vicaresi luoghi che non hanno mai visto”. Dalle passeggiate a piedi nudi alla raccolta di erbe selvatiche, sono molti gli eventi che vedono coinvolgere tutto il paese in una grande prova di accoglienza. E tra un corso di cucina naturale e l’incontro con la rete di economia solidale, al circolo Ortaccio gli anziani continuano a giocare a carte e i giovani al biliardino. Con un orecchio teso e sempre più attento ad ascoltare queste interessanti novità.

di Pierpaolo Corradini. Fonte: Altreconomia

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Parc du Peuple: la riqualificazione della periferia parigina parte dal verde

Carrières-sous-Poissy è un sobborgo abbandonato di Parigi che sta rinascendo grazie alla creazione di un parco ecosostenibile, spazio di gioco ed educazione: Parc du Peuple de l’Herbe, reso possibile grazie al LIFE+ SeineCityPark, un programma istituito dalla Commissione Europea per che prevede la riqualificazione verde della periferia parigina con la creazione di una rete ecologica di 5 parchi.

La riqualificazione del sobborgo Carrières-sous-Poissy, in cui si trova il parco du Peuple de l’Herbe, è iniziata nel 2011 con riqualificazione dell’ hinterland parigino. L’idea è quella di connettere la periferia di una grande città come Parigi, attraverso un sistema di trasporti efficienti, cercando di ridurre le difformità di ogni genere. Tra i vari metodi per portare al minimo queste disuguaglianze, vi è quello di creare spazi vivibili a misura d’uomo, o meglio di bambino, anche in luoghi che per troppo tempo sono stati “abbandonati”.

 Tipiche abitazioni del luogo, foto di Laurent Schneiter.

Tipiche abitazioni del luogo, foto di Laurent Schneiter.

Il parco du Peuple de l’Herbe

Ci troviamo a circa 30 km a nord di Parigi, in corrispondenza di un’insenatura della Senna, da un lato sorge il famoso quartiere borghese di Saint-Germain-en Laye e la celebre Ville Savoye di Le Corbusier e dall’altro troviamo piccoli e modesti insediamenti abitativi. Un estensione di più di 100 ettari tra paesaggi naturali e città.

Il progetto dei paesaggisti di Agence TER prevede spazi di gioco e relax alternati a passerelle per camminare liberamente tra alberi e arbusti. Grazie ad un concorso di idee per la progettazione delle strutture permanenti per il parco, si sono aggiunti alla progettazione i due studi vincitori: lo studio svizzero HHF Architects e lo studio parigino AWP.

In accordo con l’abitato esistente della zona, seguendo un approccio di volumi modulari, gli architetti hanno creato un volume a pianta pentagonale in legno prefabbricato. La scelta del materiale è ricaduta proprio sul legno, questo ha consentito di contenere il costo delle costruzioni (sono stati spesi 25 milioni di euro per l’intero complesso) ma soprattutto di poter avere la massima libertà nel combinare i vari elementi tra di loro. I vari blocchi pentagonali possono essere uniti tra loro per creare sempre forme diverse, è questo il caso della struttura principale: uno spazio polivalente costituito da 5 blocchi pentagonali che può ospitare mostre e proiezioni ma anche corsi o performance teatrali.

Criteri ed obiettivi di un parco ecosostenibile

Parc du Peuple de l’Herbe è stato definito un parco ecosostenibile, ecco alcune delle strategie che sono state adottate nella progettazione.

  • Valorizzare e rendere vivibile e visibile la flora e la fauna del luogo, ci troviamo all’interno di un importante parco regionale con aree di particolare interesse naturalistico che vengono sfruttate dal pubblico. Per questo è stata molto importante la progettazione al livello del suolo, è stato inserito un grande impianto di fitodepurazione del terreno per mantenere in buona salute tutte le piante.

 La flora del parco e la Senna, foto di Laurent Schneiter.

La flora del parco e la Senna, foto di Laurent Schneiter.

  • Valorizzare il parco mettendo a disposizione delle persone sia aree per il relax che passerelle in legno in cui si può passeggiare e godere della natura e della biodiversità del luogo senza danneggiarla.

 Passerelle nel parco, © Agence TER

Passerelle nel parco, © Agence TER

  • Collaborazione tra soggetti promotori e architetti: il Dipartimento di Yvelines e la Communauté d’Agglomération des 2 Rives de Seine ( CA2RS ) sono due tra i più grandi promotori di alcuni edifici all’interno del parco: la Casa degli Insetti e l’Osservatorio.

 L’Osservatorio, immagine di © AWP.

L’Osservatorio, immagine di © AWP.

  • Promozione e sensibilizzazione: uno tra i vari scopi del parco è proprio quello di far conoscere alle scuole il bellissimo posto che hanno a disposizione, per questo alcune costruzioni come la Casa degli Insetti hanno anche uno scopo didattico.

 Edifici pentagonali sospesi, immagine © Agence TER

Edifici pentagonali sospesi, immagine © Agence TER

di Alessia Anzellotti. Fonte: Architettura Sostenibile

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Perché mi candido per Cagliari!

Cagliari, Comunali 2016

Cagliari, Comunali 2016

Mi candido con il M5S alle comunali di Cagliari!
Non sono mai stato particolarmente affascinato dalla “politica dei partiti”, (pur stimando alcune persone che hanno fatto questa scelta in passato). Ho sempre preferito una politica al di fuori delle istituzioni, spesso dialogando  con quell’humus sociale e culturale, espressione della società civile, che ultimamente esprime un forte bisogno di trasformazione. Per questo la stagione del “Movimento 5 Stelle” ha aperto in me, come in molti/e altri/e, nuove prospettive, con la forza di ribadire che “un altro mondo è possibile”.
Cosa mi aspetto? Al di là del mio risultato personale – ovviamente non così rilevante – credo che una scadenza elettorale, se sospinta da ideali collettivi e da idee innovative, possa essere usata come occasione per riprendere insieme almeno alcuni fili delle nostre vite.
Per questo metto a disposizione di chi vorrà conoscermi questo mio blog personale (www.dafniruscetta.it), ho inaugurato circa due anni fa e che contiene la mia storia, le esperienze e la visione politica. Oppure potete anche farvi un’idea di chi sono dalla scheda di presentazione che troverete sul sito del M5S Cagliari.
Tu ci stai? Adesso tocca a te!

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Referendum. Davvero ha vinto Renzi? Qualcosa non torna

Fonte: Agoràvox

“Risultati ottimi. I lavoratori hanno vinto, qualche consigliere regionale ha perso. Adesso al lavoro per un’Italia più forte ‪#‎lavoltabuona”, twittava Renzi.

La fretta dell’annuncite potrebbe però giocare anche qualche brutto scherzo nonostante tutto sia filato liscio tanto che il titolo “Voto flop, schiaffo di Renzi”, come ha titolato lunedì scorso il Messaggero, descrive perfettamente un presidente del consiglio quanto mai lesto, alle 23,18 di domenica, ad archiviare oltre 15 milioni di votanti, disubbidienti e poco riconoscibili nella sua idea d’Italia. E’ infatti l’Italia del più forte e del più furbo, la stessa in cui Renzi, per presenze in tutti i telegiornali di tutte le marche pubbliche e private, ha surclassato Berlusconi. E non era facile, come non lo era il fissare tempi talmente ristretti per lo svolgimento del referendum tali da rendere impossibile il raggiungimento del quorum per un’organizzazione fatta di volontari che hanno stampato manifesti e volantini in tutta fretta. Per non rischiare nulla, Renzi non ha ceduto neanche alle richieste di accorpare in unica data referendum e amministrative, risparmiando così trecento milioni di euro, salvo poi affermare che “con quella cifra avremmo potuto acquistare 350 nuove carrozze per il trasporto pendolare”.

Così Renzi canta vittoria in una gara in cui non ha neanche partecipato. La nota stonata è che si annette una vittoria spacciando l’astensione con un consenso personale. Il presidente del consiglio finisce per somigliare a un atleta che non vuole correre la sua gara ma brinda alla vittoria, la propria, quando l’avversario non fa il tempo richiesto. Nello sport vince chi partecipa ma in politica abbiamo imparato un’altra regola: si vince anche contando chi non ha votato.

Ma 15 milioni e mezzo di persone che partecipano sono poi così pochi e insignificanti? Non esattamente, perché al prossimo referendum di ottobre (salvo non ci siano altri 80 euro da distribuire, sempre degli italiani) Renzi dovrà portarne molti di più a votare per il Sì alla Riforma costituzionale. Un compito non facile neanche con cittadini telecomandati e con la gioiosa macchina da guerra che il PD sta approntando.

Intanto il Comitato nazionale delle associazioni “Vota Sì per fermare le trivelle” , nato solo alla fine di febbraio, che comprende anche Legambiente, Slow Food Italia, LIPU, WWF Italia, A Sud, Greenpeace Italia, Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua Pubblica, Marevivo e centinaia di piccoli comitati sorti in molti comuni, in un comunicato emesso a referendum chiuso sottolinea la soddisfazione per “il consenso di 13.334.764 italiani che hanno votato le nostre ragioni. E’ un capitale eccezionale, impensabile anche solo pochi mesi fa, sta a noi non disperderlo. Il 22 aprile a New York si firmerà l’accordo di Parigi contro i cambiamenti climatici e il nostro Governo firmerà senza aver definito un Piano energetico climatico per superare le fonti fossili”.

Non è mancata la conclusione polemica e pungente: “Governo Renzi #staisereno, ti terremo d’occhio e riusciremo a dare una spallata alle fonti fossili. Ma quale #ciaone, abbiamo appena cominciato”.

Fonte: Agoràvox

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Immigrati, terrorismo e paranoia

di Aldo Giannuli

migranti_940Come si sa, uno dei meccanismi base della paranoia è la percezione fortemente sovradimensionata di un pericolo e la conseguente risposta irrazionale ad esso. Teniamo fermo questo assunto di base ed applichiamolo all’atteggiamento diffuso nei confronti del fenomeno migratorio e di quello terroristico visto come inevitabilmente interrelato. Non credo ci sia bisogno di particolari citazioni di fonti per affermare che una parte significativa dell’opinione pubblica europea (lasciamo perdere se maggioritaria o meno, comunque rilevante) è convinta:
a. che sia in atto una “invasione” da parte dei popoli del sud del mondo ed in particolare islamici, principalmente a causa della debolezza delle classi dirigenti europee e solo in parte a causa delle guerre in corso in Siria, Iraq e Libia

b. che l’atteggiamento delle classi dirigenti europee nasconda, dietro pretesti falsamente umanitari, precisi interessi (il timore di perdere il petrolio del medio oriente, assicurarsi una sacca di forza lavoro di riserva per tenere bassi i salari dei lavoratori indigeni, addirittura il disegno di promuovere una mescolanza interraziale che assicuri la docilità di un popolo senza radici ed identità, di fronte ad una èlite globalizzata ed a carattere prevalentemente finanziario)

c. che l’immigrazione islamica (nel suo complesso, senza distinzioni fra islamisti e moderati, che in questo discorso, sono solo l’invenzione di qualcosa che non esiste)

d. celi disegni di conquista dell’Europa e distruzione della civiltà occidentale e che questo si esprima attraverso l’attacco terroristico che è percepito come uno delle principali emergenze del tempo presente

e. che occorra difendersi da questa invasione rafforzando la difesa dei confini marittimi in modo da scoraggiare le migrazioni e moltiplicare i respingimenti,

f. e. più in particolare, che occorra rivedere(e se possibile, eliminare) gli accordi di Schengen sulla libera circolazione per battere il terrorismo.
Come sempre, ci sono elementi di verità in questo discorso (ad esempio, la politica di “accoglienza” della Merkel abbia a che fare con la politica di bassi salari o che l’attuale ondata terroristica abbia una prevalente, se non esclusiva, connotazione islamica) ma il problema è la dimensione attribuita ai fenomeni in questione e la presenza di elementi del tutto infondati presenti nel discorso.

Partiamo da un dato secco: recentemente, un’ inchiesta ha comparato l’effettivo peso percentuale dell’immigrazione sul totale della popolazione europea con la percezione del fenomeno da parte dei cittadini indigeni. La percentuale reale oscilla fra il 3 ed il 4% medio, con una punta massima dell’8%. Nello stesso tempo, la “percezione” dei cittadini europei è che l’immigrazione costituisca fra il 20 ed il 31% sul totale, cioè una percezione da 5 a 10 volte superiore alla realtà. In Italia, gli immigrati si aggirano fra i 2 milioni e mezzo ed i tre, cioè il 5% circa, ma la percezione è 5 volte maggiiore). Già questo mi sembra un indice interessante. Questo forte divario fra sensazione soggettiva e realtà oggettiva è prodotta da una serie di fattori: in primo luogo, gli immigrati sono immediatamente “visibili” per le loro caratteristiche somatiche, in secondo luogo, sono molto concentrati (soprattutto nelle città ed in alcune loro zone particolari), per cui si ha la sensazione di una loro maggiore presenza. Ma, soprattutto, la sensazione è amplificata dalla presenza del tema sui mass media. Dunque, l’Invasione” sta più nella testa della gente che nella realtà.

In secondo luogo. Non è affatto vero che la maggioranza degli immigrati siano arabi o, comunque, di religione islamica (non tutti gli islamici sono arabi, e non tutti i cittadini arabi sono di religione islamica). Gli islamici si aggirano intorno al 30% sul totale, quindi sono fra l’1,5%ed il 2% della popolazione del continente, che non sembrano i dati di una invasione. Ma, soprattutto, (sorpresa!), la maggioranza assoluta degli immigrati è di religione cristiana (latino americani, etiopici, eritrei, filippini, est europei, minoranze cristiane di paesi a prevalenza animista, induista o islamica). Immagino alcune reazioni dei lettori: “Sono dati falsi” che è una classica reazione paranoica. Consiglio a chi abbia di questi dubbi, di fare un piccolo test assolutamente empirico e privo di valore scientifico: prendere un tram e contate i passeggeri, poi quelli che, già dalle apparenze, denunciano una provenienza extra comunitaria (capiterà di prendere siciliani o pugliesi per arabi e rumeni per friulani e vice versa, ma con molta approssimazione la cosa dovrebbe riuscire). Avrete una percentuale notevole, ma, in genere, al di sotto della metà), dopo, tenete presente i dati ambientali (è ovvio che a Milano ed in zone come via Sarpi o a Torino a Porta Palazzo, la percentuale sarà sensibilmente più alta che a Barletta o Sacrofano) e sociali (è molto più probabile che sia un immigrato a non avere l’auto e prendere il tram che non un italiano) ed, anche a dividere per tre o per quattro la percentuale prima calcolata, vi renderete conto di aver ottenuto un dato non molto distante da quelli che vi ho fornito. Non vi convince? Ripetete l’operazione su un treno, facendo caso alle differenze fra una carrozza di prima ed una di seconda classe. Ripeto che è una semplicissima verifica empirica che, però, dovrebbe per lo meno farvi dubitare dei vostri dubbi.

Pertanto, sono da rivedere anche certe convinzioni sulle cause dell’immigrazione: le guerre mediorientali hanno il loro peso, ma, contrariamente a quanto si pensa, la maggioranza degli arrivi, anche oggi, non sono affatto di siriani o irakeni, ma dall’africa sub Sahariana o dall’est europeo, spinti da altre ragioni. E fra poco vedrete un’altra ondata di rifugiati molto più consistente, ma da provenienze ben diverse: le previsioni parlano di una ondata particolarmente pericolosa del “nino” (pronuncia “nigno”, scusatemi, ma non trovo l’accento circonflesso sulla tastiera), la devastante perturbazione del Pacifico meridionale, che, questa volta potrebbe mettere a rischio la vita di 60 milioni di persone fra le cosate sudamericane a il Sud Africa orientale. Immaginate a quali flussi migrativi andiamo incontro? Anche se una parte si dirigerà verso gli Usa ed un’altra verso l’Australia, una bella fetta toccherà anche all’Europa. Come si vede, il fenomeno ha una complessità molto maggiore di quella che semplicisticamente si suole considerare.

Dunque, anche le considerazioni sui complotti delle classi dirigenti europee non sembrano molto fondati, anche perché i respingimenti sono tutt’altro che pochi, inoltre, occorre tener presente che la maggior parte dei flussi clandestini, non proviene affatto via mare, ma via retta, dalle frontiere orientali e, nonostante i kilometri di filo spinato degli ungheresi, una parte non piccola riesce comunque a passare, spesso grazie aiuto interessato della malavita.
E veniamo al tema dell’immigrazione islamica e del rapporto con il terrorismo. Che ci sia un problema particolare di convivenza fra noi e gli islamici sarebbe sciocco negarlo, ma è per lo meno avventato ridurre questo al solo fattore religioso (peraltro vissuto in modo diverso da persona a persona), senza tener conto dei fattori sociali (ad esempio le condizioni di vita nella banlieu parigina) i intersoggettive (l’ostilità non va solo dagli immigrati islamici a noi, ma anche in senso inverso e finisce per determinare un ciclo che si autoriproduce). Quanto al terrorismo, le stime degli organi di polizia sono molto varie perché adottano criteri molto diversi per cui c’è una banda di oscillazione che va dalle 4.000 alle 20.000 unità su circa 30 milioni di persone (tenendo conto solo dei paesi Ue ed escludendo, dunque Albania, Macedonia ecc.), cioè parliamo di 1 persona su 150 nella ipotesi superiore e di 1 su 700 circa in quella inferiore. Se consideriamo anche gli islamisti di opinione ma non collegati ad alcuna organizzazione e non dediti a pratiche jhiadiste, la proporzione sale considerevolmente, ma resta comunque decisamente al di sotto del 5% sul totale di questi migranti.

Vero è che esiste una “fascia grigia” che, pur non aderendo a nessun orientamento islamista, ha un atteggiamento anche solo passivamente non sfavorevole verso gli jhiadisti, ma, anche in questo caso abbiamo una fascia decisamente minoritaria –pur se consistente. Vice versa non possono tacersi la partecipazione massiccia degli islamici alla manifestazione parigina seguita alla strage di Charlie Hebdo, così come le continue dichiarazioni di condanna delle comunità islamiche e della maggioranza degli imam o ulama presenti in Europa.

D’altro canto, questa percezione del conflitto in corso, lo immagina essenzialmente come fra Europa cristiana e Islam o fra civiltà e barbarie (secondo il modello del conflitto di civiltà) perde di vista il suo aspetto principale che è quello di una guerra civile interislamica. Pochissimi ricordano che il 95% delle vittime del terrorismo jhiadista sino islamiche e non europee o cristiane. Questo porta ad assumere l’Isis come avversario religioso e non politico, quel che invece è, e ad assumere per autentiche le finalità vantate nella sua propaganda (la distruzione del cristianesimo, l’invasione di Europa) quando, invece il suo obiettivo è di natura politico- statale e riguarda essenzialmente il progetto di un grande stato islamista ad est di Suez.

Quanto al rifiuto di distinguere fra islamisti ed islamici, assumendo l’intero Islam come avversario, è esattamente quello che gli islamisti cercano di ottenere presentandosi come unici veri rappresentanti dell’Islam e l’Europa come nemica di tutti gli islamici indistintamente. Un ragguardevole favore fatto all’avversario.

Le vittime del terrorismo Jhiadista in Europa, in un quindicennio sono state meno di 500, in un solo anno, in Europa, ci sono circa 120.000 vittime per incidenti stradali e circa 3.000 per incidenti sul lavoro. Tuttavia, nonostante le morti sul lavoro siano mediamente 90 volte superiori a quelle per terrorismo islamico, non sembra che l’allarme sociale per le prime sia lontanamente paragonabile a quello per le seconde, nonostante molte di esse siano attribuibili a gravi negligenze delle imprese e potrebbero essere evitate.

Questo non significa assolutamente che si debba sottovalutare la gravità politica del fenomeno o non lo si debba contrastare con la massima decisione (se lo pensassi non avrei scritto un libro sull’argomento, il cui scopo è proprio quello di sollecitare un contrasto più efficace contro lo jihadismo), ma che esso va, per così dire, “ritarato”, riportato alle sue proporzioni ed alla sua natura essenzialmente politica e non di conflitto di religione.

Riassumendo, abbiamo una percezione del fenomeno che presenta queste caratteristiche:

a. è fortemente sbilanciata nella percezione quantitativa tanto in riferimento all’immigrazione nel suo complesso, quanto a quella islamica in particolare

b. fortemente sopravvalutato dal punto di vista militare

c. valutato in modo errato sotto il profilo politico, in particolare dei reali obiettivi dell’avversario.

Tutti sintomi, direi abbastanza chiari di una percezione paranoica del fenomeno. Sulle cause di questa ondata di paranoia ragioneremo in un prossimo pezzo.

di Aldo Giannuli. Fonte: Blog di Aldo Giannuli

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La lotta al consumo di suolo e gli strumenti per la tutela ambientale

di Giovanna Barbaro. Fonte: Architettura Sostenibile

Sono oltre 30.000 gli ettari strappati alla cementificazione dal WWF Italia, dove annualmente migliaia di visitatori si recano per ammirare e investigare gli effetti della loro rinaturalizzazione. Scopriamo assieme l’importanza di queste magnifiche aree protette -chiamate metaforicamente oasi- patrimonio prezioso per il nostro ecosistema, che vivono grazie alla dedizione altruistica di appassionati, nonché instancabili attivisti.

Perché e come contrastare il consumo di suolo

La questione posta da alcuni teorici della decrescita felice di ridurre il consumo di suolo è cruciale specialmente per il settore delle costruzioni, perché solo apparentemente potrebbe limitarne il business. E spiegheremo il perché a partire dai dati sul consumo di suolo pubblicati nel 2014 dal WWF nel report “Riutilizziamo l’Italia” (Land transformation in Italia e nel mondo: fermare il consumo di suolo, salvare la natura, riqualificare le città).

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L’indice di urbanizzazione pro-capite a livello nazionale, negli ultimi 50 anni, è più che triplicato, raggiungendo oggi oltre i 370 metri quadri. Con una velocità media di circa 10 metri quadri al secondo, il suolo italiano è stato convertito da agricolo ad urbano.

Secondo le eccellenze universitarie che hanno contribuito alla stesura del citato report del WWF, se questa insostenibile tendenza dovesse continuare, nei prossimi 20 anni, se ne andrebbero quasi 660.000 ettari, ovvero un quadrato di 80 chilometri di lato, circa una superficie ampia quanto il Friuli Venezia Giulia.

I dati sono a dir poco allarmanti: il 7,5% della superficie nazionale è cementificata e impermeabilizzata. “Vince” la maglia nera della cementificazione la Lombardia, con i suoi 719 metro quadri di cemento procapite, un valore quasi 3,5 volte superiore a quello rilevato negli anni ’50 e doppio rispetto a quello medio italiano. Il WWF dichiara che la situazione non è migliore nei comuni del litorale adriatico: negli ultimi 50 anni la cementificazione e l’urbanizzazione lineare dei litorali costieri hanno avuto uno sviluppo di quasi 10 km/anno. Sempre nello stesso intervallo temporale la densità di urbanizzazione nelle fasce di un chilometro di ampiezza, attorno ai siti protetti, è passata dal 2,7% all’attuale 14%. Il fatto ancora più triste è che in alcuni casi sono gli stessi responsabili tecnici degli uffici comunali ad autorizzare costruzioni private in aree protette (con l’istituto del silenzio assenso, fino a poco tempo fa ammesso anche per l’autorizzazione paesaggistica), confermando così la consolidata concezione negativa sul diritto per la tutela paesaggistico-ambientale l’unico vero avversario del diritto urbanistico a iniziativa privata.

Cerchiamo dunque di capire il perché dovremmo contrastare il consumo di suolo.

Il dato di fatto è l’urbanizzazione insostenibile che ha determinato una perdita progressiva e irreversibile di risorse naturali alla scala regionale, nazionale e locale. Da un lato, gli effetti dello scempio scellerato sono espliciti e, dall’altro, sono esacerbati da una serie di impatti ambientali negativi, quali: la perdita di ecosistemi e di habitat (foreste, fiumi, ecc.) la frammentazione dei corpi idrici, l’impoverimento di nutrienti e l’impermeabilizzazione eccessiva dei suoli, l’inquinamento dovuto a nitrificazione e l’esaurimento delle falde. Insomma, l’aumento del rischio idrogeologico e la compromissione del funzionamento dei servizi eco sistemici -per il momento gratuiti poiché in capo a Madre Natura- nel prossimo futuro non potrà essere esclusa dal modello di calcolo dei prezzi di beni e servizi. Orbene, dovremmo escogitare una soluzione per neutralizzare l’egemonia delle politiche perverse (tra cui il crescente business della deforestazione per scopi energetici con cui le pubbliche amministrazioni fanno cassa, rendendosi di fatto complici della devastazione insostenibile del nostro territorio).

Per cominciare, come cittadini dotati di un elevato senso civico, dovremmo anche investigare su come vengono spesi i proventi dagli oneri di urbanizzazione e le tasse sugli immobili. Dovremmo chiederci se sia arrivato il momento di introdurre politiche fiscali che penalizzino dette P.A., quando entro tempi certi non riescano ad attuare piani, o ad incentivare azioni eque e sostenibili. Ad esempio le P.A., piuttosto che rilasciare titoli abilitativi, dovrebbero introdurre politiche, o piani, per risolvere efficacemente il problema del riuso di un cospicuo elenco di edifici abbandonati (spesso al grezzo, anche al nord e non solo nel mezzogiorno) poiché diventati obsoleti, o sconvenienti, per gli speculatori immobiliari. Inoltre, le P.A. dovrebbero disincentivare l’inutilizzo di edifici o introdurre politiche di equo canone poiché economicamente inaccessibili da parte di una crescente fascia della popolazione che, a seguito dell’adozione dell’euro, ha perso il suo potere d’acquisto. A conti fatti, crisi ed euro hanno giovato principalmente i vertici del sistema bancario, o meglio “bancocratico” (aggettivo con accezione negativa: sottende l’ingerenza parassitaria del sistema bancario nella politica e nell’economia di uno Stato, n.d.r.), i quali –non ammettendo il rischio imprenditoriale nei loro statuti- hanno ridotto le maglie dei prestiti al punto di erogarli solo a chi in realtà non ne avrebbe bisogno e, per di più, a tassi irrisori tramite la BEI (Banca Europea degli Investimenti).

Nel 2011 la UE ha fissato l’obiettivo ambizioso di ridurre a zero il consumo di suolo netto “Tabella di marcia per un’Europa efficiente nell’uso delle risorse” entro il 2050, esplicitato attraverso politiche e direttive, come vedremo. Applicando il principio: “Chi inquina paga” Lo Stato potrebbe fare cassa e bonificare, ma solo nell’ipotesi di identificare il colpevole, altrimenti le spese ricadrebbero su tutta la collettività, spalmate sulle tasse. Possibili soluzioni da valutare attentamente sono state proposte nel rapporto pubblicato nel 2014 dal WWF: “Riutilizziamo l’Italia”.

In questa prospettiva, tutti i fondi idonei dell’UE, come ad esempio: LIFE, sviluppo rurale e fondi regionali, dovrebbero essere considerati come strumenti per definire piani di gestione, nonché per attuare misure contro il “land grabbing” (accaparramento della terra), per la tutela degli habitat naturali e delle specie minacciate.

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Gli strumenti per la tutela ambientale

Natura 2000 è una rete di Siti di interesse comunitario (SIC) e di Zone di protezione speciale (ZPS), creata dall’UE nel 1992 con la Direttiva Habitat (recepita in Italia nel 1997 con il D.P.R. 357/1997, successivamente modificato ed integrato dal D.P.R. 120/2003) per la protezione e la conservazione degli habitat naturali e delle specie, animali e vegetali, identificati come prioritari dagli Stati membri dell’Unione europea in appositi elenchi. Si tratta di un processo in itinere che, basato sui principi di prevenzione e precauzione, mira alla conservazione della biodiversità integrandola nelle politiche di sviluppo economico e sociale sostenibile degli Stati membri. Attualmente la rete rappresenta il 19% del suolo nazionale e tutela rispettivamente: 131 habitat, 89 specie di flora e 111 specie di fauna (delle quali 21 di mammiferi, 11 di rettili, 16 di anfibi, 25 di pesci e 38 d’invertebrati (Direttiva Habitat 1992/43/CEE); e circa 387 specie di avifauna (Direttiva Uccelli 1979/409/CEE, sostituita dalla 2009/147/CE).

Per ogni regione italiana è possibile determinare il numero, l’estensione totale in ettari e la percentuale rispetto al territorio complessivo regionale (a terra e a mare) delle zone sottoposte a vincolo di tutela ambientale basta consultare gli appositi elenchi nel sito del ministero dell’Ambiente. Attualmente abbiamo già 275 siti ZPS (ben 49 in Lombardia, ovvero 277.655 ha), 1979 siti SIC-ZSC (ben 208 in Sicilia tra terra e mare, ovvero 469.022 ha) e, infine, 335 siti SIC-ZSC/ZPS (ben 68 in Emilia Romagna tra terra e mare, ovvero 162.218 ha).

La valutazione d’incidenza

La valutazione d’incidenza (VI) è il procedimento di carattere preventivo al quale è necessario sottoporre qualsiasi piano, o progetto, che possa incidere significativamente su un sito della rete Natura 2000, o anche semplicemente in fase di richiesta di protezione. Tale procedura ha lo scopo di salvaguardare l’integrità dei siti attraverso l’esame delle interferenze di interventi non direttamente connessi alla conservazione degli habitat e delle specie, e perciò potenzialmente in grado di condizionarne l’equilibrio ambientale.

La VI è lo strumento di garanzia, dal punto di vista procedurale e sostanziale, per il raggiungimento di un rapporto equilibrato tra la conservazione soddisfacente degli habitat, delle specie e l’uso sostenibile del territorio.

È bene sottolineare che la VI si applica sia agli interventi all’interno delle aree Natura 2000, sia a quelli che pur sviluppandosi all’esterno, possono comportare ripercussioni sullo stato di conservazione dei valori naturali tutelati nel sito. Per una corretta interpretazione dei termini e dei concetti inerenti alla VI rimandiamo al documento tecnico “La gestione dei siti della rete Natura 2000 – Guida all’interpretazione dell’art. 6 della direttiva Habitat”.

Quando non vi sono gli estremi per sottoporre il progetto, o il piano, alle valutazioni di impatto ambientale la VI deve comunque essere realizzata, sia per i progetti (interventi localizzati e puntuali) che per i piani (strumenti di organizzazione territoriale globali e di ampio spettro). In tal modo, la VI realizza un duplice obiettivo: analizzare gli interventi (siano essi puntuali o di ampia scala) e, allo stesso tempo, garantire lo sviluppo della rete Natura 2000.

Infine, la mancata valutazione d’incidenza può comportare l’apertura di Procedure di Infrazione (PI) a carico degli Stati membri e, per il principio di sussidiarietà, anche delle singole Amministrazioni regionali con conseguenti condanne ed eventuali sanzioni economiche.

di Giovanna Barbaro. Fonte: Architettura Sostenibile

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Populismi: le origini e le caratteristiche dell’ondata

di Aldo Giannuli. Fonte: blog di Aldo Giannuli

populismi_940Ogni fenomeno storico ha una fisionomia caratteristica propria ed irripetibile, per cui, anche se rientra in una determinata categoria di fenomeni (ad esempio “Rivoluzioni socialiste”, “Regimi totalitari”, “Movimenti liberali”, “crisi economiche”) non è mai la riproduzione di quanto l’ha preceduto e presenta un grado di maggiore o minore complessità.

Parlando dell’attuale ondata di protesta, molti esponenti delle classi dirigenti, accompagnati dai media, la definiscono “populista”, mettendo nel sacco cose molto diverse fra loro: si va alle rivolte arabe, alle nuove formazioni elettorali di centro destra del Nord Europa, da proteste di strada come Occupy Ws o gli Indignados agli scioperi nel sud della Cina, dal successo elettorale del M5s a quello attuale di Trump. Dunque cose di segno ideologico diverso e con forme espressive e di azione dissimili fra loro che solo con notevole pressappochismo possono essere catalogate come “populiste” (in casi come quello cinese siamo di fronte a classici fenomeni di rivendicazioni salariali, mentre le rivolte arabe hanno una complessità notevole, mescolando classiche rivolte per il pane con movimenti che reclamano maggiori libertà politiche ed altri inquadrabili nella corrente islamista).

Il fatto è che le classi dirigenti definiscono “populista” qualsiasi accenno di disobbedienza agli assetti di potere stabiliti. La filosofia è: “non disturbare il manovratore”. Come in ogni altro caso di rivolta sociale, anche in questo la protesta parte da quello che le classi popolari percepiscono come “il tradimento delle èlites”. Qualsiasi sistema sociale si regge su un tacito patto fra governati e governanti: i secondi accettano che i primi abbiano una serie di privilegi e di eseguire le loro prescrizioni a condizione che i privilegi non siano eccessivi e sfacciati e che ci sia un accettabile livello di vita per tutti. Quando si determina una congiuntura per cui le diseguaglianze sociali diventano intollerabili e le condizioni di vita dei ceti bassi crollano per effetto di una guerra o di una crisi economica, parte la crisi di legittimazione del sistema. Ed è precisamente quello che sta accadendo in questo momento, dopo quasi un decennio di crisi ed in presenza di diseguaglianze senza precedenti.

Poi, naturalmente, ogni contesto fa storia a sé e le forme della protesta variano da caso a caso, dove più intense, dove più contenute, dove più violente e dove più legalitarie, dove più improvvise e dove più graduali, dove più radicali e dove più moderate. Nelle caratteristiche di ciascuna situazione locale incidono tanto le particolari condizioni ambientali del momento quanto le premesse che la hanno preparata, magari in qualche decennio.

Concentrando l’attenzione sugli attuali movimenti “populisti” in Europa ed Usa, costatiamo che essi

-hanno prevalente caratterizzazione elettorale (con fiammate di movimenti di piazza, in genere contenute in comportamenti legalitari);

-hanno più spesso una caratterizzazione di destra (a parte Podemos in Spagna e Syriza in Grecia, che sono prevalentemente di sinistra ed il caso del M5s in Italia, che fa storia a sé);

-mostrano (come è tipico di ogni populismo) una preoccupante carenza di cultura politica che spesso include elementi di cultura politica della classe dominante, quel che produce spesso forti oscillazioni nelle posizioni politiche;

-pur essendo in gran parte movimenti di natura elettorale, sono spesso caratterizzati da un accentuato antiparlamentarismo;

-quasi mai si pongono come alternativa di sistema: non avendo gli strumenti culturali necessari a progettare un diverso sistema sociale, politico ed economico, si limitano ad avanzare richieste compatibili con il sistema esistente o lanciano obiettivi molto radicali che, però, non saprebbero come realizzare, e concentrano la loro attenzione su singole personalità o istituzioni (le banche) estrapolate dal loro contesto generale il tutto con occasionali sfoghi verbali;

-come ogni populismo, propendono per soluzioni semplicistiche e di immediata resa propagandistica e rifiutano di confrontarsi con la complessità dei problemi in atto;

-mostrano una accentuata repulsione ad ogni dibattito politico tanto dentro il movimento quanto al di fuori con altro soggetti politici, magari neppure distanti politicamente. I dibattiti interni sono vissuti come forieri di divisioni e scissioni; il confronto con altri soggetti politici, come minaccia alla propria identità o trappola dialettica e, comunque, come inutili;

-come sempre, sono movimenti che inclinano ad un atteggiamento sostanzialmente integralista che aborrono qualsiasi ipotesi di alleanza come snaturante;

-come è tipico di ogni populismo, esprimono un’ accentuata avversione ad ogni modello di organizzazione razionale, preferendo caratterizzarsi come movimenti poco formalizzati e tenuti insieme da una qualche leadership carismatica.

Questi sommari tratti sono abbastanza comuni a ciascuno dei casi elencati, pur se con frequenti eccezioni su questo o quel punto. Ovviamente, tutto questo ha un prima derivazione nei processi socio cultutali che hanno preparato il terreno.

L’accentuato carattere “antipolitico” (e conseguentemente anti parlamentare) trova una delle sue cause nella trentennale propaganda neo liberista che ha idealizzato il mercato come meccanismo perfetto che non deve essere disturbato dalla politica che ha il solo compito di proteggerlo da offensive esterne. Tutto questo, nella mente della “signora Maria di Voghera” si è tradotto nella convinzione che la politica sia sempre e solo una attività parassitaria e la sua pretesa complessità sono solo gli alibi di un branco di profittatori, mentre i problemi possono essere risolti con semplicità ed onestà (unica dote richiesta al politico).

In questo, un ruolo rilevantissimo lo ha giocato la tv commerciale, alla famelica ricerca di ascolti da tradurre in introiti pubblicitari, che, identificando casalinghe e pensionati, cioè gli strati meno colti della società come la fascia più consistente dell’ascolto televisivo, ha adeguato al loro livello le trasmissioni, in massima parte pensate come puro intrattenimento fra uno spot e l’altro (si pensi al regresso culturale determinato dalle telenovelas).

A questo si è accompagnata l’intensa propaganda sulla fine dell’ideologia, come strumento non necessario ed anzi dannoso, ai fini della formazione delle decisioni politiche che, appunto, dovrebbero essere il frutto di mere valutazioni di buon senso, lontane da ogni fumisteria filosofeggiante non a caso, una delle forme più esplicite ed organiche di populismo è stata il il qualunquismo italiano degli anni quaranta). Ciò ha occultato la natura altamente ideologica di questa operazione che, di fatto, ha realizzato l’obiettivo di affermare l’ideologia neo liberista come unica “corretta”. Ma senza ideologie non c’è cultura politica e se non c’è cultura politica “altra” anche l’unica rimasta in campo deperisce e muore, per assoluta mancanza di idee. Di qui l’assorbimento di una parte dei contenuti neo liberisti da parte delle classi meno colte e la conseguente incapacità dei movimenti populisti (che si basano essenzialmente su quella base sociale) di porsi come alternativa di sistema.

Anche il rifiuto dell’organizzazione razionale (partiti e Parlamento sono visti come strumenti propri dell’odiata casta che se ne pasce) è un prodotto di questo che, più che cultura politica, sarebbe corretto chiamare “cultura impolitica”, o, più semplicemente, “atteggiamento mentale da regressione”.

Quello che si è reso manifesto nella reazione paranoica contro gli immigrati visti come “quelli che vengono a rubarci il lavoro”, a “depredare le nostre risorse per fare vita d’albergo a spese dello Stato”, quando non sono veri e propri terroristi pronti a sgozzarci. E questo spiega la curvatura di destra della maggioranza dei movimenti populisti in particolare in Europa.

Determinante nella formazione del sostrato preparatorio di questa ondata di populismo è stato il processo di “banalizzazione della cultura”: lo scadimento di gran parte della letteratura a puro intrattenimento, l’inaridirsi della cultura storica sempre meno capace di spiegare il presente per la sostanziale viltà del ceto accademico che scansa temi troppo scomodi, il decadere del giornalismo sempre più di sensazione e di colore e sempre meno di inchiesta, la riduzione della sociologia a formato da salotto televisivo, fatta di sgargianti metafore, ma priva di contenuti reali. Anche questo è stato il brodo di coltura dell’attuale situazione.

di Aldo Giannuli. Fonte: blog di Aldo Giannuli

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