La lotta al consumo di suolo e gli strumenti per la tutela ambientale

di Giovanna Barbaro. Fonte: Architettura Sostenibile

Sono oltre 30.000 gli ettari strappati alla cementificazione dal WWF Italia, dove annualmente migliaia di visitatori si recano per ammirare e investigare gli effetti della loro rinaturalizzazione. Scopriamo assieme l’importanza di queste magnifiche aree protette -chiamate metaforicamente oasi- patrimonio prezioso per il nostro ecosistema, che vivono grazie alla dedizione altruistica di appassionati, nonché instancabili attivisti.

Perché e come contrastare il consumo di suolo

La questione posta da alcuni teorici della decrescita felice di ridurre il consumo di suolo è cruciale specialmente per il settore delle costruzioni, perché solo apparentemente potrebbe limitarne il business. E spiegheremo il perché a partire dai dati sul consumo di suolo pubblicati nel 2014 dal WWF nel report “Riutilizziamo l’Italia” (Land transformation in Italia e nel mondo: fermare il consumo di suolo, salvare la natura, riqualificare le città).

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L’indice di urbanizzazione pro-capite a livello nazionale, negli ultimi 50 anni, è più che triplicato, raggiungendo oggi oltre i 370 metri quadri. Con una velocità media di circa 10 metri quadri al secondo, il suolo italiano è stato convertito da agricolo ad urbano.

Secondo le eccellenze universitarie che hanno contribuito alla stesura del citato report del WWF, se questa insostenibile tendenza dovesse continuare, nei prossimi 20 anni, se ne andrebbero quasi 660.000 ettari, ovvero un quadrato di 80 chilometri di lato, circa una superficie ampia quanto il Friuli Venezia Giulia.

I dati sono a dir poco allarmanti: il 7,5% della superficie nazionale è cementificata e impermeabilizzata. “Vince” la maglia nera della cementificazione la Lombardia, con i suoi 719 metro quadri di cemento procapite, un valore quasi 3,5 volte superiore a quello rilevato negli anni ’50 e doppio rispetto a quello medio italiano. Il WWF dichiara che la situazione non è migliore nei comuni del litorale adriatico: negli ultimi 50 anni la cementificazione e l’urbanizzazione lineare dei litorali costieri hanno avuto uno sviluppo di quasi 10 km/anno. Sempre nello stesso intervallo temporale la densità di urbanizzazione nelle fasce di un chilometro di ampiezza, attorno ai siti protetti, è passata dal 2,7% all’attuale 14%. Il fatto ancora più triste è che in alcuni casi sono gli stessi responsabili tecnici degli uffici comunali ad autorizzare costruzioni private in aree protette (con l’istituto del silenzio assenso, fino a poco tempo fa ammesso anche per l’autorizzazione paesaggistica), confermando così la consolidata concezione negativa sul diritto per la tutela paesaggistico-ambientale l’unico vero avversario del diritto urbanistico a iniziativa privata.

Cerchiamo dunque di capire il perché dovremmo contrastare il consumo di suolo.

Il dato di fatto è l’urbanizzazione insostenibile che ha determinato una perdita progressiva e irreversibile di risorse naturali alla scala regionale, nazionale e locale. Da un lato, gli effetti dello scempio scellerato sono espliciti e, dall’altro, sono esacerbati da una serie di impatti ambientali negativi, quali: la perdita di ecosistemi e di habitat (foreste, fiumi, ecc.) la frammentazione dei corpi idrici, l’impoverimento di nutrienti e l’impermeabilizzazione eccessiva dei suoli, l’inquinamento dovuto a nitrificazione e l’esaurimento delle falde. Insomma, l’aumento del rischio idrogeologico e la compromissione del funzionamento dei servizi eco sistemici -per il momento gratuiti poiché in capo a Madre Natura- nel prossimo futuro non potrà essere esclusa dal modello di calcolo dei prezzi di beni e servizi. Orbene, dovremmo escogitare una soluzione per neutralizzare l’egemonia delle politiche perverse (tra cui il crescente business della deforestazione per scopi energetici con cui le pubbliche amministrazioni fanno cassa, rendendosi di fatto complici della devastazione insostenibile del nostro territorio).

Per cominciare, come cittadini dotati di un elevato senso civico, dovremmo anche investigare su come vengono spesi i proventi dagli oneri di urbanizzazione e le tasse sugli immobili. Dovremmo chiederci se sia arrivato il momento di introdurre politiche fiscali che penalizzino dette P.A., quando entro tempi certi non riescano ad attuare piani, o ad incentivare azioni eque e sostenibili. Ad esempio le P.A., piuttosto che rilasciare titoli abilitativi, dovrebbero introdurre politiche, o piani, per risolvere efficacemente il problema del riuso di un cospicuo elenco di edifici abbandonati (spesso al grezzo, anche al nord e non solo nel mezzogiorno) poiché diventati obsoleti, o sconvenienti, per gli speculatori immobiliari. Inoltre, le P.A. dovrebbero disincentivare l’inutilizzo di edifici o introdurre politiche di equo canone poiché economicamente inaccessibili da parte di una crescente fascia della popolazione che, a seguito dell’adozione dell’euro, ha perso il suo potere d’acquisto. A conti fatti, crisi ed euro hanno giovato principalmente i vertici del sistema bancario, o meglio “bancocratico” (aggettivo con accezione negativa: sottende l’ingerenza parassitaria del sistema bancario nella politica e nell’economia di uno Stato, n.d.r.), i quali –non ammettendo il rischio imprenditoriale nei loro statuti- hanno ridotto le maglie dei prestiti al punto di erogarli solo a chi in realtà non ne avrebbe bisogno e, per di più, a tassi irrisori tramite la BEI (Banca Europea degli Investimenti).

Nel 2011 la UE ha fissato l’obiettivo ambizioso di ridurre a zero il consumo di suolo netto “Tabella di marcia per un’Europa efficiente nell’uso delle risorse” entro il 2050, esplicitato attraverso politiche e direttive, come vedremo. Applicando il principio: “Chi inquina paga” Lo Stato potrebbe fare cassa e bonificare, ma solo nell’ipotesi di identificare il colpevole, altrimenti le spese ricadrebbero su tutta la collettività, spalmate sulle tasse. Possibili soluzioni da valutare attentamente sono state proposte nel rapporto pubblicato nel 2014 dal WWF: “Riutilizziamo l’Italia”.

In questa prospettiva, tutti i fondi idonei dell’UE, come ad esempio: LIFE, sviluppo rurale e fondi regionali, dovrebbero essere considerati come strumenti per definire piani di gestione, nonché per attuare misure contro il “land grabbing” (accaparramento della terra), per la tutela degli habitat naturali e delle specie minacciate.

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Gli strumenti per la tutela ambientale

Natura 2000 è una rete di Siti di interesse comunitario (SIC) e di Zone di protezione speciale (ZPS), creata dall’UE nel 1992 con la Direttiva Habitat (recepita in Italia nel 1997 con il D.P.R. 357/1997, successivamente modificato ed integrato dal D.P.R. 120/2003) per la protezione e la conservazione degli habitat naturali e delle specie, animali e vegetali, identificati come prioritari dagli Stati membri dell’Unione europea in appositi elenchi. Si tratta di un processo in itinere che, basato sui principi di prevenzione e precauzione, mira alla conservazione della biodiversità integrandola nelle politiche di sviluppo economico e sociale sostenibile degli Stati membri. Attualmente la rete rappresenta il 19% del suolo nazionale e tutela rispettivamente: 131 habitat, 89 specie di flora e 111 specie di fauna (delle quali 21 di mammiferi, 11 di rettili, 16 di anfibi, 25 di pesci e 38 d’invertebrati (Direttiva Habitat 1992/43/CEE); e circa 387 specie di avifauna (Direttiva Uccelli 1979/409/CEE, sostituita dalla 2009/147/CE).

Per ogni regione italiana è possibile determinare il numero, l’estensione totale in ettari e la percentuale rispetto al territorio complessivo regionale (a terra e a mare) delle zone sottoposte a vincolo di tutela ambientale basta consultare gli appositi elenchi nel sito del ministero dell’Ambiente. Attualmente abbiamo già 275 siti ZPS (ben 49 in Lombardia, ovvero 277.655 ha), 1979 siti SIC-ZSC (ben 208 in Sicilia tra terra e mare, ovvero 469.022 ha) e, infine, 335 siti SIC-ZSC/ZPS (ben 68 in Emilia Romagna tra terra e mare, ovvero 162.218 ha).

La valutazione d’incidenza

La valutazione d’incidenza (VI) è il procedimento di carattere preventivo al quale è necessario sottoporre qualsiasi piano, o progetto, che possa incidere significativamente su un sito della rete Natura 2000, o anche semplicemente in fase di richiesta di protezione. Tale procedura ha lo scopo di salvaguardare l’integrità dei siti attraverso l’esame delle interferenze di interventi non direttamente connessi alla conservazione degli habitat e delle specie, e perciò potenzialmente in grado di condizionarne l’equilibrio ambientale.

La VI è lo strumento di garanzia, dal punto di vista procedurale e sostanziale, per il raggiungimento di un rapporto equilibrato tra la conservazione soddisfacente degli habitat, delle specie e l’uso sostenibile del territorio.

È bene sottolineare che la VI si applica sia agli interventi all’interno delle aree Natura 2000, sia a quelli che pur sviluppandosi all’esterno, possono comportare ripercussioni sullo stato di conservazione dei valori naturali tutelati nel sito. Per una corretta interpretazione dei termini e dei concetti inerenti alla VI rimandiamo al documento tecnico “La gestione dei siti della rete Natura 2000 – Guida all’interpretazione dell’art. 6 della direttiva Habitat”.

Quando non vi sono gli estremi per sottoporre il progetto, o il piano, alle valutazioni di impatto ambientale la VI deve comunque essere realizzata, sia per i progetti (interventi localizzati e puntuali) che per i piani (strumenti di organizzazione territoriale globali e di ampio spettro). In tal modo, la VI realizza un duplice obiettivo: analizzare gli interventi (siano essi puntuali o di ampia scala) e, allo stesso tempo, garantire lo sviluppo della rete Natura 2000.

Infine, la mancata valutazione d’incidenza può comportare l’apertura di Procedure di Infrazione (PI) a carico degli Stati membri e, per il principio di sussidiarietà, anche delle singole Amministrazioni regionali con conseguenti condanne ed eventuali sanzioni economiche.

di Giovanna Barbaro. Fonte: Architettura Sostenibile

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