Archives for maggio2016

Il Bene Comune siamo noi

bene comune

 

 

 

 

di Dafni Ruscetta.

In una situazione di crisi di valori e di legittimità morale di tutto il sistema politico, andare alla radice del problema culturale – non soffermandosi sul solo dato istituzionale – è di fondamentale importanza.

La tendenza di questi tempi è quasi sempre quella di concepire il bene comune in termini di gestione della cosa pubblica da parte di amministratori locali o nazionali, da parte del governo, delle regioni, delle province, dei comuni o, perché no, anche da parte di un semplice condominio. L’argomento del bene comune, invece, visto da una prospettiva più ampia, non può prescindere dagli aspetti culturali di tutta una società, dai valori e dalle abitudini quotidiane dei suoi membri appunto. Il cambiamento, questo è il punto decisivo della questione, non avverrà a partire dalla politica, ma dalla società civile, che è composta da singoli individui.

Se non comprendiamo questo continueremo, negli anni, ad assistere al cambiamento di facciata, che somiglia più ad una moda che a una nuova vera presa di coscienza. Per prima cosa, infatti, il bene comune ha bisogno di essere compreso nella sua accezione più ampia, per poi essere sperimentato, conosciuto non con i soli strumenti intellettuali. Una nuova dimensione culturale del bene comune deve essere vissuta quotidianamente, perché non è più sufficiente raccontare e ‘raccontarsi’ cosa esso rappresenti a parole, non basta sapere – o credere di sapere, talvolta anche con un po’ di presunzione – cosa sia il bene comune.

Una volta che un concetto, un valore morale comune è condiviso dai singoli individui e poi dalla società, occorre poi essere in grado di applicare tali regole, è necessario farle proprie, incorporarle nelle abitudini quotidiane. E’ un processo ‘educativo’ al buon senso comune che richiede tempo, risorse, buona volontà e, soprattutto, molta umiltà.

Faccio degli esempi concreti per meglio comprendere la necessità di una trasformazione più profonda del tessuto socio-culturale. Questo è il Paese dei ‘furbi’ in cui, se ti trovi al supermercato e stai facendo la fila alla cassa per pagare, quando apre una nuova postazione ti aspetti che chi ti sta davanti si sposti verso la cassa che apre; invece è assai verosimile assistere al processo inverso, di chi, dietro di te, si precipita – o si azzuffa – per passare dall’altra parte al fine di evitare la coda e aspettare il proprio turno in maniera civile.

Questo è anche il Paese in cui, se stai cercando un parcheggio in centro da un’ora e improvvisamente lo trovi dopo tante ricerche e stress, metti la freccia, innesti la retromarcia e qualcuno, che nel frattempo è arrivato da dietro, te lo ha già occupato, senza intenzione alcuna di rinunciare a quel parcheggio, a meno di contendertelo a schiaffi e insulti. Esempi di questo tipo ce ne sarebbero molti altri, dimostrazioni di quella che sembra piuttosto la cultura del ‘non bene comune’, ahimè molto diffusa in Italia e non solo in politica, come gli esempi appena citati evidenziano.

Quello che è rilevante è che soprattutto i giovani – ma ciò vale anche per i meno giovani – abbiano una reale e pratica consapevolezza delle dinamiche con cui si realizza il bene comune nella vita di tutti i giorni, delle piccole azioni quotidiane che rendono il vivere insieme una delle azioni più importanti all’interno di una comunità. Queste dinamiche, come ricordavo poc’anzi, occorre abituarsi a metterle in pratica con umiltà, con l’approccio di chi vuole incorporare una sana abitudine e, per farlo, si esercita ogni giorno per familiarizzare con quella pratica. Se questo atteggiamento non fosse compreso, nutrirei ben poche speranze che i giovani possano un giorno fare meglio dei loro predecessori in politica.

Pochi anni fa sono stato testimone di una delle più belle esperienze di bene comune mai messe in atto in nessuna altra parte del mondo nella nostra epoca storica: ho vissuto per una anno in Danimarca, a Copenhagen. Qui il concetto di ‘cohesive power’ – la condivisione di valori comuni molto forti, da non confondersi con il termine ‘identità nazionale’ – è diventato uno dei cavalli di battaglia dei vari governi nazionali – socialdemocratici o conservatori, di destra o di sinistra. Alcuni sondaggi internazionali degli ultimi anni hanno riscontrato, infatti, che i danesi sono tra le popolazioni al mondo con il maggior senso di fiducia reciproca interna; questo sentimento condiviso facilita un clima di maggiore distensione, grazie al quale le persone si sentono tranquille, al sicuro e, di conseguenza, possono cooperare liberamente per il bene comune.
Il bene comune siamo noi, il nostro modo di agire e reagire nei confronti delle altre persone, la nostra visione del mondo, il senso di rispetto e di solidarietà verso i più deboli, la voglia di ascoltare le voci di tutti – che non vuol dire necessariamente accettare tutti i consigli – e di porsi in confronto con il resto del mondo (destra, sinistra, neri, bianchi, ricchi, meno ricchi etc.), il rispetto e la valorizzazione del patrimonio ambientale con il quale viviamo e con cui vorremmo che convivessero anche le generazioni future, che sono i nostri figli.

Proviamo, dunque, a pensare al bene comune come a qualcosa che non appartiene solo alla politica ma alla società intera – di cui la politica è, in fondo, conseguenza – il bene comune è, prima di tutto, la cultura del rispetto reciproco, della condivisione, una nuova attitudine mentale che tutti dovremmo imparare, non solo come puro esercizio intellettuale, bensì come pratica quotidiana.

di Dafni Ruscetta.

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Il vero problema siamo noi

di Dafni Ruscetta

ConanQuanto è accaduto – e per certi versi probabilmente ancora accade – a Roma per l’inchiesta ‘Mafia Capitale’ è allarmante.
Non tanto perché mette in luce i segni di una politica ‘sporca’, corrotta e sempre più autoreferenziale. E nemmeno perché questo può essere un indice dello squallore che ancora non è stato portato alla luce ma che sicuramente giace nel fondo del barile. E’ invece tanto più inquietante perché rivela – semmai ci fosse ancora bisogno di dimostrarlo – lo sfascio, l’imbarbarimento e la decadenza culturale in cui questa nostra stanca comunità (intesa in termini antropologici) sta sprofondando giorno dopo giorno.

E mi preoccupa soprattutto, più che il malcostume della politica a cui ci siamo abituati da oltre un decennio (anche grazie alle numerose denunce di programmi come ‘Report’ ad esempio), il clima da ‘rivoluzione francese’ che si sta creando nel nostro Paese. Premetto che non ho mai provato grande simpatia per il ‘giacobinismo’ rivoluzionario di stampo qualunquista. Parliamoci chiaro, sgombrando il campo da qualsiasi accusa di giustificazione di un sistema istituzionale ‘marcio’ alle radici, non è mia intenzione indurre a minimizzare le responsabilità enormi della politica italiana. A tal riguardo bastano le decine di articoli che ho scritto da alcuni anni a questa parte (peraltro pubblicati su questo blog) sul malcostume e i vizi di un’intera classe dirigente. Ma la cosa che in questo momento più mi irrita non è tanto la classe politica,  quanto l’ipocrisia delle persone, della società civile, che fatica a ragionare. Come se la politica non rappresentasse i cittadini, come se quei rappresentanti non fossero il prodotto e il riflesso – in quanto appartenenti a quella società – della società stessa. Noi non siamo migliori di ‘loro’, noi siamo loro. Come se il sistema di corruzione, di amoralità pubblica, di commistione stato-criminalità (il termine ‘mafia’ non mi piace, essendo ormai abusato), di ‘etica del disgusto’ insomma, facessero parte di una sola categoria sociale, di un solo ambito professionale.  Chi, come il sottoscritto, da anni denuncia l’insopportabilità di un sistema non può non indignarsi nel constatare che quelle stesse persone – oramai la maggioranza – che ora incitano al clima da ‘forca’ siano anch’esse responsabili del malfunzionamento di quel sistema.
E guarda caso, mai nessuno che cerchi di guidare il proprio popolo, i propri ‘vicini di casa’, verso responsabilità comuni più grandi, verso il superamento condiviso di quelle difficoltà, verso una presa di coscienza ‘sana’ e globale del problema da affrontare. Una tale logica giungerebbe, verosimilmente, a soluzioni più rapide e incisive rispetto alla lotta contro un comune nemico immaginario (la classe politica, gli indigenti, gli immigrati etc.). Il progresso dell’umanità starebbe proprio in simili dinamiche, altro che il raggiungimento di nuovi pianeti nell’universo, altro che nuove tecnologie o scoperte scientifiche. Ciò che serve davvero per una qualità della vita migliore è una sorta di maturità collettiva, un nuovo umanesimo, qualcosa che parta da un paradigma culturale diverso, da una consapevolezza che a cambiare – e cambiare si può, sebbene con sacrificio – dobbiamo essere tutti, non solo la classe politica che rappresenta le istituzioni. Se la macchina ha dei gravi difetti strutturali, cambiando solo il pilota non si arriva al traguardo, occorre prima risolvere i problemi meccanici. Dare la colpa ad altri è facile, ma non risolutivo, soprattutto nel lungo periodo. E non basta nemmeno solo urlare al ‘cambiamento culturale’ per ricevere consenso (specie se di natura elettorale), occorre orientare le proprie azioni verso pratiche e abitudini di vita diverse. Il cambiamento culturale, in effetti, è qualcosa che non si preoccupa del consenso elettorale, ma che mira solo ai percorsi che conducono a quel cambiamento.

Da un punto di vista pratico quel cambiamento si realizza con le singole e personali azioni quotidiane. Ce lo insegnano tanti individui, uomini e donne, che hanno fato scelte di vita diverse, che hanno consapevolmente indirizzato la propria esistenza verso situazioni forse meno ‘comode’ e meno evidenti, ma certamente più incoraggianti in termini di salvaguardia della vita futura su questo pianeta. Ed esistono già anche paradigmi e ‘filosofie’ – perché il pensiero umano, specie quello occidentale, è spesso precursore dell’azione e delle scelte individuali e delle masse – in questo senso. Tra queste, quella che mi sembra più convincente al momento è la ‘decrescita felice’, l’unica che aspira a un rovesciamento totale di prospettiva nel lungo periodo, soprattutto nella sua componente culturale e sociale. E lo fa incitando non tanto alla rivolta sociale (sebbene di ‘rivoluzione’ si tratti), ma esortando tutti i cittadini ad adattarsi a stili di vita più sobri e umani, riscoprendo abitudini, savoir faire, e comportamenti di una volta, improntati a un rapporto con l’ambiente, a ritmi e a relazioni umane più semplici e naturali. Non è nemmeno questa la sede per respingere i luoghi comuni e la critica secondo cui, in questo modo, si vorrebbe riportare l’umanità a condizioni di sottosviluppo, a sistemi di lavoro antiquati e retrogradi. La teoria della decrescita non è nulla di tutto ciò, questa è solo la visione ‘infantile’ e sbrigativa da parte dei suoi detrattori per limitarne la diffusione a scopi per lo più ‘politici’.
E non è nemmeno un caso se un grande personaggio del nostro tempo – penso a Papa Francesco – incoraggi costantemente al rispetto e alla riscoperta proprio di quei valori nella nostra società, nel nostro essere individui prima ancora che collettività.  E’ questo ciò di cui abbiamo bisogno, dei nuovi punti di riferimento, di nuovi grandi esempi, di un nuovo paradigma, appunto, attorno a cui far ruotare le singole scelte quotidiane.

di Dafni Ruscetta

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

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La forza di un gesto banale

di Dafni Ruscetta

Una nuova società, una nuova educazione alla convivenza, nascono proprio dai piccoli esempi, dalla “banalità” delle singole azioni verso il mondo che ci circonda, anzitutto nei confronti delle altre persone

Racconto una storia forte che avevo già raccontato un paio di anni fa, ma che era passata abbastanza inosservata per l’indifferenza dei media. Questa storia parla dell’ennesimo episodio di degrado ‘umano e civile’ avvenuto in un centro urbano.
Affichette_Rosa_Parks-962d3-22zevjkE’ Francesca a raccontarmelo, una giovane cagliaritana di 34 anni, la vera protagonista di questa storia. E’ venerdì mattina, 14 maggio, sono le 9.40. Si fa la fila per consegnare pacchi e lettere, un uomo sulla quarantina, che chiameremo Andrea, entra e si siede per attendere il suo turno. Dopo qualche minuto Francesca osserva il giovane uomo e si rende conto che è in difficoltà, gli tremano le mani ed è molto sudato, probabilmente affetto da morbo di Parkinson. La ragazza, preoccupata, si avvicina ad uno sportello qualunque e invita l’impiegata a servire il giovane, anche se l’orologio segna ancora le 9.45. La dipendente risponde che si dovrà attendere l’arrivo della collega, all’orario indicato nel cartello. Il povero Andrea continua a sudare, si lamenta, dice di non farcela più ad aspettare. Alle 9.50 Francesca ci riprova, le pare che l’evidenza sia ormai chiara e che qualcuno dovrà pur prestare attenzione alla sofferenza di un giovane che sta male e che è in attesa semplicemente di ritirare il suo pacco. L’incaricata dello sportello 14, preso possesso della postazione, sostiene di essere impegnata in un altro lavoro e che il signore, se realmente in difficoltà, avrebbe dovuto delegare qualcun altro al ritiro. Sono le 9.52 e lo sportello rimane ancora chiuso. Francesca si avvicina ad Andrea, che la ringrazia per l’attenzione e per la cura nei suoi confronti, mentre tutti i presenti osservano immobili senza intervenire nella circostanza. Andrea guarda ancora la ragazza con uno sguardo di paura mista ad imbarazzo.
Francesca reclama nuovamente l’urgenza di servire il ragazzo ma, sentendo ancora negata tale assistenza dalla dipendente dell’ufficio, si allontana dallo sportello dando le spalle al giovane. L’indifferenza dei presenti e la totale mancanza di senso umano del personale delle Poste le provocano una forte rabbia, che riesce ad esprimere solo con un silenzioso pianto, perché Andrea non possa vederla nel frattempo.

Questa storia rappresenta l’ennesimo evento che merita l’attenzione di chi ha il compito – i media fra tutti – di diffondere una nuova visione della democrazia, dei diritti di ogni cittadino a prescindere dalla sua appartenenza etnica, religiosa, di genere o dalla condizione sociale e di salute.
Il vero problema, la vera emergenza da affrontare da subito risiede nella dimensione personale del singolo individuo, nella sua coscienza e capacità di porsi in maniera “consapevole” verso tutti gli altri esseri umani. La radice del problema è culturale e occorre sradicarla con diversi strumenti, con nuove metodologie educative, non tanto nella collettività ma a livello personale.
Una nuova società, una nuova educazione alla convivenza, nascono proprio dai piccoli esempi, dalla “banalità” delle singole azioni verso il mondo che ci circonda, anzitutto nei confronti delle altre persone.
In fondo, se Rosa Parks, attivista statunitense afroamericana e simbolo del movimento americano per i diritti civili, il cui motto era “stand up for your rights”, a un certo punto ha avuto il coraggio di non cedere il posto ad un bianco su un autobus in cui dominava la scritta “solo per bianchi”, forse la forza di quell’atto quasi “eroico” le sarà derivata proprio dall’aver osservato un bianco piangere per lei…
Senza quelle lacrime, insieme di rabbia, sensibilità e pietà umana, questa energia non può emergere, perché essa nasce proprio dalla sofferenza e dalla liberazione. Quello di Francesca è solo un esempio.

di Dafni Ruscetta

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Una politica visionaria per la Sardegna

2013-04-12 13.52.11di Dafni Ruscetta

Essere Sardi, oggi, può voler dire anche riuscire a trarre vantaggio dalle etichette che ci sono state imposte nel passato, in particolar modo da quella che ci dipinse come: “pochi, pazzi e poco uniti“. Per secoli abbiamo accettato questa rappresentazione e abbiamo continuato a comportarci così, con l’Aga Khan e con Berlusconi, convinti che dopotutto ci convenisse, come i mendicanti, che quanto più s’umiliano tanto più ottengono l’elemosina dei potenti.

E’ vero, siamo pochi, pochissimi, rispetto a un’isola vasta e ancora poco antropizzata. Ma le nostre risorse naturali sarebbero più che sufficienti a darci acqua, pane e insalata. Di formaggio, salsiccia e vino, poi, ne abbiamo abbastanza da esportarne fino in Australia. Ci manca l’energia? Oggi sì, domani no. Molto presto la ricerca sarà capace di fruire del sole e non avremo più bisogno del carbone, del petrolio, del gas.
E cosa significa, poi, essere pazzi? Probabilmente significa seguire strade che altri non seguono, provare a dire e fare qualcosa di diverso. E nella nostra società in decadimento, chi si salverà? Chi inventerà un modello di sviluppo diverso. Quanto più saremo pazzi, tanto più saremo salvi; certamente liberi, forse persino ricchi.
E disuniti? Perché dovrebbe essere una fortuna, essere disuniti? Perché essere disuniti ha prodotto diversità. Sappiamo che ogni paese, in Sardegna, è diverso dall’altro: questa diversità è una ricchezza straordinaria e va esaltata. Le comunità locali della Sardegna non dovrebbero gareggiare a chi fa meglio la stessa cosa: dovrebbero diventare orgogliose di ciò che hanno o fanno solo loro. Questa competizione virtuosa renderebbe la Sardegna ancora più attraente, ed ecco che la nostra disunità costituirebbe un’identità unica. Come dicono i pubblicitari: un brand.
Per fare tutto questo, ovviamente, non è sufficiente l’ammirevole spontaneismo delle comunità locali: serve un progetto comune, un coordinamento di tutte le iniziative, un incentivo alla ricerca e alla sperimentazione. Serve quindi una politica nuova, giovane, competente ma VISIONARIA. L’autosufficienza alimentare ed energetica, la riconversione industriale e turistica, sono processi complessi e lunghi, che proprio per questo non possiamo più rinviare.

L’attuale organizzazione dell’economia e del potere, d’altra parte, è incompatibile con la società Sarda: è contro l’ambiente, contro la pace, contro la salute della gente, contro la prosperità e il benessere, contro la democrazia, contro la morale della convivenza e della solidarietà, contro gli affetti, l’educazione etc. E la vocazione della Sardegna, la sua storia, non sono questo! Sono, semmai, storie di comunitarismo, di solidarietà, di auto-produzione e di sussistenza, di operosità, di sobrietà nei consumi e assenza di sprechi, niente esibizioni di sfarzo, tutte norme di natura morale iscritte nel DNA dei Sardi.
Per iniziare un cammino in questa direzione una nuova impostazione culturale andrebbe favorita: la fiducia e lo spirito di collaborazione, quel ‘senso di comunità’ di cui Beppe Grillo ha parlato nell’ultima e memorabile tappa romana del suo Tsunami tour. Così come accade in molti paesi del nord Europa – e in particolare nei paesi scandinavi – questo sentimento comune facilita un clima di maggiore distensione, grazie al quale le persone cooperano liberamente per il bene comune.
In Sardegna, il retaggio di uno spirito simile esiste da sempre, come ci ha ricordato per molto tempo Eliseo Spiga. Un’economia informale basata sulla reciprocità e sulla solidarietà è sempre esistita, si chiama “s’ajudu torrau”, l’aiuto restituito di amici e vicini per la vendemmia, per la mietitura, per la tosatura etc. Si chiama “sa paradura” etc.

La gente dovrebbe riprendere in mano le cose fondamentali del proprio vivere quotidiano…il cibo, chi lo produce, l’energia e le relazioni umane, partendo anzitutto dalla sovranità alimentare ed energetica, dal rispetto delle nostre risorse umane e materiali. I km zero, il biologico, la filiera di qualità del settore alimentare sono tutte opportunità che dovrebbero essere sostenute da un futuro e rinnovato governo regionale.
Basti pensare che l’85% di ciò che i Sardi trovano quotidianamente sulle loro tavole è prodotto fuori dalla Sardegna. Rilanciando la nostra agricoltura, in un’ottica di rapporto non invasivo con la terra, si darebbe vita a un circolo virtuoso, i cui effetti più evidenti sarebbero la sovranità alimentare, lo sviluppo locale, un aumento considerevole di posti di lavoro, il recupero della biodiversità e dei saperi locali, la genuinità e stagionalità degli alimenti, la drastica riduzione delle emissioni nocive dovute all’importazione di derrate alimentari. Sono questi i temi della decrescita.
Forse è allora arrivato il momento di una politica che voglia davvero svoltare, prendendosi anche la responsabilità e il coraggio di dire ai cittadini che non è possibile continuare a foraggiare all’infinito, con soldi pubblici, i grandi gruppi (italiani o esteri che siano) che ogni anno ricorrono al ricatto dell’occupazione per ‘spolpare’ il nostro territorio, che è necessario semmai investire nelle energie rinnovabili.

Il futuro della Sardegna, inoltre, dovrebbe porre in agenda come prioritarie le politiche per il sostegno dell’istruzione a tutti i livelli, per il collegamento tra Università e mondo del lavoro e delle imprese. In ogni percorso formativo gli studenti dovrebbero sempre più alternare periodi di studio e lavoro, come accade nella maggior parte dei paesi europei e anglosassoni.
Chi, come noi, ha l’ambizione di farsi portatore di una concezione della Sardegna alternativa, innovativa e visionaria non può non farlo attraverso le assemblee elettive, le istituzioni, per realizzare passi concreti in quella direzione perché i vari movimenti di cittadini hanno il compito, anzi il dovere, di portare queste idee nei posti in cui si decide, perché in pochi posti si decide quello che si fa nella maggior parte del territorio.

di Dafni Ruscetta

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La dittatura della delegittimazione

di Dafni Ruscetta

A qualcuno i toni usati da Grillo a volte possono dar fastidio, sebbene tenti di esprimere contenuti forti e di cui quasi nessuno ha il coraggio di parlare. Tuttavia, probabilmente, anche quanti amano definirsi ‘moderati’, gli ‘schizzinosi’, fanno finta di non aver compreso che è ora di cambiare le cose anche attraverso il modo di reagire, abbandonando il conformismo generalizzato e indotto. E’ arrivato il momento di ’indignarsi’ fermamente di fronte a quanto sta accadendo, di arrabbiarsi contro chi continua a raccontare ‘bugie’ o ‘mezze verità’ al fine di mantenere un ordine che si sta sgretolando sotto i colpi dell’avidità, dell’egoismo e della resistenza al cambiamento. Lo sdegno, sia chiaro, non può – e non deve – manifestarsi con la sopraffazione e l’offesa nei confronti di altri individui, trattandosi di scelte altrettanto conformiste e ben più pericolose. Indignarsi dovrebbe essere inteso come insofferenza verso l’accettazione di un’unica visione del mondo, così come ci viene presentata da una strategia di controllo mediatico e culturale ormai diffusa e consolidata da tempo. L’obiettivo è di stimolare, in un momento forse unico e irripetibile nel nostro Paese per le stesse condizioni storiche che lo hanno generato, una riflessione autenticamente anti-conformista.

In queste settimane convulse e un po’ ‘nervose’ si notano i primi segnali di una nuova fase, di qualcosa che, se paragonato a quanto abbiamo vissuto negli ultimi anni, assomiglia a un primo vero cambiamento di rotta. Così come accadde all’epoca di Tangentopoli, tuttavia, le nuove spinte moralizzatrici appaiono quasi come quelle operazioni di marketing – da parte del solito sistema di potere – per rifarsi il trucco, per riciclarsi, che come il risultato di una consapevole presa di coscienza. Affiorano quindi nuovi nemici da affrontare: la vecchia classe politica, le diverse categorie sociali che si ritrovano le une contro le altre (ricchi contro poveri, giovani contro pensionati, le varie corporazioni etc.) per colpe che ciascuno ha voluto attribuire all’altro. Emergono ‘nuove’ identità da inventarsi e da far indossare alla massa, spesso sottoforma di slogan più o meno rivoluzionari. Allora il conformismo come descrizione della realtà riprende piede, ma in un’altra direzione: i registi sono sempre gli stessi, gli attori anche. Cambia soltanto la forma della rappresentazione. Devi decidere, dunque, se stare di qua o di là, con quale etichetta farti catalogare, in che modo farti annullare in questa “paralisi mentale indotta”, perché per sentirti al sicuro devi pur scegliere un posto in cui stare.
L’aver citato Grillo, in realtà, serve per spiegare come sia facile creare le condizioni per il conformismo intollerante e per la delegittimazione dell’altrui visione del mondo, delle opinioni e finanche del modo di esprimerle. Il mainstream mediatico nazionale sostiene un modo sempre più inquietante di fare informazione, tanto da una parte (politica) che dall’altra. Il caso Grillo, ancora una volta, conferma come parte dell’establishment politico sia ancora terrorizzato “che gli italiani possano uscire dal recinto dove sono stati rinchiusi”, dimostra che o ti conformi o sei un delinquente, o ti adegui al senso comune, al suo linguaggio diffuso oppure sei un ‘talebano’, uno squilibrato, un traditore. Sembra che nemmeno più la lingua – le singole parole – abbia un valore condiviso in questa Italia ormai impazzita, dove ognuno può dare la propria lettura non solo degli eventi e dei fatti che li contraddistinguono, ma anche delle frasi, dei termini che si utilizzano. Pare quasi che non ci si capisca più l’un l’altro, si possono dare interpretazioni personali su ogni singola dichiarazione, su una frase e poi commentare sulla base di quell’unica visione. L’odiosa abitudine di parte dei media italiani di attaccare qualcuno, con toni scandalistici, accusandolo di aver rilasciato dichiarazioni “shock” o di aver detto qualcosa di terribile – anche quando si tratta di semplici e coraggiose dimostrazioni di non voler uniformarsi al modello dominante – non è forse il sintomo preoccupante di una deriva verso il ‘pensiero unico’? Il rischio, questa volta, è che un tale modello sia avallato non da un’unica parte o ‘folcloristicamente’ da un singolo sottosegretario o ministro o leader di partito, ma da un’intera classe dirigente (che, per inteso, non è solo quella politica, ma riguarda tutte le forme del potere) e da gran parte della società civile che la sostiene e che fa finta di non comprenderne i disegni di restaurazione.
di Dafni Ruscetta
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Sulla laurea delle donne…

Questo articolo di alcuni mesi fa (da Il Foglio.it) dice che più le donne si laureano meno fanno figli e più la civiltà scompare. Dimentica che l’Italia ha uno dei tassi di natalità più bassi in Europa (9 nascite all’anno ogni 1000 abitanti) ma anche uno dei tassi di donne laureate più bassi, mentre in Norvegia, dove oltre metà delle donne sono laureate, il tasso di natalità è di 12 nascite ogni 1000 abitanti. Curioso, no?
E visto che in questi giorni si parla di Iran, lo sapevate che il 60% degli studenti universitari iraniani sono donne? E che il 70% delle lauree in ingegneria lo prendono le donne, in uno dei paesi che sta laureando più ingegneri in proporzione alla popolazione? Eppure il tasso di natalità iraniano è 18/1000.
Tranquilli, la civiltà non scompare se le donne si laureano. Diciamo che non c’è civiltà dove si chiudono gli asili nido e si ostacola in mille modi la maternità.

di Pino Cabras

Perché la laurea delle donne è una causa del declino demografico

Ai padri con figlie in età da università. Anche lo storico americano Steven Mintz, professore dell’Università del Texas e autore di “The prime of life. A history of modern adulthood”, vede nella laurea una causa del declino demografico: “Il rallentamento dell’economia e la crescita dell’importanza attribuita a una buona formazione universitaria fa sì che sempre più giovani ritardino il matrimonio o scelgano di non sposarsi”. Non solo in Italia, dunque, ma nell’intero Occidente l’istruzione universitaria di massa, che sposta troppo in avanti la scelta di riprodursi, si configura come un pericolo per la sopravvivenza della società. Oltre che per la trasmissione dell’onomastica famigliare e del dna genitoriale. I padri ci pensino bene prima di mandare all’università le figlie (Mintz parla dei figli in generale ma siccome la fertilità maschile si conserva più a lungo il problema è innanzitutto femminile): commetterebbero un gesto antisociale.

da Il Foglio.it

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Ripartire dalle comunità di Sardegna

 

slide4-e1354641427861-150x150Il pensiero di Eliseo Spiga, riportato fedelmente in un piccolo volume dal titolo “Manifesto delle Comunità di Sardegna. Per una economia felice e ricca di futuro”, coinvolge sia da un punto di vista emotivo che da un punto di vista intellettuale, perché è tremendamente attuale. Volendo per il momento tralasciare l’aspetto politico della Sardità e concentrandosi su quello culturale di questo pensiero, appassiona la proposta di ripartire da un’ipotesi comunitaria per “sgombrare il campo dalle macerie morali e ideologiche che la nostra civiltà ha accumulato in decenni di decadenza culturale”.
L’attuale organizzazione dell’economia e del potere è incompatibile con la società Sarda, è contro l’ambiente, contro la pace, contro la salute della gente, contro la prosperità e il benessere, contro la democrazia, contro la morale della convivenza e della solidarietà, contro gli affetti, l’educazione etc. E la vocazione della Sardegna, la sua storia, non è questa! E’, semmai, storia di comunitarismo, di solidarietà, di auto-produzione e di sussistenza, di operosità, di sobrietà nei consumi e niente sprechi, niente esibizioni di sfarzo, tutte norme di natura morale iscritte nel DNA dei Sardi.
Già esiste, in Sardegna, un’economia informale basata sulla reciprocità e sulla solidarietà…la nostra “eresia” – come la chiamava Spiga – è già in atto…si chiama “s’ajudu torrau”, l’aiuto di amici e vicini per la vendemmia, per la mietitura, per la tosatura etc. Si chiama “sa paradura”. Ancora oggi, in alcuni paesini della Sardegna, quando c’è un lutto in famiglia, i vicini, parenti, amici della famiglia preparano da mangiare per i la famiglia del defunto. Anche questo è un rituale della comunità, un rituale di solidarietà, di supporto reciproco.
Pochi fa ho fatto una ricerca etnografica per l’Università di Copenhagen, sulla rivalorizzazione di alcune zone interne della Sardegna (in particolare la Planargia) partendo dalla cultura locale come risorsa. Bene, una cosa che mi colpì particolarmente fu che le comunità locali – purtroppo ciò non vale ancora per le giovani generazioni – non solo praticano ancora quotidianamente l’auto-produzione, ma addirittura si scambiano continuamente le reciproche produzioni, in un ciclo di dare e avere che integra – e a volte sostituisce – l’economia formale e di mercato.
E chi ha, come noi, l’ambizione di farsi portatore di una concezione del nostro Paese che sia alternativa a quella dominante deve utilizzare le assemblee elettive, le istituzioni, per realizzare passi concreti in quella direzione perché i vari movimenti di cittadini hanno il compito, anzi il dovere, di portare queste idee nei posti in cui si decide, perché in pochi posti si decide quello che si fa nella maggior parte del territorio.

Foto di Matteo Deiana

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Preparare il terreno per la ‘semina’

Le premesse per il futuro nostro e dei nostri figli dipendono dalle scelte che stiamo facendo oggi. Il nostro sistema presenta evidenti squilibri sociali e generazionali che influenzano negativamente il benessere collettivo. E’ giunto il momento di ripensare modelli nuovi e alternativi a quelli sinora adottati, stili di vita sostenibili, più coerenti con le risorse di cui disponiamo, partendo da questioni cruciali come l’equità sociale e i diritti. Tutte variabili peraltro già comprese anche nei principi e nelle intenzioni del movimento per la ‘decrescita’ di Maurizio Pallante.
Per iniziare un cammino in questa direzione una nuova impostazione culturale andrebbe favorita: la fiducia e lo spirito di collaborazione, quel ‘senso di comunità’ di cui Grillo parlò nell’ultima e memorabile tappa romana dello Tsunami tour di qualche anno fa. Così come accade in molti paesi del nord Europa – e in particolare nei paesi scandinavi – questo sentimento comune facilita un clima di maggiore distensione, grazie al quale le persone cooperano liberamente per il bene comune.
Rimane da constatare anzitutto lo scarso coinvolgimento dei giovani nella vita del nostro paese. Sebbene anche la Germania presenti un andamento demografico simile a quello italiano, tuttavia i tedeschi – così come la Danimarca e gli altri paesi scandinavi – hanno saputo promuovere la piena partecipazione dei giovani, grazie a un sistema davvero meritocratico e innescando così quelle basi per una solida ripresa economica e sociale.
Il tasso di occupazione giovanile, nel nostro paese, è uno dei più bassi d’Europa. L’Italia è anche uno dei paesi con la più alta percentuale di giovani che dipendono economicamente dai genitori e questo non è imputabile solo a fattori culturali. Certamente il ‘fattore culturale’ ha un peso nel determinare una simile situazione, ma non possiamo non riconoscere che le condizioni materiali a cui i giovani italiani sono esposti rendano poco attrattiva l’uscita dalle famiglie. La flessibilità, ad esempio, di cui tanto si parla ultimamente e che il nostro attuale Premier ha sbandierato quasi come un valore per le nuove generazioni, non è mai stata accompagnata da adeguati ammortizzatori sociali che ne riducessero i rischi in caso di perdita del lavoro. In un paese che non si trova in stato di “piena occupazione” questo ha rappresentato un atto di miopia (o forse di egoismo) da parte della classe dirigente. Una prima soluzione a questo problema, allora, si ritrova nella garanzia di poter disporre di un sostegno al reddito dopo perdita del lavoro. Il cosiddetto ‘reddito di cittadinanza’  (da sempre punto primo nel programma nei programmi del M5S), è una realtà presente in quasi tutti i paesi europei, a esclusione di Grecia, Ungheria e Italia.
Come di fondamentale importanza è il rapporto tra formazione e lavoro. In ogni percorso formativo gli studenti dovrebbero sempre più alternare periodi di studio e lavoro, come accade nella maggior parte dei paesi europei e anglosassoni. I percorsi di studio, inoltre, dovrebbero essere sempre più mirati alle imprese e al mondo del lavoro, rendendoli più pratici e meno teorici e adeguando costantemente anche la formazione dei docenti a tal fine. Negli Stati Uniti, ad esempio, nei manuali di diritto spesso non si studia solo la teoria, ma atti, sentenze etc, che preparano alle dinamiche della pratica del lavoro quotidiano. Molte università di paesi anche a noi vicini già da tempo prevedono percorsi di studio in aula intervallati da brevi periodi di lavoro in imprese/enti con esse collegati e gli stessi docenti di quelle facoltà partecipano costantemente a programmi di formazione e di aggiornamento delle competenze e delle esigenze del mondo del lavoro.

di Dafni Ruscetta

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Per cambiare davvero il Paese

Utopie minimalistePubblico integralmente le riflessioni da cui è stato tratto un mio contributo di qualche tempo fa su L’Unione Sarda, sulla natura del cambiamento individuale ancor prima che a livello collettivo.
L’articolo è stato anche ripreso, nella sua versione integrale, da Megachip.

di Dafni Ruscetta

Da qualche anno scrivo articoli sulla natura profonda di un vero cambiamento della società, che non può che partire dalla dimensione personale di ognuno. Recentemente ho letto un libro che, nel confermare alcune considerazioni che ho sviluppato in questi ultimi anni, esprime la necessità di un nuovo umanesimo da cui ripartire per un genuino cambiamento socio-culturale.

Sono rare le letture che sanno essere in qualche modo ‘trasformative’. Il saggio del Professor Luigi Zoja (edito da Chiarelettere), che fornisce diversi spunti per acute e appassionate riflessioni, dà un senso di trasformazione già dal titolo: ‘Utopie minimaliste’ (intendendo per ‘minimalista’ fatto di piccoli e semplici gesti). Zoja, infatti, parla di nuove forme di “eroismo minimalista”, interiore e “individuativo”, che abbia cioè per meta lo sviluppo della personalità individuale. Tramite il processo di “individuazione” (secondo Jung quel processo di crescita interiore di un individuo e lo sviluppo del suo potenziale psicologico) il soggetto sarebbe in grado poi di proiettarsi nella società, comprendendo a quali modelli collettivi l’ambiente lo abitua per mezzo dei processi culturali, perché le forze dominanti hanno sempre imposto alla massa ideali preconfezionati.

Per ottenere ciò occorre, anzitutto, aiutare la mente nella dis-identificazione dal gruppo, dalla condotta collettiva, superandone i condizionamenti vari (Zoja riporta, come esempio al riguardo, due personaggi affascinanti della storia: Buddha e San Francesco). Nella società iper-consumista e orientata verso modelli esteriori (dove il rispetto si cerca sempre più tramite ‘verniciature’ esterne, come vestiti o automobili), tuttavia con maggiore frequenza si cercano modelli di azione interiore. Probabilmente, ciò che Battiato definisce ‘centro di gravità permanente’. Partire dall’individuo per arrivare alle masse e non viceversa dunque. Qualunque programma politico dovrebbe tenerne conto.

Il Presidente dell’Uruguay Mujica, in un suo discorso divenuto ormai famoso, disse che “lo sviluppo deve favorire la felicità umana, l’amore per la terra, le relazioni umane, la cura dei figli, l’avere amici, l’avere il giusto, l’elementare”.

Spesso, tuttavia, le proposte di miglioramento puntano subito agli interventi nella collettività, partendo dalle masse, ma la loro realizzazione viene affidata a persone che, per lo più, non hanno avuto occasione di migliorare se stesse. Anche all’interno di nuovi modelli alternativi, che si propongono di cambiare ‘culturalmente’ la concezione di politica e di società, un simile ragionamento andrebbe affrontato forse con convinzione.

Sono pertanto convinto che occorra prevedere un minimo di criterio per la selezione della futura classe dirigente – nel senso di maturità individuale e di consapevolezza, di cui parlavo poc’anzi – ma anche di graduale formazione (il processo di conoscenza di se stessi non è mai repentino) di quelle leve che andranno quantomeno a partecipare al governo del paese nei prossimi anni e decenni. E mi auguro che una simile strategia di formazione, di educazione e sensibilizzazione a un livello così profondo delle coscienze, farà parte di un imminente programma a favore di tutti i cittadini. Questo mi sembra il passaggio concreto e fondamentale: la diffusione, includendola nella lotta politica di ogni giorno e sfruttando le grandi potenzialità della comunicazione, di nuovi modelli culturali a favore della collettività. Da subito, perché le persone inizino a ‘incorporarli’, per usare un termine caro al sociologo francese Pierre Bourdieu.

Questo rappresenterebbe un grande passo in avanti per il progresso di molte società avanzate, una nuova fase evolutiva della storia dell’umanità che consentirebbe, al contempo, a tutti coloro che hanno a cuore un ‘reale’ miglioramento delle condizioni di vita delle persone, di continuare ad aderire a un progetto credibile e ambizioso che punti a spargere semi in grado di produrre radici forti e stabili anche nei prossimi secoli.
Parafrasando Gramsci: “Conoscetevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra consapevolezza”.

Fonte: ‘Utopie minimaliste’. Un mondo più desiderabile anche senza eroi. Di L. Zoja, Ed. Chiarelettere.
Le foto qui sopra riproduce una parte della copertina del libro.

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Sulla politica in periodo elettorale

di Dafni Ruscetta

imagesFare politica militante, in termini elettorali ancor prima che istituzionali, se non si è preparati psicologicamente, può imbruttire. E dividere le persone. Perché? Perché spesso il peggio dell’umanità viene fuori nei momenti in cui l’illusione del potere (prestigio, risorse, favori, importanza personale, narcisismo etc.) stimola impulsi e dinamiche  incontrollabili, come la competizione sleale ad esempio, spesso attuata con la menzogna. Oppure la vanità, l’egocentrismo puro che ci fa vedere solo noi davanti a noi. E che ci fa spesso agire secondo schemi di convenienza, di accettazione e di compromesso, di falsità, di calcolo personale. La politica attiva e militante, a qualunque livello questa sia ‘praticata’, è spesso logorante, talvolta lontana dal vero senso dello stare al mondo, a prescindere dalle diverse visioni del mondo. Le vere rivoluzioni, quelle permanenti, possono solo partire da uomini (e donne ovviamente) ‘nuovi’, consapevoli,  liberi…Ciò di cui parla spesso  anche Battiato nei testi delle sue canzoni.

Inoltre, la politica nel suo aspetto più ‘commerciale’ (le elezioni) impone che una persona debba piacere a molti, in un sistema che codifica in maniera molto precisa l’ideale di ‘eroe’ che le masse dovrebbero seguire e in qualche modo ‘adorare’. Per piacere a molti, quella persona deve necessariamente imparare a esprimersi secondo codici propri di quel contesto culturale, cioè dei meccanismi di ‘vendita’, di marketing politico, di convenienza o di ‘clan’ che, a seconda della personalità dell’individuo, possono anche tradursi in schemi di artificialità, di ‘finzione’.  Spesso, per riuscire nell’arena politico-elettorale, occorre avere attitudini di tipo commerciale. Capita, invece, che soggetti con personalità più riservate, introverse – ma non per questo meno promettenti e brillanti, anzi forse il contrario –  raramente riescano a emergere in questo contesto, a meno che non siano state cooptate in virtù di appartenenze  a vari cerchi magici della società.  Se non fai parte di determinate categorie socio-professionali la politica – soprattutto quella praticata a certi livelli – difficilmente può diventare un’attività per tutti…

di Dafni Ruscetta

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