Ripartire dalle comunità di Sardegna

 

slide4-e1354641427861-150x150Il pensiero di Eliseo Spiga, riportato fedelmente in un piccolo volume dal titolo “Manifesto delle Comunità di Sardegna. Per una economia felice e ricca di futuro”, coinvolge sia da un punto di vista emotivo che da un punto di vista intellettuale, perché è tremendamente attuale. Volendo per il momento tralasciare l’aspetto politico della Sardità e concentrandosi su quello culturale di questo pensiero, appassiona la proposta di ripartire da un’ipotesi comunitaria per “sgombrare il campo dalle macerie morali e ideologiche che la nostra civiltà ha accumulato in decenni di decadenza culturale”.
L’attuale organizzazione dell’economia e del potere è incompatibile con la società Sarda, è contro l’ambiente, contro la pace, contro la salute della gente, contro la prosperità e il benessere, contro la democrazia, contro la morale della convivenza e della solidarietà, contro gli affetti, l’educazione etc. E la vocazione della Sardegna, la sua storia, non è questa! E’, semmai, storia di comunitarismo, di solidarietà, di auto-produzione e di sussistenza, di operosità, di sobrietà nei consumi e niente sprechi, niente esibizioni di sfarzo, tutte norme di natura morale iscritte nel DNA dei Sardi.
Già esiste, in Sardegna, un’economia informale basata sulla reciprocità e sulla solidarietà…la nostra “eresia” – come la chiamava Spiga – è già in atto…si chiama “s’ajudu torrau”, l’aiuto di amici e vicini per la vendemmia, per la mietitura, per la tosatura etc. Si chiama “sa paradura”. Ancora oggi, in alcuni paesini della Sardegna, quando c’è un lutto in famiglia, i vicini, parenti, amici della famiglia preparano da mangiare per i la famiglia del defunto. Anche questo è un rituale della comunità, un rituale di solidarietà, di supporto reciproco.
Pochi fa ho fatto una ricerca etnografica per l’Università di Copenhagen, sulla rivalorizzazione di alcune zone interne della Sardegna (in particolare la Planargia) partendo dalla cultura locale come risorsa. Bene, una cosa che mi colpì particolarmente fu che le comunità locali – purtroppo ciò non vale ancora per le giovani generazioni – non solo praticano ancora quotidianamente l’auto-produzione, ma addirittura si scambiano continuamente le reciproche produzioni, in un ciclo di dare e avere che integra – e a volte sostituisce – l’economia formale e di mercato.
E chi ha, come noi, l’ambizione di farsi portatore di una concezione del nostro Paese che sia alternativa a quella dominante deve utilizzare le assemblee elettive, le istituzioni, per realizzare passi concreti in quella direzione perché i vari movimenti di cittadini hanno il compito, anzi il dovere, di portare queste idee nei posti in cui si decide, perché in pochi posti si decide quello che si fa nella maggior parte del territorio.

Foto di Matteo Deiana

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