Una politica visionaria per la Sardegna

2013-04-12 13.52.11di Dafni Ruscetta

Essere Sardi, oggi, può voler dire anche riuscire a trarre vantaggio dalle etichette che ci sono state imposte nel passato, in particolar modo da quella che ci dipinse come: “pochi, pazzi e poco uniti“. Per secoli abbiamo accettato questa rappresentazione e abbiamo continuato a comportarci così, con l’Aga Khan e con Berlusconi, convinti che dopotutto ci convenisse, come i mendicanti, che quanto più s’umiliano tanto più ottengono l’elemosina dei potenti.

E’ vero, siamo pochi, pochissimi, rispetto a un’isola vasta e ancora poco antropizzata. Ma le nostre risorse naturali sarebbero più che sufficienti a darci acqua, pane e insalata. Di formaggio, salsiccia e vino, poi, ne abbiamo abbastanza da esportarne fino in Australia. Ci manca l’energia? Oggi sì, domani no. Molto presto la ricerca sarà capace di fruire del sole e non avremo più bisogno del carbone, del petrolio, del gas.
E cosa significa, poi, essere pazzi? Probabilmente significa seguire strade che altri non seguono, provare a dire e fare qualcosa di diverso. E nella nostra società in decadimento, chi si salverà? Chi inventerà un modello di sviluppo diverso. Quanto più saremo pazzi, tanto più saremo salvi; certamente liberi, forse persino ricchi.
E disuniti? Perché dovrebbe essere una fortuna, essere disuniti? Perché essere disuniti ha prodotto diversità. Sappiamo che ogni paese, in Sardegna, è diverso dall’altro: questa diversità è una ricchezza straordinaria e va esaltata. Le comunità locali della Sardegna non dovrebbero gareggiare a chi fa meglio la stessa cosa: dovrebbero diventare orgogliose di ciò che hanno o fanno solo loro. Questa competizione virtuosa renderebbe la Sardegna ancora più attraente, ed ecco che la nostra disunità costituirebbe un’identità unica. Come dicono i pubblicitari: un brand.
Per fare tutto questo, ovviamente, non è sufficiente l’ammirevole spontaneismo delle comunità locali: serve un progetto comune, un coordinamento di tutte le iniziative, un incentivo alla ricerca e alla sperimentazione. Serve quindi una politica nuova, giovane, competente ma VISIONARIA. L’autosufficienza alimentare ed energetica, la riconversione industriale e turistica, sono processi complessi e lunghi, che proprio per questo non possiamo più rinviare.

L’attuale organizzazione dell’economia e del potere, d’altra parte, è incompatibile con la società Sarda: è contro l’ambiente, contro la pace, contro la salute della gente, contro la prosperità e il benessere, contro la democrazia, contro la morale della convivenza e della solidarietà, contro gli affetti, l’educazione etc. E la vocazione della Sardegna, la sua storia, non sono questo! Sono, semmai, storie di comunitarismo, di solidarietà, di auto-produzione e di sussistenza, di operosità, di sobrietà nei consumi e assenza di sprechi, niente esibizioni di sfarzo, tutte norme di natura morale iscritte nel DNA dei Sardi.
Per iniziare un cammino in questa direzione una nuova impostazione culturale andrebbe favorita: la fiducia e lo spirito di collaborazione, quel ‘senso di comunità’ di cui Beppe Grillo ha parlato nell’ultima e memorabile tappa romana del suo Tsunami tour. Così come accade in molti paesi del nord Europa – e in particolare nei paesi scandinavi – questo sentimento comune facilita un clima di maggiore distensione, grazie al quale le persone cooperano liberamente per il bene comune.
In Sardegna, il retaggio di uno spirito simile esiste da sempre, come ci ha ricordato per molto tempo Eliseo Spiga. Un’economia informale basata sulla reciprocità e sulla solidarietà è sempre esistita, si chiama “s’ajudu torrau”, l’aiuto restituito di amici e vicini per la vendemmia, per la mietitura, per la tosatura etc. Si chiama “sa paradura” etc.

La gente dovrebbe riprendere in mano le cose fondamentali del proprio vivere quotidiano…il cibo, chi lo produce, l’energia e le relazioni umane, partendo anzitutto dalla sovranità alimentare ed energetica, dal rispetto delle nostre risorse umane e materiali. I km zero, il biologico, la filiera di qualità del settore alimentare sono tutte opportunità che dovrebbero essere sostenute da un futuro e rinnovato governo regionale.
Basti pensare che l’85% di ciò che i Sardi trovano quotidianamente sulle loro tavole è prodotto fuori dalla Sardegna. Rilanciando la nostra agricoltura, in un’ottica di rapporto non invasivo con la terra, si darebbe vita a un circolo virtuoso, i cui effetti più evidenti sarebbero la sovranità alimentare, lo sviluppo locale, un aumento considerevole di posti di lavoro, il recupero della biodiversità e dei saperi locali, la genuinità e stagionalità degli alimenti, la drastica riduzione delle emissioni nocive dovute all’importazione di derrate alimentari. Sono questi i temi della decrescita.
Forse è allora arrivato il momento di una politica che voglia davvero svoltare, prendendosi anche la responsabilità e il coraggio di dire ai cittadini che non è possibile continuare a foraggiare all’infinito, con soldi pubblici, i grandi gruppi (italiani o esteri che siano) che ogni anno ricorrono al ricatto dell’occupazione per ‘spolpare’ il nostro territorio, che è necessario semmai investire nelle energie rinnovabili.

Il futuro della Sardegna, inoltre, dovrebbe porre in agenda come prioritarie le politiche per il sostegno dell’istruzione a tutti i livelli, per il collegamento tra Università e mondo del lavoro e delle imprese. In ogni percorso formativo gli studenti dovrebbero sempre più alternare periodi di studio e lavoro, come accade nella maggior parte dei paesi europei e anglosassoni.
Chi, come noi, ha l’ambizione di farsi portatore di una concezione della Sardegna alternativa, innovativa e visionaria non può non farlo attraverso le assemblee elettive, le istituzioni, per realizzare passi concreti in quella direzione perché i vari movimenti di cittadini hanno il compito, anzi il dovere, di portare queste idee nei posti in cui si decide, perché in pochi posti si decide quello che si fa nella maggior parte del territorio.

di Dafni Ruscetta

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