Archives for giugno2016

Contro la “sinistra” elitaria

di Aldo Giannuli

sinistra_elitaria_940Fra gli effetti positivi ed imprevisti del referendum sulla Brexit c’è un certo effetto di “cartina di tornasole” che ci rivela quel che pensa effettivamente una certa sinistra, che in Italia possiamo identificare nel  Pd e nei suoi alleati.

Ha iniziato un alleato come Monti (quello che Renzi, in un momento di baruffa, si lasciò andare e definì “illuminato”, ecco… appunto) che ha rimproverato Cameron del delitto di lesa maestà per aver dato la parola al popolo con il referendum, un vero “abuso di democrazia” (parole testuali dell’illuminato uomo politico e statista).

Poi ci si è aggiunto anche Giorgio Napolitano, altro illuminato progressista, che ha sentenziato che su argomenti così complessi non si può interpellare il popolo che evidentemente non ha gli strumenti per capire. In effetti la stessa cosa si può dire della Costituzione, del nucleare, del codice penale o civile, della responsabilità dei magistrati, e, in fondo anche divorzio, aborto o, diciamola tutta, anche decidere fra Repubblica e Monarchia non sono temi semplici alla portata del popolo bue.  Magari questo lo pensò, nel giugno 1946, Umberto II di Savoia e, si sa, il sangue non è acqua.

Poi è giunto il verbo dell’eccelso storico e politologo Roberto Saviano che, dall’alto dei suoi studi, ha decretato che quelli che hanno votato Brexit sono tutti fascisti e nazisti! E Saviano è una delle teste più lucide dell’intellettualità di sinistra, anche se dovrebbe perdere ancora un po’ di capelli per giungere alla lucidità integrale.

Poi la Melandri ha ritwittato con simpatia la massima di un tale: “Ma perché anziché negare il voto nei primi 18 anni non lo togliamo negli ultimi 18 di vita?”. Giusto, solo che c’è un problema: fissare il termine a quo calcolare i 18 ultimi, visto che la gente si ostina a morire a casaccio nelle età più disparate. Certo, si potrebbe fissare per legge il “fine vita” (e l’evoluzione ideologica del Pd va in questa direzione “giovanilistica”), però non credo converrebbe tanto all’on Giovanna Melandri che, insomma, proprio una ragazzina non è più ma solo una ex bella donna. Potremmo proseguire con gli esempi.

Sta venendo fuori tutta l’anima ferocemente classista, elitaria, antipopolare di questa sinistra dei salotti.

Io appartengo ad un’altra sinistra, che sa perfettamente di dover affrontare le sfide del mondo della globalizzazione, ma che non dimentica il Psi che organizzava le scuole di alfabetizzazione per insegnare agli operai a legge e scrivere per conquistare quel diritto di voto che questi oggi vorrebbero togliere; che non dimentica il “cafone” Peppino Di Vittorio, che un titolo di studio non lo prese mai ma che insegnò ai braccianti a non togliersi il cappello davanti ai “signori” e che a questi intellettuali di “sinistra” avrebbe potuto insegnare molte cose; che non dimentica le scuole delle repubbliche partigiane come quella organizzata nell’Ossola da Gisella Floreanini; non dimentica intellettuali dome Umberto Terracini, Antonio Gramsci, Concetto Marchesi, Vittorio Foa, che erano veri grandi intellettuali (non come questi cialtroni della gauche caviar) che non nutrivano nessuna spocchia intellettuale e la vita l’hanno spesa per emancipare culturalmente, economicamente e politicamente le classi popolari.

La mia sinistra non ignora i problemi dell’oggi, ma non si piega all’idea che la migliore sinistra è … la destra elitaria e classista.

Lo confesso, questa sinistra al chachemire, la sinistra delle terrazze romane , ebbene si, mi fa schifo non solo politicamente, ma più ancora moralmente ed umanamente, perché la “sinistra” neoliberista ed elitaria non esiste: è solo una ignobile truffa. Il Pd? E’ più spregevole della Lega e dell’Ukip, credetemi.

di Aldo Giannuli

Fonte: blog di Aldo Giannuli

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
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La rigenerazione urbana alla prova

di Mariangela Martellotta. Fonte: Architettura Sostenibile

Resilienza, una caratteristica che associata ad un territorio è traducibile con la capacità di questo di superare un cambiamento anche dopo la l’alterazione del suo equilibrio, ritornando al suo stato iniziale. Cosa ha a che vedere questa definizione con il tema della rigenerazione urbana?

Considerando che i territori urbanizzati sono ormai quasi tutti fortemente modificati in maniera apparentemente irreversibile, se ne può cogliere il potenziale e cercare quanto meno di valorizzarli con opportune modifiche al loro uso attuale, alla loro destinazione urbana, ma anche al loro eventuale stato di abbandono, esaltando le loro potenzialità riciclandone le funzioni in altra maniera per offrire ad essi una nuova vita.

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Ma allora perché parlare di Rigenerazione – un concetto del tutto nuovo – e non proseguire sulla già collaudata strada della “Riqualificazione urbana”? Semplice: va preso atto che il passaggio dalla Riqualificazione alla Rigenerazione non si riduce solo a variazioni di punti di vista da parte di amministratori e tecnici nella scelta delle priorità ma corrisponde ad un radicale cambiamento nel modo di pensare criticamente e dei limiti della conoscenza scientifica, con particolare riferimento alle strutture logiche e alla metodologia, agli aspetti ambientali e sociali, nonché alle ricadute economiche.

Da queste fondamentali e semplici considerazioni parte il testo “La Rigenerazione Urbana alla prova” edito dalla Franco Angeli Editore per affrontare uno dei temi che stanno coinvolgendo ormai in maniera esponenziale i territori urbanizzati di tutta Europa.

Il testo è diviso in tre capitoli che vertono sulla tematica della Rigenerazione partendo da considerazioni apparentemente lontane da ciò che è l’urbanistica come la necessità di individuazione dei corretti valori nutrizionali in campo agro-alimentare per la popolazione, il bisogno di competenza nel migliorare la resilienza complessiva dei sistemi socio-economici o ancora il cambiamento climatico, per giungere a esempi concreti che hanno visto coinvolte comunità intere.

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Tracce di futuro nel governo della città

La prima parte del testo dal titolo “Tracce di futuro nel governo delle città” fa un excursus sulle pratiche adottate in passato – e in gran parte ancora oggi – per gestire le città in costante sviluppo e risolvere i problemi derivanti da un’urbanizzazione crescente in maniera esponenziale.

Vengono portati alla luce dagli autori le cause che stanno portando via via al declino delle nostre città se pure alcune di queste dichiarazioni possano essere opinabili in quanto – lo ripeteremo sovente – la Rigenerazione non è un qualcosa di standardizzabile e neppure un processo immediato e molte delle considerazioni sono fatte appositamente per un contesto preciso. Un esempio è la considerazione fatta sulla base della Dichiarazione di Toledo del 2010 in cui l’autore allude al fatto che gran parte degli insediamenti a bassa densità siano la causa dell’eccessivo consumo di suolo e conseguentemente del degrado territoriale: ammesso che valga la tesi del consumo di suolo per insediamenti a bassa densità se si tiene conto che la vivibilità di un luogo è associata a diversi fattori fra i quali l’accessibilità, l’abbattimento delle barriere architettoniche, la riduzione delle fonti di inquinamento acustico, visivo e quant’altro… allora è facile ricredersi sul fatto che sia preferibile una forma di insediamento intensivo (insediamenti a tutta altezza intesi come formicai a volte) piuttosto che uno estensivo (villette mono-bi familiari e similari). Va da sé che entrambe le forme di insediamento sono sicuramente non adatte se si parla di rigenerazione, nel momento in cui si debba avere come obiettivi quello di ridurre sia l’impatto ambientale che quello specifico di uso del suolo, per cui – come emergerà nei capitoli successivi del testo – la forma più virtuosa di insediamento sarà quella che fa uso dello strumento del recupero edilizio.

Dalla lettura dei paragrafi dedicati nello specifico al problema dei consumi energetici si apprende che oltre un terzo dei consumi finali di energia e delle emissioni di CO2 sono imputabili allo stock del patrimonio costruito e questo fa sorgere in Europa delle forti preoccupazioni circa la possibilità – assai lontana – di raggiungere quegli obbiettivi posti dalla Comunità Europea per il 2020, soprattutto per l’Italia che, in base alla situazione attuale, non riuscirà entro i tempi stabiliti ad azzerare definitivamente il consumo di suolo: obbiettivo ribadito anche in sede di Commissione Europea una decina di anni fa con la cosiddetta “Strategia tematica per la protezione del suolo”.

Quello che viene lamentato dagli autori, quello che fino ad oggi pare abbia contribuito se non addirittura essere stata la causa primaria del non essere riusciti ad attivare mai processi rigenerativi efficaci prima di oggi, è imputabile al fatto che sia i progetti che le pratiche di rigenerazione hanno spesso un limite che è quello di essere concepiti in contesti che favoriscono prima il finanziamento e poi l’adesione al processo di rigenerazione: in altre parole si arriva a ottenere prima il denaro per attivare il progetto che necessariamente deve essere presentato per ottenerlo e quindi come tale non ha tempo di essere partecipato ma solo condiviso e a volte imposto a posteriori.

È chiaro che la rigenerazione urbana non è un fenomeno totalmente originale, ma nasce o da esperienze ed esperimenti di riqualificazione pregresse o da spunti dati da casi di progettazione partecipata in cui i vari stakeholders di un processo finiscono per incontrarsi, confrontarsi, decidere per la comunità e con la comunità. Tuttavia la partecipazione è essenziale.

Una Rigenerazione urbana integrata e sostenibile ai giorni nostri non può che essere il frutto di una prolungata interazione tra politiche e strumenti ordinari e straordinari di pianificazione che sono stati oggetto di sperimentazione nella totalità delle grandi città europee.Sulla base di alcuni esempi che il testo porta come testimonianze virtuose (in Danimarca e in Germania) si vede quanto la programmazione delle fasi di lavoro sia importante e di che tipo possano essere gli step da seguire per un processo corretto.

Molto interessante è la sezione che tratta la tutela dei valori paesistici nei processi rigenerativi in quanto la tutela paesistica non ha mai goduto di molte simpatie da parte dei professionisti ed è stata spesso associata sia ai concetti di inibizione al cambiamento e di impedimento all’innovazione che di blocco della crescita sociale ed economica. Dal testo però emerge che se alcune applicazioni delle procedure di tutela non hanno ben funzionato andrebbero rimosse senza che tale atto implichi una perdita di fiducia nei confronti del concetto di valorizzazione del paesaggio attraverso la preservazione dei suoi caratteri intrinsechi. Infatti – come ribadisce uno degli autori “il diritto alla città di qualità passa attraverso il riconoscimento di quei valori naturali e culturali che il mercato ignora o, addirittura ostacola. Valori che il paesaggio riesce utilmente a sintetizzare nella visione sistemica che gli è propria. Per queste ragioni in alcuni recenti progetti di ricerca di tende ad esaltare la facoltà propria del paesaggio di fornire l’angolatura più adatta per costruire”. [Massimo Sargolini]

Nuovi punti di vista sulla città

La seconda parte del testo, “Nuovi punti di vista sulla città”, vuole porre l’attenzione su quelli che sono gli strumenti con cui implementare i processi rigenerativi e gli obbiettivi primari da perseguire per raggiungere risultati duraturie all’avanguardia rispetto le esigenze in continua evoluzione dell’intero sistema territoriale in cui si andrà a operare.

Viene data una panoramica sui principali campi di interesse della Ricerca Europea in ambito di Rigenerazione urbana considerando però che nonostante le differenze fra le diverse realtà nazionali si è comunque sviluppato negli ultimi anni un dibattito che ha spinto verso studi comparativi e scambi di esperienze.

Rigenerazione è sinonimo di visione della città nel futuro , previsione degli effetti che potranno essere causati da determinati programmi ma come il metodo non potrà prescindere mai dalla conoscenza del pregresso e dall’esigenza di tutela del territorio.

Dall’”agopuntura urbana” sperimentata nella città di Curitiba al cosiddetto “rammendo” di Renzo Piano, si capisce come sia il caso di operare ad una scala ridotta per poi passare alla dimensione cittadina.

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I paradigmi per l’uso degli spazi interstiziali 

Esperienze innovative nel governo del territorio

Il testo si conclude con il capitolo “Esperienze innovative nel governo del territorio” in cui gli autori focalizzano l’attenzione sul contesto marchigiano , una realtà che occupa stabilmente una posizione intermedia tra quelle realtà in cui il governo del territorio ha ormai assunto un carattere compiuto e organico e di contro altre situazioni in cui gli elementi di frammentazione continuano a prevalere.

Leggendo queste testimonianze, studi e ricerche, è chiaro che nel dibattito che ormai si sviluppa in tema di Rigenerazione Urbana non si può prescindere dalla questione del consumo di suolo così come non si può non tenere conto delle difficoltà che sono purtroppo attuali, come la crisi del mercato immobiliare e la necessità di rilanciare il settore delle costruzioni sempre più in estrema sofferenza.

Va considerato che attorno alla Rigenerazione urbana – che allo stato attuale si è affermata nel dibattito generale diventando un tema comprensibile a tutti e non più un argomento di nicchia per pochi esperti del settore – ruotano diversi interessi e ovviamente c’è bisogno di cooperazione tra diversi attori per agire in maniera concreta ed efficace.

È evidente che stiamo attraversando un periodo storico in cui le trasformazioni urbanistiche esulano dalle tradizionali prassi e si rivolgono a scenari e obbiettivi diversi con approcci sempre più innovativi: occorrono però normative che rispondano a queste mutate esigenze economiche e sociali senza diventare un’arma a doppio taglio per arricchire i capitali di pochi imprenditori, enti e quant’altro, e far lievitare i prezzi nel mercato immobiliare di alcune aree in maniera esagerata.

In altre parole, tenendo conto delle passate iniziative normative a favore dell’edilizia in questo periodo, per attuare processi  rigenerativi, è necessario puntare a migliorare non solo gli involucri ma anche i contesti (materiali e immateriali).

Scheda tecnica del libro

Titolo: La Rigenerazione Urbana alla prova
Editore: Franco Angeli
Pagine: 272
Data pubblicazione: 1a edizione  2015
Autori: Rosalba D’Onofrio , Michele Talia
Contributi: Achille Bucci, Francesca Calace, Claudio Centanni, Marco Cicchi, Roberta Cocci Grifoni, Alessandro Coppola, Valentina Di Mascio, Rudi Fallaci, Andrea Filpa, Marika Fior, Georg Josef Frisch, Giuseppe Losco, Antonio Minetti, Francesco Musco, Federico Oliva, Simone Ombuen, Federica Ottone, Francesca Pace, Stefano Salata, Vittorio Salmoni, Massimo Sargolini
ISBN: 9788891709608
Lingua: italiano

di Mariangela Martellotta. Fonte: Architettura Sostenibile

In copertina: immagine da KCity – Rigenerazione urbana
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Brexit. Che succede ora?

di Aldo Giannuli

brexit_ue_940Contro sondaggi ed exit poll, ha vinto Brexit: 48 a 52, la Gran Bretagna decide di uscire dalla Ue.  L’assassinio di Joe Cox non ha giocato il ruolo sovvertitore delle tendenze dell’elettorato che si temevano ed ora rischia di essere un boomerang che torna sul governo. Sulle ragioni di questo distacco ragioneremo quando potremo analizzare i risultati di dettaglio. Ora cerchiamo di capire che scenari si preparano.
In primo luogo di carattere politico a cominciare dal destino del governo: le regole della politica (e della correttezza istituzionale) vorrebbero che Cameroon ne traesse tutte le conseguenze, ma siamo nel tempo dei giullari e Cameroon è solo un Renzi che parla con la bocca a culo di pollo, per cui non ci aspettiamo alcun gesto onorevole, anche perché, a differenza del nostro, questo giullare ha messo le mani avanti per non cadere ed ha detto che, qualunque sia il risultato, lui non se ne va. Però non è detto che resti, perché dipende dalla tempesta che può scatenarsi.

In secondo luogo c’è un dato che deve far pensare: Brexit ha vinto in Inghilterra strettamente considerata (salvo la cosmopolita Londra), però ha perso in Scozia, il che lascia presagire una possibile conseguenza diretta: il riproporsi del separatismo scozzese.

In terzo luogo, gli effetti sulla Ue. Vero è che l’Uk è sempre stata con un piede dentro ed uno fuori dall’Unione, però è la prima aperta sconfessione popolare di un paese importante verso la Ue. E questo ha due conseguenze dirette: ha stabilito un precedente che potrà essere seguito da altri e rilancia  le tendenze separatiste in tutti i paesi, in secondo luogo saltano tutti gli equilibri istituzionali. Infatti, pur non facendo parte dell’eurozona, la banca centrale inglese partecipa al board della Bce: può continuare così? E Se esce, chi rileva la sua quota percentuale? Ed ha un senso la presenza di parlamentari inglesi nel Parlamento di Strasburgo? Ed ovviamente, anche Commissione e Consiglio d’Europa devono adeguarsi. Aumenta ancora il peso della Germania, ma questo non fa che alimentare le tendenze secessioniste altrui.

Non c’è dubbio che la Ue ne esca terremotata. Non è detto che questo abbia riflessi più di tanto sull’Euro, ma è evidente che, in una certa misura da capire, le avrà. Non so se ci sarà il terremoto finanziario che molti temono e non è affatto scontato che esso debba esserci. In sé la decisione inglese non implica le conseguenze paventate dai fautori del Remain, però è anche vero che c’è un interesse specifico di diverse centrali politiche e finanziarie a che ciò accada. Una uscita inglese troppo indolore potrebbe aiutare le spinte separatiste, e questo non è sopportabile dall’establishment europeo. Peraltro la situazione finanziaria mondiale è già molto debole con nubi minacciose all’orizzonte: ad esempio c’è il rischio di un crollo brasiliano nel giro di qualche mese e, se ciò si verificasse, implicherebbe un possibile crollo del Banco di Santander, particolarmente esposto in quella direzione ed il Banco è un pezzo importante della City londinese. Poi c’è il riflesso sulle banche europee ed in particolare italiane e tedesche che sono quelle messe peggio. Insomma tutto da vedere, ma che possano esserci forti movimenti tellurici già a partire dai prossimi giorni e settimane, è una certezza.

Ma, al di là dell’esito che ha dato la vittoria a Brexit il punto centrale dell’analisi è che il paese è spaccato a metà. Certo, chi ha la maggioranza, anche per un solo voto ha vinto, ma che vittoria è quella ottenuta con una manciata di voti? Esattamente come accadde meno di un anno fa nel referendum per l’indipendenza della Scozia, è ovvio che gli sconfitti non si rassegnino e preparino la rivincita o nelle prime elezioni politiche o, se appena possibile, in un nuovo referendum che, nel caso specifico, sarà ancora più avvelenato di quello appena passato. Per non dire di possibili eventuali accuse di brogli.

Insomma un risultato che non può avere piena legittimazione e che certamente determinerà un’accentuata instabilità politica. La situazione politica inglese avrebbe richiesto, più che l’alternativa secca del referendum (dentro/fuori), una più accorta opera di mediazione, per cui il “fuori” avrebbe potuto essere un fuori che però considerasse costi e rischi e adattasse a questo tempi e modi del percorso ed il “dentro” avrebbe potuto essere un “dentro” a condizioni rinegoziate, tenendo conto della domanda politica degli ostili alla Ue. E magari il referendum sarebbe potuto svolgersi fra ipotesi meno diametralmente opposte e non avere il carattere di duello all’ultimo sangue che ha avuto. Oggi il Regno Unito è un paese drammaticamente spaccato e con odi difficilmente ricomponibili. Lo stesso assassinio della Cox, che si sia trattato di un assassinio su commissione per avvelenare lo scontro referendario o che sia stato l’opera di un pazzo solitario, è il segnale di una carica di odio del tutto inedita in un paese la cui storia non annovera episodi cruenti di questo genere da almeno tre secoli.

Ma il problema è che il senso della mediazione politica è saltata in aria. Ormai mediazione politica è sinonimo di intrigo, di maleodorante retrobottega politicante, di “inciucio”, mentre prevale una logica sopraffattoria ammantata di retorica calcistica.

Ma gli assetti costituzionali di un paese, ed a maggior ragione l’appartenenza ad una comunità internazionale che incorpora pezzi di sovranità e che innerva profondamente l’economia, non possono essere decisi a botta di maggioranza con tre voti di scarto. Per definizione essi non posso essere che essere terreno di condivisione e devono trovare una larga base di sostegno.

La Repubblica, in Italia, vinse con due milioni di voti di scarto, circa il 10%, un risultato non proprio risicato, ma sicuramente non plebiscitario, ragion per cui nella Assemblea Costituente si cercò il massimo di condivisione ed, alla fine, il testo fu approvato con circa il 90% dei voti essendosi pronunciati a favore socialdemocratici, comunisti, socialisti, democristiani, azionisti e repubblicani. Questo richiese una forte opera di mediazione per cui, ad esempio, i comunisti accettarono l’inserimento dei patti lateranensi  nell’articolo 7 (e forse fu una concessione eccessiva) mentre i Dc accettarono una formulazione ambigua dell’articolo 49, per la quale, il riferimento al “metodo democratico” non implicasse alcuna indicazione di merito sul regime interno di ciascun partito. Le sinistre  accettarono il bicameralismo e la nozione di “salario familiare” e non individuale, mentre i Dc accettarono che nel testo non vi fosse alcun riferimento all’indissolubilità del matrimonio e che non vi fosse alcun riferimento a Dio nell’art 1, la cui formulazione (“Repubblica democratica fondata sul lavoro”, al posto di “Repubblica democratica dei lavoratori” come proponeva Di Vittorio) fu un capolavoro di mediazione.

Perché la cultura politica della nascente Repubblica era largamente permeata dal senso della mediazione, come era necessario che fosse in un paese che usciva da una dittatura e una guerra entrambe rovinose e nel quale occorreva far convivere forse socialiste, cattoliche e laiche senza che nessuna prevaricasse. La guerra fredda spinse verso un conflitto che rischiò più di una volta di travolgere questo fragile argine che, però, tenne proprio grazie al senso di equilibrio che derivava da quella cultura della mediazione. E questo è sempre caratteristico dei sistemi costituzionali parlamentari.

Ma, dagli anni novanta, prese piede una cultura politica profondamente permeata dallo spirito neo liberista. Chiusa nel recinto del “pensiero unico”, che legittimava come forze di governo solo partiti politici di marca liberista, la nuova cultura politica non aveva bisogno di alcuna mediazione, perché presupponeva un ricambio politico fra élite politiche omogenee, distinte solo da limitate differenze interne allo stesso orizzonte ideologico. La differenza era essenzialmente quella delle caratteristiche personali del capo coalizione.

Questo ha implicato uno spirito sostanzialmente fondamentalista: il tempo della globalizzazione, almeno sin qui, è stato tempo dei fodamentalismi e, se gli islamici hanno avuto lo Jihadismo, l’India il radicalismo induista, altrettanto per Israele, l’occidente ha avuto sua espressione fondamentalista nel neoliberismo.  Ed il fondamentalismo, per definizione, non ammette mediazione. Da questo è scaturita una visione della lotta politico-elettorale per la quale chi vince vince tutto e chi perde tutto, ed il potere di decisione appartiene tutto e solo al vincitore, mentre alla minoranza non resta altro ruolo che restare in panchina come possibile squadra di ricambio.

E’ di qui che dipende anche l’uso inappropriato dei referendum come suggello finale di chi ha vinto e chi ha perso. Il populismo di cui tanto spesso ci si lamenta (spesso confondendolo con la democrazia tour court)  si alimenta proprio di questa cultura della sopraffazione.

E questo è il frutto velenoso del neoliberismo. Ma le sue regole iniziano a saltare ed il confortevole recinto del “pensiero unico” inizia a registrare più di un varco Il sistema non tiene più.

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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Amministrative 2016: è vero che ha vinto il partito TTR?

di Aldo Giannuli

amministrative_2016_analisi_940Al momento dei ballottaggi, il Pd era presente in tutte le sfide tranne Napoli, il centro destra in tre (Milano, Bologna e Napoli), il M5s in due (Roma e Torino) e a Napoli c’era la “civica di sinistra” di De Magistris,  per cui il dato aggregato dei candidati ammessi al ballottaggio, divisi per partito, era il seguente:
Pd        778.786
M5s       579.434
C.Dest.   354.986
civ. sin.   172.710

mentre i voti dei candidati esclusi dai ballottaggi ed “in palio” per le sfide finali assommavano a 914.730. Ovviamente è possibile che ci sia un gettito aggiuntivo di elettori che non hanno votato o hanno deposto scheda bianca al primo turno, ma è realistico che si tratti di flussi assai modesti, per cui ragioneremo come se i voti siano tutti di elettori che hanno votato al primo turno.

Il risultato dei ballottaggi aggregato è il seguente:
Pd             894.203
M5s            973.328
C.Destra     408.880
Civica sin.  185.907

Dunque, dei 914.730 voti “in palio” 336.888  (36,85% sul totale) si sono astenuti o hanno votato bianca/nulla, mentre quelli che hanno votato, si sono distribuiti così:

Pd             115.417 (12,62% sul totale dei voti in palio)
M5s            393.894 (43,12%)
C.Destra      53.894 (5,89%)
Civica sin.    13.907 (1,52%).

Il che dice con ogni evidenza che chi ha fatto da “asso prende tutto” è stato il M5s che si conferma il partito preferito nei ballottaggi (e, infatti, nei ballottaggi dei centri minori in cui era presente ha vinto 19 sfide su 20), mentre un’altra quota rilevante preferisce astenersi e le briciole vallo al Pd (con un misero 12,62%) ed al centro destra (con un miserrimo 5,89% che però potrebbe nascondere flussi incrociati di cui diremo).

Dunque, in generale, il M5s cattura gran parte del voto di centro destra disponibile, con una parte maggioritaria del voto delle liste di sinistra e qualcosa delle liste minori che hanno ottenuto dal 2% in giù).

Al contrario, gli elettori M5s che non hanno candidati al ballottaggio, in netta maggioranza si astengono, mentre quelli che votano nelle competizioni Pd/ destra preferiscono  più spesso i candidati della destra, ma in misura molto modesta e non sempre.

Non sappiamo come si comporterebbero gli elettori del Pd in una competizione fra destra e M5s perché non abbiamo campioni significativi nemmeno per i centri minori. Quindi il primo dato è che il sistema a doppio turno premia massicciamente il M5s, mentre il Pd vince i ballottaggi solo quando lo sfidante è di centro destra (Milano e Bologna). Si può pensare che questo accada nei maggiori centri urbani, ma il dato dei centri minori conferma in pieno la tendenza a favore del M5s.

Come spiegare il diverso comportamento degli elettori del centro destra (che premiano massicciamente il M5s) rispetto a quello dei M5s che si astengono? Fenomeno complesso che ha più di una spiegazione. Vediamo i due casi delle sfide Pd-destra in cui il M5s poteva essere determinante.

Il caso bolognese (dove Merola del Pd ha preso 15.000 voti in più) fa pensare che una piccola parte dell’elettorato 5s sia andato ad ingrossare un bottino che presumibilmente è in buona parte proveniente dai 12.200 della civica di sinistra di Federico Martelloni e da alcune piccole liste di sinistra che avevano totalizzato 4.500 voti. La candidata della Lega ha raddoppiano i consensi (+ 30.853) attingendoli in buona parte dai 18.188 della civica di Manes Bernardini (un dissidente della Lega) e per il resto, presumibilmente dai 28.889 del M5s, ma realisticamente non molto di più della metà di essi. Dunque, qui le liste di sinistra hanno fatto corpo rispetto alla candidata Leghista, mentre il M5s si è diviso fra astensione e voto anti Pd (cioè TTR).

Più complesso il caso milanese, dove Parisi, dopo aver sorprendentemente affiancato Sala nel primo turno (con soli 5.000 voti in meno), ha perso terreno, aumentando il differenziale a favore di sala a 17.000 voti. Sala ha preso 40.000 voti in più sul primo turno (42.9% dei voti in palio) contro i 27.834 (29,6%) presi da Parisi. E’ realistico calcolare che una parte dei voti aggiuntivi di sala venga dai 10.000 dei radicali (che si erano apparentati), da una porzione minoritaria ma non inconsistente dei quasi 20.000 della lista di sinistra di Basilio Rizzo che aveva dichiarato di preferire Sala, qualcosa sarà venuta dai circa 11.000 dei candidati minori, ma è matematico che una parte non piccola venga dal M5s: considerando che il 60% di radicali e sinistra abbiano votato Sala (dunque intorno ai 20.000) e che altri 3-4.000 vengano dai candidati minori, è matematico che i rimanenti 15-16.000 vengano dal M5s.

Vice versa, i 27.834 di Parisi è ragionevole che provengano per un terzo da liste minori e qualche flusso di radicali e sinistra, mentre dal M5s vengano intorno ai 18-19.000 voti. Cioè una quantità praticamente pari a quella andata a Sala. Radicali e seguaci di Basilio Rizzo sono stati determinanti, ma al pari di questo flusso del M5s che ha sostanzialmente annullato quello a favore di Parisi. Qui non si può parlare di TTR (Tutti Tranne Renzi), dato che la maggioranza del M5s si è astenuto e per il resto si è diviso più o meno alla pari. Va però tenuto presente che in alcune zone Parisi ha preso meno voti che al primo turno (in particolare nelle zone 8, 6, 2), il che fa pensare ad una possibilità di “fuoco amico” cioè franchi tiratori di destra, ma, per dirlo con sicurezza occorrerebbe uno studio di dettaglio dei flussi a livello di sezione elettorale. Ovviamente, in questo caso, il flusso in uscita (presumibilmente 6-7.000 voti calcolati con molta approssimazione) potrebbero “coprire” altrettanti voti di provenienza M5s. Una ipotesi da indagare ulteriormente.

Vive versa, l’elettorato di destra è confluito plebiscitariamente sulla Raggi e, soprattutto, sulla Appendino la cui performance è stata semplicemente spettacolare a Torino dove ha catturato l’81% dei voti in palio. Ed è realistico che buona parte dell’elettorato di sinistra sia a Roma che a Torino abbia preferito le candidate del M5s.

Allora, possiamo parlare di TTR pieno nel caso del flusso destra-M5s, abbastanza chiaro in quello sinistra-M5s, ma più contenuto e contraddittorio in quello M5s-centro destra. Come spiegarlo?

In primo luogo, l’elettorato di centro destra, in grande maggioranza non si configura come antisistema e vota in una logica interna ad esso, per cui fa un uso tattico del suo voto, preferendo, più che far vincere il M5s, far perdere il Pd visto come l’avversario principale. In questo senso si può parlare di un partito del TTR (Tutti Tranne Renzi). Vice versa, l’elettorato M5s si definisce come antisistema, per cui vota il proprio partito altrimenti preferisce astenersi ritenendo gli altri candidati come equivalenti e non fa un uso tattico del voto preferendo attestarsi su una posizione di principio. E’ interessante notare che a Napoli De Magistris (che potrebbe essere ritenuto come più affine al M5s) prende solo 13.000 voti in più sui 137.000 disponibili e il M5s aveva ottenuto 38.863: se anche quei 13.000 voti fossero proprio tutti del M5s, comunque i 2/3 degli elettori grillini non avrebbe vogato il sindaco.

A questa ragione principale direi che andrebbero aggiunte considerazioni di minor peso: ad esempio, l’elettorato grillino è in buona parte raggiungibile via Web, ma, mentre il Pd ha una presenza in questo campo, anche se minore di quella del M5s, il centro destra è quasi del tutto assente, dunque non riesce a contrastare la propaganda Pd in questo settore. Né va  trascurato che l’elettorato del M5s ha una provenienza ed una identità prevalentemente di sinistra, per cui è sensibile a temi come l’antifascismo. Infine, l’elettorato grillino, come si sa, è fortemente legalitario e moralista e, se questo spesso preclude il voto al Pd, ancora più spesso lo preclude allo schieramento associato alla figura del Cavaliere.

Pertanto, credo che questa tornata di amministrative dispensa queste “morali”:
A) ormai è chiaro che, stanti questi rapporti di forza, in caso di sistema elettorale a doppio turno, il M5s riesce ad entrare in ballottaggio (salvo una ripresa della destra, ma la questione la discuteremo a parte) e, dopo, riesce a battere sistematicamente il Pd
B) si conferma che il Pd ha la maggioranza relativa delle simpatie, ma la maggioranza assoluta degli odi e che ormai è totalmente identificato con il suo leader
C) che, come era facile prevedere da chiunque fosse in buona fede ed avesse un qi normale, non si è votato sui sindaci ma sul governo e sulla politica nazionale
D) che questa tornata è stata una prova generale del referendum che sarà, più ancora che un voto sulla riforma costituzionale, un voto su Renzi e questo è l’asse che il No deve tenere per vincere
E) che inizia il declino di Renzi (anche se non si deve mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso) che inizierà ad avere forti dissensi interni (non solo della sinistra). Per ora riuscirà a difendersi grazie al risultato milanese regalatogli da Marco Cappato e Basilio Rizzo che sono i suoi benefattori.

Ora si prepara lo scontro decisivo di ottobre.

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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Ha perso l’arroganza di Renzi. E ora si mette male

L’onda populista europea, l’economia che non riparte, una legge elettorale a misura dei Cinque Stelle: le amministrative certificano la debolezza del premier. E le ombre si allungano, su Palazzo Chigi

Francesco Cancellato

Niente da fare. Possiamo raccontarci finché vogliamo che la (quasi) debacle renziana ai ballottaggi – il “quasi” è per la vittoria milanese di Sala al fotofinish – sia da relegare a una dimensione locale e che non si debba attribuire un valore politico nazionale a una tornata elettorale amministrativa. Possiamo, ma poi ci tocca fare i conti con la realtà, e ammettere che difficilmente non ha valore politico nazionale che un’avvocatessa poco più che trentenne appartenente al Movimento Cinque Stelle vinca con il 67 per cento dei consensi a Roma. Che a Napoli trionfi con percentuali analoghe uno che ha fatto campagna elettorale dicendo che Renzi doveva «cagarsi sotto». Che i grillini strappino al Pd pure Torino, recuperando dieci punti di distacco dal primo turno. Che i dem perdano pure Trieste e vincano male (54%) nella roccaforte bolognese. Che soccombano i cinque ballottaggi su sei persino in Toscana, la regione del premier, dove il Partito Democratico finisce sotto pure a Sesto Fiorentino, comune in cui governava – fascismo escluso – dal 1899.

Se alziamo ancora un po’ lo sguardo, però, ci rendiamo conto che questa partita travalica addirittura i confini nazionali. E non solo perché Virginia Raggi sindaco di Roma è la notizia con cui aprono giornali come Le Monde. Ma anche, soprattutto, perché l’onda politica anti-establishment che soffia in Italia è la stessa che ha permesso a Podemos e Ciudadanos di squassare lo storico bipolarismo spagnolo. La stessa che ha consolidato il Front National come il primo partito francese. La stessa che ha prodotto Alternative fur Deutschland e il primo sondaggio nella storia della Germania post-nazista in cui i due partiti principali – Cdu-Csu e Spd – non fanno il 50% dei consensi in due. La stessa che rende incerto il referendum sulla Brexit anche se i laburisti e il premier conservatore sono per il Bremain. La stessa che fa volare le destre nazionaliste in Austria e Olanda. La stessa che rende incerta la partita tra Hillary Clinton e Donald Trump negli Stati Uniti d’America.

Possiamo raccontarci finché vogliamo delle colpe specifiche di Renzi, quindi, ma nulla può – nemmeno lui – con una rivoluzione politica in atto nel mondo occidentale di cui facciamo ancora fatica a capire il senso e gli esiti. Quel che è certo, a posteriori, è che la spinta rottamatrice – ciò che gli aveva permesso di passare da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi in poco più di un anno – si è ormai completamente esaurita. Oggi Renzi è percepito per quello che è: il figlio più presentabile di una tradizione politica sotto attacco, l’ultimo esemplare di una Terza Via post-socialdemocratica che perde ovunque.

Letta in quest’ottica, le maggiori responsabilità di Renzi non stanno nella sconfitta di oggi, ma nell’arroganza con cui non ha capito quanto fosse stata effimera e accidentale la sua vittoria di ieri, quel 40,8% alle europee che oggi suona quasi come una sinistra eccezione. Ci sta che Renzi non l’abbia capito allora. Ci sta meno che ancora oggi non l’abbia capito. E continui, con protervia, a negare l’evidenza della sua ormai conclamata debolezza. L’all in sul referendum costituzionale – «se perdo vado a casa» – è in qualche modo la prova di un coraggio ormai diventato incoscienza. Tanto più che la legge elettorale a due turni – come ebbero a vaticinare i “gufi” e come confermano i risultati dei ballottaggi – sembra fatta apposta per far vincere al ballottaggio i Cinque Stelle con i voti del centrodestra.

Ormai è troppo tardi per tornare indietro, questo è certo. E Renzi – come da copione del suo personaggio – può solo vincere o andare a casa. Resta da capire, a questo punto, se il suo partito e l’establishment politico ed economico (nazionale e non) che gli ha affidato il destino del Paese sia disposto a seguirlo fino alla battaglia finale. Così non fosse, l’estate sarà molto lunga e molto calda, con ogni probabilità. E quando il sole è al tramonto, le ombre si allungano. Anche su Palazzo Chigi.

Fonte: l’inkiesta.it

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Maurizio Pallante: “La mia città ideale? Quella che ristruttura e non fa grandi opere”

UNA città in cui si consumi di meno, in cui si blocchino le grandi opere ma non la metropolitana che, anzi, “serve a risparmiare energia”. Sarebbe la Torino del futuro se si applicasse la teoria della “decrescita felice”. Maurizio Pallante è indubbiamente il teorico italiano del movimento della decrescita promosso a livello internazionale da Serge Latouche. Pallante, torinese, è anche uno dei riferimenti teorici del programma di Chiara Appendino.

Professor Pallante, com’è una città con una decrescita felice?
“E’ una città che riduce in modo selettivo i consumi limitando gli sprechi”.

Può farci un esempio?
“Bisogna ristrutturare gli edifici per ridurre il consumo energetico. Mediamente i nostri palazzi consumano in un anno 20 litri di gasolio per ogni metro cubo da riscaldare. In Germania siamo a 7 litri”.

Come si raggiunge l’obiettivo?
“Con dei cappotti di rivestimento dei muri esterni dei palazzi e con il cambio degli infissi. Così si creerebbero parecchi posti di lavoro riducendo il consumo di energia”.

Torino ha investito molto sul teleriscaldamento per ridurre i consumi. Non va bene?
“Non va bene perché il teleriscaldamento non serve a ridurre il consumo di energia degli edifici”.

Ma riduce il consumo di carburanti tradizionali per produrla..
“Non è la stessa cosa. E’ meglio intervenire sugli edifici”.

Immagino lei sia contrario ai grattacieli..
“Non conosco l’efficenza energetica dei grattacieli torinesi. Non mi piaccio per ragioni estetiche, tutto qui”.

Che cos’altro ridurrebbe?
“Le grandi opere”. Un esempio? “Il Tav”.

Consuma troppo?
“A prescindere dall’utilità, con il Tav per Lione ogni milione di euro speso crea 0,73 posti di lavoro. Se si investe nelle energie alternative, ad esempio i pannelli solari, ogni milione speso crea 13 posti di lavoro”.

Ma i pannelli solari non risolvono il problema dei collegamenti e della logisitca..
“Ma io faccio il ragionamento di ogni famiglia: se ho un milione da spendere, dove lo spendo? Ecco perché i pannelli convengono e il Tav no”.

Altre grandi opere: la metropolitana?
“Quella va fatta”.

Perché?
“Perché serve a risparmiare utilizzando un mezzo di trasporto efficente che non consuma benzina”.

Perché la metropolitana sì e la ferrovia no?
“Io non sono contrario alla ferrovia, anzi. Sono contrario alla Torino-Lione per ragioni di convenienza. Se un giorno mi dimostreranno che conviene, cambierò idea”.

A proposito di trasporti, come si risolve i problema del traffico nella città della decrescita?
“Penso che le limitazioni siano inevitabili, ma siano soluzioni tampone. Ci vuole altro”.

Ha delle proposte?
“Ho delle idee ma non sono ancora politicamente utilizzabili in concreto”.

Quali idee?
“Il sistema più efficiente e di minor impatto è quello dell’auto elettrica che non funziona a batterie ma è perennemente collegata a una rete di corrente come il tram.

Come il tram?
“Certo. E’ un sistema ancora difficile da immaginare nel concreto. Penso a un cordolo che corre in mezzo alle vie della città al quale le auto sono collegate attraverso un magnete posto sotto la scocca. Questo sarebbe il sistema migliore per l’efficienza energetica. Mi rendo conto che avrebbe degli inconvenienti”.

 

Se lei fosse residente a Torino, per chi voterebbe al ballottaggio di domenica? “Per Chiara Appendino. Il suo mi sembra il

programma più convincente”. Lei è dei 5 Stelle? “Non voto dal 1994. Ma adesso forse potrei tornare a farlo. Anche se..” Anche se? “Dei 5 Stelle non mi piace la loro organizzazione interna. E quelli torinesi mi sembra che pecchino di superficialità. Ma questo è dovuto al fatto che sono stati all’opposizione. Se vincessero le elezioni dovrebbero studiare di più”.

Fonte: LaRepubblica.it

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La rivolta che non c’è

Vi propongo questo pezzo (che si rifà a un breve saggio) di un autore che seguo da qualche anno, Paolo Bartolini, con cui ho grandi affinità culturali e intellettuali, pur non avendolo mai incontrato personalmente. La sintonia riguarda soprattutto la visione secondo cui, come ho più volte ribadito con miei interventi sparsi, nessun cambiamento culturale, spirituale e umano sia possibile se non accompagnato da un nuovo e più profondo, consapevole, livello di coscienza di ogni singolo individuo. L’analisi di Bartolini parte spesso da considerazioni interdisciplinari, abbracciando le dimensioni filosofica, antropologica, sociologica, teologica e perfino politica dell’agire umano.

Dafni Ruscetta

 

di Paolo Bartolini

Il nostro è un tempo di paradossi: il precipitare delle crisi innescate dall’insostenibilità del capitalismo spettacolare integrato dovrebbe sollecitare azioni riparative di vasta portata nel breve periodo. L’emergenza climatica, il dissesto ambientale, la tragedia dei migranti e gli effetti rovinosi delle politiche di austerity sulle condizioni di vita di moltissime persone, sono convulsioni che scuotono il corpo febbricitante dell’Occidente denunciando la fine delle vecchie egemonie. Tali questioni offrirebbero seri motivi per rilanciare, senza ulteriori rinvii, un impegno politico collettivo che funga da antidoto contro le derive dell’indifferenza e del nichilismo compiuto. Ma – lo dicono da tempo i commentatori più lucidi del presente – l’intreccio di tali eventi macroscopici raramente produce delle risposte degne di rilievo. I ceti subalterni, che avrebbero tutte le ragioni per insorgere mettendo in discussione l’attuale assetto dei rapporti di potere, sembrano ipnotizzati, svuotati e impotenti. Il fenomeno francese della Nuit Debout è un primo segnale in controtendenza, positivo nel suo emergere, ma pur sempre aurorale.

Il paradosso cui facevamo cenno è, dunque, quello di un’epoca estrema (si parla, per noi occidentali, dell’imminente “fine di un mondo”) che non può affatto contare su dei soggetti capaci di agire in modo sensato e liberante perché, a monte, manca un’analisi accurata delle situazioni concrete in cui le dinamiche di dominio del sistema tecno-capitalista [1] si riproducono ed articolano. Dovremmo forse metterci a studiare proprio mentre l’imbarcazione nella quale siamo stipati sembra dirigersi, a folle velocità, verso un naufragio certo? La risposta (anch’essa paradossale, ce ne rendiamo conto) è decisamente affermativa, purché sia chiaro: i saperi di cui necessitiamo per orientarci nel mare grosso che ci avvolge sono saperi pratici, maturati nel confronto con i contesti di vita quotidiani, con gli “oggetti culturali attivi” [2] che determinano la nostra fragile presenza al mondo alle soglie del terzo millennio. Nessuna passione per una teoria fine a se stessa, dunque, quanto piuttosto la consapevolezza che non si dia alcuna resistenza creativa al capitalismo senza aver colto le caratteristiche dell’ambiente naturale/culturale che ci plasma e con il quale co-evolviamo nel nostro divenire storico.

Questo ambiente, piaccia o meno, è il capitalismo stesso, inteso qui non solo come insieme dei rapporti di produzione prevalenti in una data cultura, ma come motore simbolico dell’immaginario collettivo, ideologia che infiltra potentemente ogni sfera della vita associata e ogni piega della psiche individuale. Il nostro mondo, di fatto, coincide oggi con la “civiltà dell’accumulazione economica” [3].

Il passaggio, anticipato a suo tempo da Marx, dalla sussunzione formale a quella reale, serve a ricordarci che il capitale ha ormai assorbito la vita umana nelle sue diverse dimensioni, riducendo al minimo la percezione di “altri mondi possibili”, di alternative reali al culto del denaro, del consumo e dell’innovazione tecnologica. Perché non ci si ribelli, perché la rivolta democratica stenti a contagiare larghe fasce della popolazione, sono domande vitali che si pongono da alcuni lustri gli intellettuali non conformi e gli attivisti dei movimenti. Una risposta a questo interrogativo va pur data, pena il moltiplicarsi di lamentazioni sulle sorti del mondo prive di un reale spessore critico. Lo sbilanciamento evidente dei rapporti di forza, sempre utile per spiegare i fallimenti nel processo di democratizzazione della società richiede – a nostro avviso – un esame attento dei vettori che, negli ultimi trent’anni, stanno direzionando un inedito mutamento antropologico.

A questo esame dedicheremo le righe che seguono, chiarendo fin d’ora “da dove veniamo” ovvero da quale angolazione abbiamo deciso di guardare al problema. Lo sguardo che ci contraddistingue origina da discipline diverse e complementari, su tutte la filosofia, l’antropologia, l’epistemologia e le psicologie del profondo. Nonostante l’inevitabile parzialità delle nostre chiavi di lettura, coltiviamo una piccola ambizione: evitare le secche della semplificazione e del riduzionismo per approdare a una lettura delle dinamiche attuali che mantenga una sua “coerenza complessa”.

 

Leggi l’intero saggio di Paolo Bartolini

Note

[1] Cfr. L. Demichelis, La religione tecno-capitalista. Suddividere, connettere, competere, Mimesis, Milano-Udine, 2015.

[2] Questa locuzione è stata impiegata in più circostanze dall’etnopsichiatra Piero Coppo.

[3] Ha coniato questa definizione il filosofo e psicoanalista Romano Màdera. Si veda, in particolare, il suo La carta del senso. Psicologia del profondo e vita filosofica, Raffaello Cortina, Milano, 2012.

 

Infografica: in copertina, © immagine tratta dal film: Cosmopolis, di David Cronenberg (2012).

 

Fonte: Megachip

 

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La rigenerazione urbana come strumento per riqualificare il territorio

di Mariangela Martellotta

Rigenerare – lo dice il termine stesso – significa, in ambito urbano, approcciarsi all’evoluzione di un tessuto edificato e non, attraverso una serie di continue demolizioni, ricostruzioni e rifunzionalizzazioni delle sue parti che tengano conto delle esigenze specifiche del contesto.

Restringendo l’analisi all’ambito italiano si può definire il fenomeno della rigenerazione urbana diviso in tre cicli.

  1. Il primo ha visto la riqualificazione dei centri storici (ancora in gran parte incompiuta), ed ha avuto inizio durante gli anni ’70 quando c’è stata una sorta di presa di coscienza del valore del tessuto edilizio storico nonché di una voglia di riaffermare la propria identità locale.
  2.  Il secondo ha compreso il recupero delle aree dismesse (un processo ancora in corso in molti centri). Tutto cominciò sul finire degli anni ’80, nel momento in cui cominciò la delocalizzazione delle industrie e di molti altri servizi fino ad allora in prossimità se non all’interno dei centri urbani, come i mercati ortofrutticoli, i macelli, i poli ferroviari, etc. Altro fattore scatenante il processo rigenerativo furono le aree demaniali che con la loro estensione superficiale cominciarono a costituire una problematica divenendo dei “vuoti urbani” da riempire.
  3. Il terzo ciclo, quello attuale in altre parole, è quello che prevede in linea di massima la riqualificazione dei quartieri residenziali costruiti nella seconda metà del ’900. Rigenerare quartieri residenziali purtroppo costruiti con criteri di bassa qualità edilizia, architettonica e urbanistica e dare sostegno a politiche di mobilità sostenibile e quant’altro possa servire come attrattore per ripopolare le aree dismesse.

Nell’ultimo decennio la rigenerazione urbana ha fatto passi in avanti affermandosi come approccio multi partecipato per dare alle città non solo un aspetto nuovo e competitivo, rilanciandone l’immagine territoriale a livello estetico, ma dando loro nuovo respiro dal punto di vista culturale, economico e sociale e chiaramente con attenzione agli aspetti  ambientali

La rigenerazione urbana nelle regioni italiane

Una definizione condivisa del termine Rigenerazione Urbana, purtroppo ancora oggi non esiste. Prendiamo in considerazione per esempio la legge Regionale Puglia 29 luglio 2008, n. 21 che cita testualmente :

“La Regione Puglia con la presente legge promuove la rigenerazione di parti di città e sistemi urbani in coerenza con strategie comunali e intercomunali finalizzate al miglioramento delle condizioni urbanistiche, abitative, socio-economiche, ambientali e culturali degli insediamenti umani e mediante strumenti di intervento elaborati con il coinvolgimento degli abitanti e di soggetti pubblici e privati interessati”

Salta all’occhio innanzi tutto che il “coinvolgimento degli abitanti e di soggetti pubblici e privati interessati” in quelli che sono i processi rigenerativi non deve essere la finalità, bensì il mezzo per raggiungere l’obbiettivo.
Inoltre gli interventi che comportino un “miglioramento nell’ambiente urbano dal punto di vista sociale, ambientale, fisico”  possono già essere considerati Rigenerazione Urbana di per sé.

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Occorrerebbe innanzi tutto subordinare quello che può essere un intervento a scala urbana alla verifica della sua posizione rispetto al vasto tessuto urbanistico di cui fa parte, e dunque cominciare a ragionare non più con un’ottica a comparti edilizi bensì con una visione più ampia degli effetti (positivi e negativi) che un qualsiasi intervento possa avere sul territorio in cui ricade. Ciò è possibile preferendo agli strumenti attuativi tradizionali i programmi complessi, poiché affrontano e intendono risolvere i nuovi problemi della città contemporanea, caratterizzata da una pluralità di funzioni.

Inoltre, pure trovandoci in ambito di programmi complessi, si dovvrebbero via via abbandonare gli interventi descritti dai P.R.U. (programmi di riqualificazione urbana), in favore dei P.R.U.S.S.T. (Programmi di Recupero Urbano e Sviluppo Sostenibile del Territorio) che sono, come cita la normativa che li descrive, “programmi di riqualificazione urbana e di sviluppo sostenibile del territorio promossi dal Ministero dei lavori pubblici con l’obiettivo di realizzare, all’interno di quadri programmatici organici, interventi orientati all’ampliamento e alla riqualificazione delle infrastrutture, all’ampliamento e alla riqualificazione del tessuto economico-produttivo-occupazionale, al recupero e alla riqualificazione dell’ambiente, dei tessuti urbani e sociali degli ambiti territoriali interessati.”

Purtroppo alcune anomalie e un po’ di dubbi ci sono ancora, come le teorie che sostengono che la Toscana con Legge Regionale 65/2014 sia stata la prima regione a legiferare in materia di rigenerazione urbana con obbiettivo primario quello del contenimento di uso del suolo.

Ma la Rigenerazione Urbana o, per essere più inclusivi, la Rigenerazione come metodologia, continua ad andare avanti e in regioni come Puglia (Legge Regionale  n. 21/2008, Norme per la rigenerazione urbana), Lombardia (Legge Regionale 28 novembre 2014, n. 31), Umbria (Legge regionale 21 gennaio 2015, n. 1) ed Emilia-Romagna (legge regionale in fase di attuazione in seguito ad una serie di positivi riscontri in ambito di progettazione partecipata ed attuazione di programmi integrati di intervento) fa passi da gigante.

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Affrontare un intervento di rigenerazione urbana

Per affrontare correttamente un intervento di rigenerazione urbana è importante consultarsi non solo con gli enti locali ma anche con gli utenti delle aree soggette a rigenerazione e agli operatori che su quelle aree gravitano per vari motivi.

Fatto ciò, valutati i bisogni e le aspettative degli utenti, le potenzialità di un luogo e la capacità di resilienza di un ambito su cui operare si passa a individuare gli strumenti urbanistico/edilizi, di programmazione economica e sociale, e non solo, utili a procedere alle analisi e quindi alla progettazione.

Il vademecum dell’ISPRA

Va segnalato che l’ISPRA ha messo a disposizione sul proprio portale un vademecum dei principali strumenti di sostenibilità di cui possono servirsi gli enti locali.

Nata da una convenzione tra ISPRA (ex APAT) e Associazione Nazionale Coordinamento Agende 21 Locali Italiane, questa sorta di vademecum serve affinché siano rese efficaci, incisive e soprattutto partecipate le politiche ambientali attuate dalle Amministrazioni grazie a strumenti da adottare a livello locale che possano integrare positivamente gli strumenti di programmazione e di controllo obbligatori.

Inoltre il vademecum serve a valutare gli esiti e gli effetti in riferimento ai diversi contesti e alle specificità territoriali.

La Rigenerazione quindi non è uno strumento ma un metodo, non è costituita da regole preconfezionate ma da approcci e analisi dedicati, non è una soluzione immediata ma occorre tempo per apprezzarne i risultati positivi, non esula dalle normativa ma se ne serve in maniera intelligente per raggiungere degli obbiettivi e fornire delle risposte.

di Mariangela Martellotta

Fonte: Architettura Ecosostenibile

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Cari amici del Pd, vi spiego perchè siete invotabili

di Aldo Giannuli

pd_invotabile_940Si avvicina il ballottaggio e si moltiplicano gli appelli agli elettori M5s e della Sinistra per sbarrare la strada all’orrenda destra leghista, fascista e berlusconiana di Milano e Bologna, ma nello stesso tempo, si sprecano gli appelli di Giachetti e Fassino agli elettori della stessa destra fascio-lego-berlusconiana contro i barbari 5 stelle di Roma e Torino: non è la faccia quello che manca!

Con Berlusconi vi siete alleati (e con Verdini e Alfano lo siete ancora) ed ora a Milano chiedete i voti di sinistra e M5s contro Berlusconi, accusandoli, se non accettano, di essere amici del Cavaliere, di consegnare la città alla destra ecc. e, il tutto, mentre non dite che a Napoli bisogna votare De Magistris per non consegnare la città ecc. ecc.

Avete farro il job act smantellando i diritti di una intera generazione e dando più potere ai “padroni”, avere fatti una legge elettorale al cui confronto quella di Scelba era oro, avete fatto una legge sulla scuola che offre gli insegnanti all’arbitrio dei presidi, avete fatto una riforma costituzionale semplicemente indecente, state sostenendo (unici dell’internazionale socialista e “democratica”) il Ttip che svende i nostri prodotti a favore di quelli americani, nonostante le continue promesse avete mantenuto una pressione fiscale assurda, avete fatto una riforma ignobile della Banca d’Italia che ha regalato miliardi alle più grandi banche d’affari, avete fatto una riforma delle banche popolari ed una legge sul bail in (dopo averlo fatto passare), solo per salvare gli amichetti della banca Etruria e della Popolare di Vicenza, molte di queste leggi le  avete fatte a braccetto con il Cavaliere, venite dal fango di Mafia Capitale e venite a chiedere a noi i voti?

Fatevi votare da Carminati, dai banchieri che avete omaggiato con la riforma di Bankitalia, dai presidi nelle cui mani avete messo i destini degli insegnanti, dai padroni che si gioveranno del job act, dagli amichetti dell’Etruria, dagli amici amerikani. Noi non c’entriamo con la vostra politica e le vostre scelte e, peraltro, quando mai avete tenuto presente il punto di vista del M5s o di Sel mentre facevate le vostre “Riforme”?

C’è una cosa che non capisco del vostro modo di pensare: ma davvero pensavate che, con un  bilancio del genere, non arrivasse il conto da pagare? Non capisco se si tratta di incoscienza su quel che si è fatto, di presunzione per cui si giudicano tutti quanti imbecilli, o se è solo mancanza di pudore. E peggio ancora non capisco questa aria per cui toglierli dall’impiccio di un braccio di ferro sfavorevole, votandoli, sia un dovere per gli altri. Ma chi vi ha detto che votare per voi è un dovere? Volete i voti? Guadagnateveli.

Ora siete invotabili e se doveste perdere a Roma, Milano, Torino e (sogno proibito!) anche a Bologna, sarebbe solo una lezione salutare. Sempre che siate in grado di capirla.

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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Aiutiamoli a casa loro?

di Aldo Giannuli

migranti_940La propaganda anti immigrati ricorre spesso ad un argomento apparentemente ragionevole: aiutiamoli sì, ma a casa loro. Personalmente non credo affatto alla buona fede di chi lo dice (secondo me è solo un modo ipocrita di dire “fuori dai piedi”)  ma facciamo conto che sia un discorso serio ed entriamo nel merito.

In effetti, lo sviluppo dei paesi africani, asiatici, latino americani sarebbe il modo migliore sia per rallentare la pressione su Europa e Usa, sia per evitare molte sofferenze a chi emigra e magari preferirebbe restare nel suo paese, se ci fossero condizioni di vita accettabili. Dunque sarebbe ragionevole farlo.

Aiutiamoli a casa loro? Facile a dirsi, molto meno a farsi, perché ci sono non pochi ostacoli per realizzare i vari “piani Marshall per l’Africa” di cui spesso qualcuno blatera. Per la verità, già oggi ci sono cospicui aiuti internazionali da parte dei paesi più ricchi, ma, a quanto pare, i risultati non sono particolarmente brillanti e la riflessione dovrebbe partire proprio da questo punto: come mai, nonostante decenni di aiuti, ci sono paesi in cui i risultati sono così scarsi? Il problema è che dovremmo aumentare le sovvenzioni? Quelle attuali sono insufficienti? Non è solo questo ed il problema è molto più complesso.
In primo luogo, ci sono non poche situazioni di guerra o guerra civile (Iraq, Siria, Libia, Mali, Afghanistan eccetera) o con forti turbolenze (Sudan, Somalia, Zaire, Sri Lanka, Indonesia, eccetera) che hanno ostacolato, quando non hanno reso del tutto irrealistico, ogni piano del genere. E questa condizione perdura.

Poi c’è una seconda ragione: molti di questi paesi (direi la netta maggioranza) hanno governi corrottissimi che usano gli aiuti internazionali per metterseli in tasca, o meglio, nei loro pingui conti off shore. E, peraltro, più di qualche rivolo di quel fiume di denaro, torna al paese di partenza, dove qualche vispo politico lo indirizza verso il proprio conto off shore. E questo senza tener conto della “mano morta” di tante Onluss che tutto sono, meno che “no profit”.

Poi c’è il ruolo delle multinazionali che speculano sugli aiuti, fornendo prodotti scadenti o fortemente sovraprezzati, in parte per la complicità dei governi corrotti, in parte per le condizioni di monopolio in cui operano.

Ma, sin qui, stiamo parlando della superficie del problema: tutte cose emendabili o eliminabili sol che lo si voglia davvero. Ma ci sono dati strutturali più profondi, in parte dovuti alle condizioni particolati di alcuni contesti (dalla scarsità di infrastrutture, alle percentuali altissime di analfabetismo, dall’assenza di strutture sanitarie alla permanenza di metodi di coltura primitivi ecc.) ma in parte ancora più significativa, dalle condizioni del commercio internazionale che ostacolano lo sviluppo di molto paesi. Lo scambio ineguale fra prezzi delle materie prime e dei semi lavorati da un lato e tecnologie e costo del denaro dall’altro, è stata la principale ragione che ha impedito il decollo dei paesi del sud del Mondo dalla fine del colonialismo ai primi anni novanta. Poi, mentre paesi come Cima, Brasile, India, e poi via via Turchia, Vietnam, Messico, Indonesia ecc iniziavano a decollare in parte grazie alle delocalizzazioni industriali, in parte alla rivalutazioni del mercato delle commodities, è subentrato un nuovo ostacolo allo sviluppo dei paesi che erano rimasti indietro: gli accordi di Marrakesh e la particolare disciplina dei brevetti, per cui multinazionali occidentali hanno “brevettato” (cioè ottenuto l’esclusiva della produzione) specie vegetali ed animali che, in realtà esistevano da sempre ed appartenevano a quei popoli. Far sviluppare i paesi africani arretrati, oggi, imporrebbe un riallineamento della divisione mondiale del lavoro e questo potrebbe proporre indesiderate concorrenze: il libero mercato è una delle più clamorose balle della storia umana. E le politiche di landgrabbing non vengono fuori dal nulla: sono il riflesso di un ordine mondiale che riserva all’Africa due funzioni, deposito di materie prime (della terra in primo luogo) a basso costo e serbatoio di forza lavoro di riserva per quando il costo del lavoro dovesse crescere troppo nei paesi attualmente emergenti.

E’ molto facile dire “aiutiamoli a casa loro”, ma una vera politica di sviluppo dei paesi africani implica l’abbattimento di questo ordine mondiale, l’azzeramento della rete di accordi sottoscritti da Marrakesh in poi, la fine dell’ordine neo liberista. Siete ancora a dirlo?

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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