La rivolta che non c’è

Vi propongo questo pezzo (che si rifà a un breve saggio) di un autore che seguo da qualche anno, Paolo Bartolini, con cui ho grandi affinità culturali e intellettuali, pur non avendolo mai incontrato personalmente. La sintonia riguarda soprattutto la visione secondo cui, come ho più volte ribadito con miei interventi sparsi, nessun cambiamento culturale, spirituale e umano sia possibile se non accompagnato da un nuovo e più profondo, consapevole, livello di coscienza di ogni singolo individuo. L’analisi di Bartolini parte spesso da considerazioni interdisciplinari, abbracciando le dimensioni filosofica, antropologica, sociologica, teologica e perfino politica dell’agire umano.

Dafni Ruscetta

 

di Paolo Bartolini

Il nostro è un tempo di paradossi: il precipitare delle crisi innescate dall’insostenibilità del capitalismo spettacolare integrato dovrebbe sollecitare azioni riparative di vasta portata nel breve periodo. L’emergenza climatica, il dissesto ambientale, la tragedia dei migranti e gli effetti rovinosi delle politiche di austerity sulle condizioni di vita di moltissime persone, sono convulsioni che scuotono il corpo febbricitante dell’Occidente denunciando la fine delle vecchie egemonie. Tali questioni offrirebbero seri motivi per rilanciare, senza ulteriori rinvii, un impegno politico collettivo che funga da antidoto contro le derive dell’indifferenza e del nichilismo compiuto. Ma – lo dicono da tempo i commentatori più lucidi del presente – l’intreccio di tali eventi macroscopici raramente produce delle risposte degne di rilievo. I ceti subalterni, che avrebbero tutte le ragioni per insorgere mettendo in discussione l’attuale assetto dei rapporti di potere, sembrano ipnotizzati, svuotati e impotenti. Il fenomeno francese della Nuit Debout è un primo segnale in controtendenza, positivo nel suo emergere, ma pur sempre aurorale.

Il paradosso cui facevamo cenno è, dunque, quello di un’epoca estrema (si parla, per noi occidentali, dell’imminente “fine di un mondo”) che non può affatto contare su dei soggetti capaci di agire in modo sensato e liberante perché, a monte, manca un’analisi accurata delle situazioni concrete in cui le dinamiche di dominio del sistema tecno-capitalista [1] si riproducono ed articolano. Dovremmo forse metterci a studiare proprio mentre l’imbarcazione nella quale siamo stipati sembra dirigersi, a folle velocità, verso un naufragio certo? La risposta (anch’essa paradossale, ce ne rendiamo conto) è decisamente affermativa, purché sia chiaro: i saperi di cui necessitiamo per orientarci nel mare grosso che ci avvolge sono saperi pratici, maturati nel confronto con i contesti di vita quotidiani, con gli “oggetti culturali attivi” [2] che determinano la nostra fragile presenza al mondo alle soglie del terzo millennio. Nessuna passione per una teoria fine a se stessa, dunque, quanto piuttosto la consapevolezza che non si dia alcuna resistenza creativa al capitalismo senza aver colto le caratteristiche dell’ambiente naturale/culturale che ci plasma e con il quale co-evolviamo nel nostro divenire storico.

Questo ambiente, piaccia o meno, è il capitalismo stesso, inteso qui non solo come insieme dei rapporti di produzione prevalenti in una data cultura, ma come motore simbolico dell’immaginario collettivo, ideologia che infiltra potentemente ogni sfera della vita associata e ogni piega della psiche individuale. Il nostro mondo, di fatto, coincide oggi con la “civiltà dell’accumulazione economica” [3].

Il passaggio, anticipato a suo tempo da Marx, dalla sussunzione formale a quella reale, serve a ricordarci che il capitale ha ormai assorbito la vita umana nelle sue diverse dimensioni, riducendo al minimo la percezione di “altri mondi possibili”, di alternative reali al culto del denaro, del consumo e dell’innovazione tecnologica. Perché non ci si ribelli, perché la rivolta democratica stenti a contagiare larghe fasce della popolazione, sono domande vitali che si pongono da alcuni lustri gli intellettuali non conformi e gli attivisti dei movimenti. Una risposta a questo interrogativo va pur data, pena il moltiplicarsi di lamentazioni sulle sorti del mondo prive di un reale spessore critico. Lo sbilanciamento evidente dei rapporti di forza, sempre utile per spiegare i fallimenti nel processo di democratizzazione della società richiede – a nostro avviso – un esame attento dei vettori che, negli ultimi trent’anni, stanno direzionando un inedito mutamento antropologico.

A questo esame dedicheremo le righe che seguono, chiarendo fin d’ora “da dove veniamo” ovvero da quale angolazione abbiamo deciso di guardare al problema. Lo sguardo che ci contraddistingue origina da discipline diverse e complementari, su tutte la filosofia, l’antropologia, l’epistemologia e le psicologie del profondo. Nonostante l’inevitabile parzialità delle nostre chiavi di lettura, coltiviamo una piccola ambizione: evitare le secche della semplificazione e del riduzionismo per approdare a una lettura delle dinamiche attuali che mantenga una sua “coerenza complessa”.

 

Leggi l’intero saggio di Paolo Bartolini

Note

[1] Cfr. L. Demichelis, La religione tecno-capitalista. Suddividere, connettere, competere, Mimesis, Milano-Udine, 2015.

[2] Questa locuzione è stata impiegata in più circostanze dall’etnopsichiatra Piero Coppo.

[3] Ha coniato questa definizione il filosofo e psicoanalista Romano Màdera. Si veda, in particolare, il suo La carta del senso. Psicologia del profondo e vita filosofica, Raffaello Cortina, Milano, 2012.

 

Infografica: in copertina, © immagine tratta dal film: Cosmopolis, di David Cronenberg (2012).

 

Fonte: Megachip

 

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