Ha perso l’arroganza di Renzi. E ora si mette male

L’onda populista europea, l’economia che non riparte, una legge elettorale a misura dei Cinque Stelle: le amministrative certificano la debolezza del premier. E le ombre si allungano, su Palazzo Chigi

Francesco Cancellato

Niente da fare. Possiamo raccontarci finché vogliamo che la (quasi) debacle renziana ai ballottaggi – il “quasi” è per la vittoria milanese di Sala al fotofinish – sia da relegare a una dimensione locale e che non si debba attribuire un valore politico nazionale a una tornata elettorale amministrativa. Possiamo, ma poi ci tocca fare i conti con la realtà, e ammettere che difficilmente non ha valore politico nazionale che un’avvocatessa poco più che trentenne appartenente al Movimento Cinque Stelle vinca con il 67 per cento dei consensi a Roma. Che a Napoli trionfi con percentuali analoghe uno che ha fatto campagna elettorale dicendo che Renzi doveva «cagarsi sotto». Che i grillini strappino al Pd pure Torino, recuperando dieci punti di distacco dal primo turno. Che i dem perdano pure Trieste e vincano male (54%) nella roccaforte bolognese. Che soccombano i cinque ballottaggi su sei persino in Toscana, la regione del premier, dove il Partito Democratico finisce sotto pure a Sesto Fiorentino, comune in cui governava – fascismo escluso – dal 1899.

Se alziamo ancora un po’ lo sguardo, però, ci rendiamo conto che questa partita travalica addirittura i confini nazionali. E non solo perché Virginia Raggi sindaco di Roma è la notizia con cui aprono giornali come Le Monde. Ma anche, soprattutto, perché l’onda politica anti-establishment che soffia in Italia è la stessa che ha permesso a Podemos e Ciudadanos di squassare lo storico bipolarismo spagnolo. La stessa che ha consolidato il Front National come il primo partito francese. La stessa che ha prodotto Alternative fur Deutschland e il primo sondaggio nella storia della Germania post-nazista in cui i due partiti principali – Cdu-Csu e Spd – non fanno il 50% dei consensi in due. La stessa che rende incerto il referendum sulla Brexit anche se i laburisti e il premier conservatore sono per il Bremain. La stessa che fa volare le destre nazionaliste in Austria e Olanda. La stessa che rende incerta la partita tra Hillary Clinton e Donald Trump negli Stati Uniti d’America.

Possiamo raccontarci finché vogliamo delle colpe specifiche di Renzi, quindi, ma nulla può – nemmeno lui – con una rivoluzione politica in atto nel mondo occidentale di cui facciamo ancora fatica a capire il senso e gli esiti. Quel che è certo, a posteriori, è che la spinta rottamatrice – ciò che gli aveva permesso di passare da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi in poco più di un anno – si è ormai completamente esaurita. Oggi Renzi è percepito per quello che è: il figlio più presentabile di una tradizione politica sotto attacco, l’ultimo esemplare di una Terza Via post-socialdemocratica che perde ovunque.

Letta in quest’ottica, le maggiori responsabilità di Renzi non stanno nella sconfitta di oggi, ma nell’arroganza con cui non ha capito quanto fosse stata effimera e accidentale la sua vittoria di ieri, quel 40,8% alle europee che oggi suona quasi come una sinistra eccezione. Ci sta che Renzi non l’abbia capito allora. Ci sta meno che ancora oggi non l’abbia capito. E continui, con protervia, a negare l’evidenza della sua ormai conclamata debolezza. L’all in sul referendum costituzionale – «se perdo vado a casa» – è in qualche modo la prova di un coraggio ormai diventato incoscienza. Tanto più che la legge elettorale a due turni – come ebbero a vaticinare i “gufi” e come confermano i risultati dei ballottaggi – sembra fatta apposta per far vincere al ballottaggio i Cinque Stelle con i voti del centrodestra.

Ormai è troppo tardi per tornare indietro, questo è certo. E Renzi – come da copione del suo personaggio – può solo vincere o andare a casa. Resta da capire, a questo punto, se il suo partito e l’establishment politico ed economico (nazionale e non) che gli ha affidato il destino del Paese sia disposto a seguirlo fino alla battaglia finale. Così non fosse, l’estate sarà molto lunga e molto calda, con ogni probabilità. E quando il sole è al tramonto, le ombre si allungano. Anche su Palazzo Chigi.

Fonte: l’inkiesta.it

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