Archives for luglio2016

Il luglio feroce che prepara le svolte autunnali

di Nicolò Migheli

dannati-nella-gola-del-leviatanoUn fatto è un fatto, avvertiva Edgard Allan Poe nella nota sequenza logica usata per scoprire gli indizi. Un fatto o una sequenza di avvenimenti dello stesso tipo non bastano. Se vogliamo capire qualcosa nel barlume che compare nella caverna platonica in cui ci costringe l’informazione globale, non ci resta che mettere insieme più scampoli di fatti dentro un tentativo di totalità. Non è detto che si riesca a raggiungere una qualche verità, perlomeno si può cercare di intuire un bandolo nella matassa del caos in cui siamo sospinti.

Elle Kappa sulla Repubblica è stata tranchant: “Il terrorismo molecolare- Inquietante stress test sulla tenuta delle democrazie occidentali”. Un attentato al giorno tra Francia e Germania, a cominciare dalla strage di Nizza del 14 Luglio. Una sequela di morte procurata da “folli” che sembrano seguire un disegno che qualcuno ha preparato per loro. Sono mesi che i servizi dei paesi europei avvertono che i lupi solitari erano in procinto di entrare in azione. La rivista dell’IS-Daesch Dabiq, da circa due anni indica nell’Europa il fronte su cui combattere i “crociati”. Dopo il martirio di padre Jaques Humel a Saint-Etienne du Rouvray, la copertina della rivista di Daesch con la bandiera nera del profeta sull’obelisco di Piazza San Pietro fa sorridere di meno.

L’uccisione di un sacerdote cattolico mentre celebra messa è un omicidio simbolico che rimanda agli scontri medievali tra Cristianesimo e Islam. Un voler portare il mondo dentro guerre di religione che l’Europa ha messo dietro le spalle fin dal Seicento. Un impatto psicologico ben più potente di Nizza, dove il 30% delle vittime erano musulmane. I chierici dell’informazione che dipende dagli imprenditori della paura aumentano il grado di disagio delle persone comuni. Basta entrare in un bar, salire su di un autobus fare una coda in un qualsiasi ufficio per capire fino in fondo cosa intendeva Daniel J. Goldhagen quando scrisse I volenterosi carnefici di Hitler.

Le persone non si vergognano più nel proferire pensieri che sino a qualche anno fa sarebbero stati considerati oltraggiosi dalla maggioranza di chi li sentiva. Oggi solo approvazioni tacite o espressioni di consenso. Essere razzisti è diventato orgoglio e il riscatto di radici immaginarie vissute come compromesse. Il responsabile dell’intelligence francese si spinge fino ad immaginare un conflitto con la comunità di religione musulmana e il resto d’Europa dentro il conflitto di civiltà. L’esercito svizzero organizza manovre il cui tema è il respingimento di masse di profughi travolte da una guerra civile europea.

È  guerra tra civiltà o vi è qualcos’altro? È  radicalizzazione dell’Islam o la versione wahabita di quella religione è l’ultima utopia rimasta alle masse islamiche marginalizzate dai processi economici e sociali? L’unica, percepita come terrorizzante per noi,  che dia loro un ruolo, canalizzi il loro rancore per una società che non li ha mai accettati? Il barlume che compare nella mia personale caverna di Platone non dà risposte esaurienti. Contemporaneamente viviamo la fine della Ue come l’abbiamo conosciuta. La globalizzazione e il neo liberismo sono stati un pessimo affare per i popoli europei. L’arricchitevi di Lady Thatcher ha funzionato con gli indiani e i cinesi ma ha trasformato gli europei in precari, ha aumentato in modo esponenziale le diseguaglianze tra classi.

La difesa del welfare rimasto diventa determinante per qualsiasi scelta come il Brexit ha dimostrato. È in atto una separazione tra èlite e popolo, ogni rivendicazione di condizioni di esistenza degna derubricate in populismo, in irrazionalità, mentre qualche decennio fa sarebbero state solo rivendicazioni sindacali. Il libro di Christopher Lasch sulla Ribellione delle èlite è diventato il manuale di una classe dirigente incapace di progettare un futuro che vada oltre la trimestrale di cassa delle loro imprese. Più volte in questi anni si è cercata la data della fine della nostra modernità.

Abbiamo utilizzato tutti i post possibili. In questo tempo vi è la certezza che quel processo riformatore cominciato con l’illuminismo sia arrivato a compimento. È finita l’uguaglianza, la fraternità viene insultata con l’epiteto di buonismo. La stessa libertà individuale è in bilico. Di conseguenza anche la laicità, intesa come bilanciamento di poteri democratici, rispetto delle fedi altrui, è in forte crisi. Siamo in un tempo di attesa, del Leviatano che ci liberi imponendo il suo ordine assoluto assumendosi la responsabilità della decisione. Alla sicurezza immaginaria siamo disposti a sacrificare libertà e pensiero indipendente; la diversità che si trasforma in uniformità.

La distopia che diventa utopia con Erdoğan che fa scuola. In autunno nell’agenda dell’Occidente si sommano appuntamenti cruciali.  Il 2 di ottobre in Ungheria si terrà un referendum consultivo, indetto dal governo di Viktor Orbán,  dove si chiede di rispondere alla seguente domanda: “Volete autorizzare l’Unione europea a decidere il ricollocamento in Ungheria di cittadini non ungheresi senza l’approvazione del Parlamento ungherese?

La legislazione europea non può essere oltrepassata da quella nazionale, in realtà Orbán con questo quesito sancisce la sua Ungharexit. Lo stesso giorno gli austriaci sceglieranno il presidente tra un verde ed un neo nazista, con quest’ultimo probabile vincitore. Nella Polonia di Beata Szydło  nel maggio di quest’anno è stato arrestato il presidente del partito filo-russo “Zmiana”  Mateusz Piskorski, reo di aver criticato la Nato. Nello stesso paese è in atto una svolta autoritaria nel silenzio della Vecchia Europa. In Olanda può vincere le elezioni un populista di destra che vorrebbe anche lui indire un referendum per l’uscita dalla Ue.

Negli Usa non è improbabile che vinca Trump. Da oggi al prossimo anno con elezioni in Francia e Germania è possibile che ci si ritrovi in un altro Occidente, con gli stati nazionali ottocenteschi impegnati a chiudersi in se stessi. Intanto però si prosegue nello stravolgimento delle costituzioni democratiche come in Italia. La scusa è la solita: l’efficienza, l’efficacia, il risparmio. Se guardiamo a quel che sta succedendo nel mondo, ci si rafforza nella scelta del NO. La ministra Boschi ha affermato che bisognerebbe votare sì anche per combattere il terrorismo. Voce dal sen fuggita? In ogni caso un po’ di altri attentati per l’Europa ed in molti si convinceranno.

Il Leviatano, qualsiasi forma abbia, può diventare una possibilità. Con buona pace di chi è spaventato da su moro in cobertura.

di Nicolò Migheli

Fonte: sardegnasoprattutto.com

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Quale storia nel tempo della globalizzazione?

storia_globalizzazione_940di Aldo Giannuli

Ha ragione Fulvio Cammarano a sostenere che c’è un processo di graduale emarginazione della storia, tanto dagli assetti scolastici ed universitari, quanto dal dibattito politico, a favore di un rapporto preferenziale con altre discipline quali sociologia, politologia ed economia (al punto che i pochi storici interpellati dai media come Orsina, Pombeni, Galli della Loggia ecc. sono presentati come politologi;  anche per questo, quando mi capita di partecipare a trasmissioni televisive, chiedo puntigliosamente di essere presentato come storico). Per uscire da questa situazione, tuttavia, è necessario che gli storici passino al contrattacco, dimostrando come e perché sociologia, economia e politologia, pur necessarie, da sole non bastano a rispondere alle sfide del presente e che la storia, con la sua visione di lungo periodo, sia indispensabile.
Il tempo della globalizzazione esige un profondo rinnovamento culturale, che ha un grande bisogno del contributo della storia a sua volta radicalmente rinnovata. Se vogliamo capire il perché dei fondamentalismi, le dinamiche dell’incontro-scontro dei diversi modelli di civiltà, le caratteristiche peculiari dei diversi sistemi economici sommariamente indicati tutti come “capitalismi”, le caratteristiche peculiari della crisi economico finanziaria in atto o anche la portata del tentativo di Papa Francesco, la storia è uno strumento non sostituibile. Sempre, però, che ci sia un mutamento profondo tanto delle tematiche indagate quanto dell’approccio metodologico.

A lungo la storiografia italiana ha subito il benefico influsso della scuola francese degli Annales con la sua attenzione al micro, ma questo ormai non è più utile in un tempo che, al contrario, esige una visione macro. A lungo lo studio del Novecento ha avuto al suo centro la vicenda del fascismo, della II guerra mondiale eccetera, ed è giusto che questo campo di studi non sia abbandonato, ma oggi occorre avere altre centralità tematiche come la storia della colonizzazione e del suo sedimento storico, la storia del welfare e della sua degenerazione burocratica, la storia delle rivoluzioni militari del secolo, in particolare dagli anni sessanta in poi, la storia delle telecomunicazioni e dei trasporti che è fondamentale per comprendere le contaminazioni culturali accumulatesi ecc. Peraltro anche la storia del comunismo e delle rivoluzioni socialiste (tema più “classico”), sinora non ha ricevuto l’attenzione necessaria (se si esclude il filone criminalizzante e fazioso dei Conquest o dei Courtois) ed esige una riflessione complessiva, non prevalentemente ideologica, non centrata sulla sola Russia o sulla sola dimensione statuale.

Soprattutto occorre ridefinire categorie polisemiche come quelle di nazione, classe ecc. largamente usate, ma con significati sempre più differenziati e fonti di continui equivoci, tanto più quando le si applica a contesti culturali non europei ed in particolare asiatici. Abbiamo bisogno di ridefinire dinamicamente le identità nazionali, sociali, politiche attualmente in gioco, abbiamo bisogno di spiegare il presente non solo sulla base del passato relativamente recente della storia contemporanea, ma  spingendo lo sguardo sino alle epoche più remote, alla ricerca delle radici dei diversi modelli di civiltà, abbiamo bisogno di allargare l’orizzonte dalla sola storiografia politica che è giusto che resti centrale ma che deve essere riletta nell’incrocio con la storia culturale, psicologica, economica ecc.

Ma questo esige un netto cambiamento metodologico: dove i paradigmi storiografici correnti sono prevalentemente lineari, narrativi, orientati al giudizio morale, nazionali, mono disciplinari, analogici, occorre passare a paradigmi basati sul pensiero della complessità e sull’esame delle dinamico contro intuitive, esplicativi, avalutativi, internazionali, trans disciplinari, comparativi.

E questo non è possibile farlo senza il confronto con sociologi (che farebbero bene a ricordare che qualcuno ha parlato di “metodo storico delle scienze sociali”) economisti, antropologi, politologi, psicologi ecc. La cosa peggiore sarebbe un conflitto fra corporazioni accademiche, dove, al contrario, necessita un grande rassemblement delle scienze storico sociali, violando gli steccati che le hanno tenute separate così a lungo e così, ingiustificatamente.

E questo anche riconsiderando totalmente i destini professionali degli studenti che scelgono la storia come proprio specialismo: lo sbocco dell’insegnamento continuerà ad esserci, ma non più esclusivo e neppure maggioritario. Al contrario si stanno affermando sempre più due diversi profili professionali. Quello degli addetti alla comunicazione storica o, se preferite, con un termine più vetusto, della divulgazione (format televisivi, mostre, musei, cinematografia, wargame, ecc.). E quello degli analisti. In particolare questo ultimo profilo, il cui scopo è  comprendere le dinamiche di lungo termine, è sempre più indispensabile ai decisori sia politici che economico finanziari.

Dice giustamente Cammarano che se Bush jr avesse avuto qualche serio storico nel suo staff forse avrebbe fatto meno disastri in Iraq ed io aggiungo, che se i decisori finanziari avessero consulenti in analisi storica, probabilmente capirebbero meglio la crisi attuale, curata solo con continui gettiti di liquidità, come se fosse la crisi del 1929. Lasciati a sé stessi, gli economisti, troppo spesso, sanno come curare la crisi precedente, ma capendo poco si quella in atto. Paradossalmente è proprio da una solida conoscenza storica che dipende la comprensione delle specificità del presente.

Ma per produrre analisti di questo tipo occorre adattare la nostra didattica in questo senso (a proposito: benissimo l’idea di separare l’insegnamento della storia da quello della filosofia o dell’Italiano), e, a sua volta, questo esige il rinnovamento della nostra ricerca.

Ed allora, cari colleghi, buttiamoci dietro le spalle le impostazioni del passato (a cominciare dal persistente alito crociano che ammorba le nostre facoltà) e facciamoci valere, dimostrando che la storia è ancora disciplina viva e necessaria.

Pezzo apparso su La Lettura.

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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Sull’ultimo libro di Pallante

Riporto il testo del mio intervento di presentazione dell’ultimo libro di Maurizio Pallante (‘Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell’uguaglianza.’), tenutasi alla MEM di Cagliari l’8 luglio scorso.

Destra e sinistra addio“Ciò che più mi ha colpito di questo libro di Maurizio sono alcuni piani di lettura che emergono in maniera soggettiva, nel senso che poi ognuno riesce a individuare qualcosa di personale nelle proprie letture.

Dal mio punto di vista, quello di un lettore attento alle questioni sociali e filosofiche, emergono tre diversi piani di lettura, che qui cerco di sintetizzare:

1) Quello più tradizionalmente ‘decrescista‘, qui formulato in un maniera molto chiara, in particolar modo quando dice che le attività produttive hanno come obiettivo di soddisfare i bisogni umani; quando parla di economie di sussistenza (in cui le persone possono anche essere povere, ma la povertà non è mai miseria); questo si ricollega al discorso dei redditi monetari: nelle economie in cui gli scambi non mercantili (quindi basate anche sul dono e sulla la reciprocità, per lo più nei piccoli contesti di paese) e l’autoproduzione sono presenti, le persone, anche se hanno redditi più bassi non sono necessariamente più povere di chi ha redditi monetari più alti. Mentre è vero il contrario in quei contesti urbani in cui si è quasi perso ogni legame di solidarietà tra le persone e in cui si è costretti ad acquistare tutto il necessario per vivere. Nelle nostre società di un tempo gli scambi erano fondati sul dono e sulla reciprocità, gli artigiani locali, ad esempio, scambiavano i loro prodotti con quelli della terra. I legami sociali delle comunità contadine rappresentavano – e rappresentano tutt’ora (seppur in misura sempre più sporadica ormai) un’importante norma non scritta. Questi retaggi sono ancora parte di sentimenti comuni in Sardegna. Ecco perché in contesti come quello sardo, se sapessimo valorizzare le potenzialità del nostro territorio, dando peso ad altri valori, nel giro di alcuni anni potremmo trarre enorme beneficio da un simile approccio e diventare precursori di un nuovo paradigma culturale.

2) Poi c’è un secondo piano di lettura, che è quello più politico-sociale-ecologista, riguarda la pulsione all’eguaglianza come nuovo paradigma culturale e si ricollega all’Enciclica ‘Laudato Sii’ di Papa Francesco. Tema che diventa politico, di concreta attuazione pratica, quando poi si elenca tutta una serie di misure o di esempi in cui si traduce questo nuovo paradigma culturale. Tema che qui non approfondisco, essendo più di natura teologica.

3) Il terzo piano di lettura che ho individuato e che mi sta più a cuore è quello spirituale. E Maurizio Pallante non è nuovo a questo tipo di riflessioni, anzi già nel precedente libro ‘Monasteri del Terzo Millennio’, che personalmente ritengo quello più intimo di tutta la serie, aveva approfondito questo argomento. La spiritualità come elemento costitutivo della natura umana e la sua cancellazione dall’immaginario collettivo ha dato luogo a una vera mutazione antropologica, come la definiva Pasolini. A pag. 198 del libro viene riportata una bellissima definzione di ciò che l’autore intende per spiritualità.

Il declino della spiritualità in Occidente è andato a favore di una dimensione più materialistica, che trae origine dalla fede nella scienza e che ha portato a privilegiare l’aspetto della razionalità. Pensate che ai giorni nostri la scienza e la tecnica suscitano un atteggiamento fideistico più forte di quello che una volta suscitava la religione. La mancanza di spiritualità rappresenta oggi una vera e propria mutilazione dell’essere umano, che causa profonde sofferenze interiori e una perdita di senso della vita. Le conseguenze più evidenti sono l’appiattimento delle relazioni umane, del rapporto col territorio, la violenza verso se stessi (pensate alle varie forme di dipendenza da droga, alcool, sesso, psicofarmaci etc) e violenza verso gli altri: indifferenza nei confronti delle sofferenze altrui, aumento dei crimini, insicurezza sociale. E queste violenze, esasperate dall’attuale crisi economica, stanno per sfociare in una crisi sociale difficilmente controllabile, che si fa finta di non vedere ma che in tutta Europa (e non solo) mostra già i primi segnali.

Tutto questo si traduce con la necessità, addirittura l’urgenza, di recuperare (o reinventarsi) un ‘ordine simbolico‘ per le nostre società, dei simboli ‘sacri’ che uniscano l’immaginario collettivo. Come afferma il nostro amico Massimo Angelini, il simbolo è ciò che tiene insieme, che unisce…e può essere trasmesso soprattutto tramite l’arte nell’immaginario collettivo appunto. Ecco perché l’arte dovrebbe svincolarsi dalla mercificazione e tornare ad essere un’espressione dell’animo umano.

 Ecco che dal libro emergono, in definitiva, due dimensioni per il cambiamento (peraltro ormai già in atto):

una dimensione individuale, spirituale e simbolica, partendo da nuovi stili di vita più sobri;

– una dimensione più collettiva, da cui l’importanza del ruolo della politica, con scelte concrete verso il cambiamento: un nuovo ordine sociale introdotto da scelte politiche precise, ad esempio dalla riduzione dell’orario di lavoro per tutti, consentendo così più tempo libero e per le relazioni e, al contempo, la possibilità di dare lavoro a tutti.

Senza dimenticare che il passato non è da aborrire, come sosteneva Pasolini: “Non c’è progresso senza profondi recuperi nel passato, senza mortali nostalgie per le condizioni di vita anteriori”.”

di Dafni Ruscetta

L’immagine riproduce la copertina del libro, edito da Lindau Torino.

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C’è qualcosa di peggio di Renzi? Si: la sinistra Pd

di Aldo Giannuli

sinistra_PD_speranza_940Dopo la strage di Nizza e quello che sta succedendo in Turchia, ci si sente male a commentare quel che fa la folla di omuncoli che occupano il nostro palcoscenico politico: Verdini, Alfano, Renzi, Salvini, Speranza, Bersani… C’è una sproporzione inaudita fra le tragedie planetarie che si stanno consumando e che ne preannunciano di altre e più gravi e l’infinita piccolezza dei nostri cialtroncelli di regime.  
Ma, tant’è, tocca occuparcene perché se assai piccola è la statura dei nostri uomini di governo, grandi e pesanti sono i danni che rischiano di produrre e che, in parte, stanno già producendo. E dunque, mestamente, veniamo ai problemi di casa.

In primo luogo devo chiedere scusa per il pezzo di giovedì scorso  che non teneva conto delle dichiarazioni di Renzi contro l’ipotesi di spacchettamento e che accennava alla data del 6 novembre come data per il referendum. Il pezzo, come spesso mi accade in questo periodo in cui sto ultimando un libro che uscirà in settembre, è stato scritto il venerdì precedente e, quindi, con notevole anticipo sul giorno delle dichiarazioni in questione. Chiedo scusa, ma so che mi capirete se dico che è difficile cantare e portare la croce.

Dunque referendum il 6 novembre o giù di lì, e , a quanto pare, referendum singolo: Renzi è il più intelligente dei renziani e capisce che l’ipotesi spacchettamento è una fesseria che non sta in pieni né sul piano pratico né su quello logico e tantomeno su quello costituzionale. D’altra parte è stata una idea dei radicali (che quando si tratta di far danno alla democrazia sono sempre in prima fila) e di Bersani che ha perso un’altra magnifica occasione per tacere.

Che poi il referendum si faccia davvero il 6 novembre non sarei così sicuro, soprattutto per il rischio che si sovrapponga la crisi delle banche e magari l’ipotesi spacchettamento torna utile non per essere attuata, ma per fare manfrina fra Cassazione e Corte Costituzionale e guadagnare due o tre mesi di tempo, poi chi vivrà vedrà.

In questo quadro fosco di drammi internazionali e di scenari interni assai preoccupanti, la sinistra Pd trova il modo di farci ridere, nostro malgrado, con una proposta elettorale semplicemente indecente. La riforma, presentata da quel raro talento di Speranza, prevede l’elezione dei deputati in 475 collegi uninominali a turno unico e 12 eletti all’estero con sistema proporzionale. Gli altri 143 seggi vengono così assegnati: 90 alla prima lista o coalizione, fino a un totale massimo di 350 deputati; 30 alla seconda lista o coalizione; 23 divisi tra chi supera il 2% e ha meno di 20 eletti.

Cioè: eliminiamo il doppio turno perché se no vince Grillo, facciamo i collegi uninominali perché abbiamo più possibilità di battere Grillo, e ci accaparriamo così la maggioranza dei seggi. Poi, come se non bastasse, ci aggiungiamo altri 90 seggi, ma solo sino ad un massimo di 350, badate bene: ben 4 in meno del premio previsto dall’Italicum, 30 li diamo alla seconda lista (sperando che sia la destra e non il M5s) e 23 li distribuiamo come mancia fra quelli che, avendo superato la clausola di sbarramento del 2%, abbiano avuto meno di 20 seggi così una lista che magari ha avuto il 18% ma solo 15 seggi uninominali, piò anche arrivare ad averne 23-24 (una mancia non si nega a nessuno). E se non ci sono liste con più del 2% e meno di 20 seggi? In quel caso i 23 seggi li ridistribuiamo fra le due prime liste, ma se poi la prima lista ha già 350 seggi, li siamo alla seconda, tanto non cambia molto.

Cioè un metodo maggioritario con correzione maggioritaria e clausola di sbarramento. L’Italicum è molto meno disrappresentativo: in fondo, quello che avanza da quel che va al vincitore, lo distribuisce proporzionalmente fra tutti quelli che superano la soglia di sbarramento.

Naturalmente, questo superbo metodo elettorale che non ha eguali nel mondo (da nessuna parte si somma il maggioritario uninominale, il premio di maggiorana e la clausola di sbarramento, ma con la mancia finale) avrebbe il dono di far superare tutti i dubbi sulla riforma costituzionale e la “sinistra Pd” potrebbe lietamente aiutare Renzi a vincere!

E ci vogliono imbrogliare? A Lecce dicono: “Io e te, ad un altro, si. Tu a me no”.
Poi la ciliegina sulla torta: Speranza dice che l’uninominale aiuterebbe a colmare il divario fra eletti ed elettori perché si restituirebbe agli elettori la possibilità di scegliere il rappresentante: come dire che, al ristorante ti presento una lista con un solo piatto e ti dico: “scegli!”.  Ma Speranza è cretino o pensa che siano cretini tutti gli altri? Secondo me fa il doppio gioco…

Neanche a dirlo il sistema è anche tecnicamente fatto in modo sbagliato, per cui può produrre risultati assolutamente controintuitivi. Ad esempio, assegnare la maggioranza al secondo e non al primo: se una lista, prevalendo di un solo voto per collegio, si accaparra 316 seggi ha già la maggioranza e, anche se il suo concorrente ottiene più voti nazionali, con tutto il premio dei 90 seggi, perde. Oppure può benissimo darsi che per la distribuzione del voto, nessuno abbia la maggio ranza assoluta perché la lista A ottiene 200 seggi uninominali, più i 90 del premio (= 290) la lista B altri 200 (+ 30= 230) e gli altri 75 seggi uninominali vadano alla lista C ed ai minori che si prendono anche i 23 seggi di mancia.

Risultato: nessuno ha la maggioranza per governare e, per di più abbiamo realizzato il sistema più disrappresentativo del mondo. Un capolavoro di ineguagliata grandezza!

Questi della sinistra Pd (che non si capisce a nome di chi parlino e chi rappresentino) sono degli stalinisti andati a male per overdose di opportunismo e se sono “sinistri” lo sono nel senso di “loschi”.

Il giorni in cui Renzi li sterminerà sino all’ultimo con ferocia turca, io applaudirò freneticamente. Anche alla disonestà intellettuale occorre mettere un limite, soprattutto quando viene da persone intellettualmente ipodotate.

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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A proposito di ingiustizie…

Pubblico un commento a caldo che ho postato sulla mia bacheca FB nei giorni scorsi come reazione al terribile episodio di Nizza.

 

Risultato immagine per strage di Nizza foto camionMi sveglio sgomento x l’ennesimo atto di terrore contro poveri innocenti, quasi in casa nostra. Sgomento x l’orrore, ma niente affatto sorpreso x un nuovo evento sanguinoso, benché vile, le cui radici non sono unicamente di matrice Isis, ma legate a mancate politiche reali di integrazione – per certi versi vere e proprie condizioni di ghettizzazzione – in molti contesti urbani d’Oltralpe. Ho vissuto in Francia x quasi due anni, quindici anni fa ormai. Ho assistito personalmente alla miseria delle banlieu francesi, anzitutto povertà culturale. Lo sguardo etnografico già allora mi aveva fatto percepire e ipotizzare che il disordine, l’emarginazione, l’esclusione a cui molti figli di immigrati della prima generazione erano stati sottoposti x decenni, avrebbe prima o poi condotto a scenari nefasti. Ecco perché la Francia paga il prezzo più alto: il paese della liberté-égalité-fraternité, nonché la culla dei più grandi sociologi e antropologi degli ultimi decenni, non ha saputo garantire davvero le stesse condizioni a tutti i suoi figli, i cittadini autoctoni da una parte – quelli della ‘grandeur’ – e quelli che lo sono diventati tramite i flussi migratori dalla seconda metà del secolo scorso. Questo giudizio sulle cause, ovviamente, non cambia la sensazione di annientamento e di tristezza x quelle immagini e x quella povera gente innocente. Però smettiamola di continuare ipocritamente a pensare a gesti isolati di alcuni fanatici fondamentalisti religiosi! Questa non è una guerra di religione, è una situazione con radici profondissime nelle tante ingiustizie che il nostro mondo, la nostra cultura occidentale (quindi non solo la gestione politica), ha accettato per troppo tempo. È uno scontro di civiltà, non dissimile ad altri casi simili della storia, con la differenza che ormai queste civiltà convivono negli stessi luoghi geografici. E sono pronte a farcela pagare per quelle ingiustizie…

di Dafni Ruscetta

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Buone pratiche per un turismo più sostenibile

In Italia il turismo rappresenta una risorsa fondamentale, produce ricchezza e offre possibilità economiche a località che altrimenti sarebbero penalizzate sotto il punto di vista meramente produttivo-industriale. Ma non sempre viaggi e vacanze trovano riscontro in buone pratiche sostenibili.

Spesso il turismo porta con sé problematiche non indifferenti ai luoghi interessati in modo massiccio da questo fenomeno.

Da alcuni anni, anche nel settore turistico, si è diffusa una nuova sensibilità “green” al tema dell’impatto dell’afflusso massiccio di persone sulle località turistiche. E sono in molti a scegliere la destinazione per le proprie vacanze in base alle caratteristiche naturalistiche dei luoghi e la sostenibilità della struttura ospitante. Sempre più spesso infatti ci vengono pubblicizzate località “green”, spiagge “blu”, hotel sostenibili e soluzioni di viaggio a mobilità dolce o comunque a minor impatto ambientale rispetto all’automobile.

In Italia il settore turismo produce circa il 10% del PIL nazionale e quindi rappresenta un settore economico in cui le tendenze e i cambiamenti non devono essere sottovalutati.

In un articolo pubblicato su ENEA Magazine del 2012 veniva affermato infatti come “un concreto e duraturo rilancio del nostro settore turistico nel contesto internazionale può essere possibile attraverso la promozione e l’applicazione di principi e tecnologie sviluppate in un’ottica di green economy”.

Nel medesimo articolo vengono indicati come determinanti nella valutazione di un turismo green alcuni fattori tecnologici quali l’utilizzo delle risorse idriche, il ciclo dei rifiuti, i sistemi di trasporto e l’efficienza energetica degli edifici e delle strutture ricettive.

Il turismo sostenibile dovrebbe essere tale sia sul piano ambientale che sui piani economico e sociale.

Dal punto di vista ambientale determinanti potrebbero essere scelte di questo tipo:

  • Efficaci sistemi di raccolta e differenziazione dei rifiuti prodotti in tempo di vacanze;
  • Riduzione della mobilità classica a favore di una mobilità dolce e dell’utilizzo dei mezzi pubblici;
  • Strutture alberghiere più efficienti dal punto di vista energetico;
  • Efficienza energetica di strutture turistiche quali piscine, terme, aree wellness, palestre;

Sul piano economico è necessario adottare scelte che salvaguardino l’avvenire della popolazione locale mentre sul piano sociale ne deve essere protetta l’identità passata e futura.

Buone pratiche per un turismo più sostenibile

In Italia e all’estero sono diffusi modelli funzionali e buone pratiche che possono essere di esempio e offrire lo spunto per soluzioni intelligenti ed efficaci.

  • Il progetto Egadi: un esempio è il “progetto Egadi”, portato avanti da ENEA dal 2013, elaborato per l’arcipelago che ogni anno si trovano ad affrontare nel mese di Agosto 60000 presenze a fronte dei 5000 residenti. I tre settori di intervento sono stati identificati in utilizzo della risorsa idrica, organizzazione del ciclo dei rifiuti e gestione sostenibile delle risorse naturali. Sono stati introdotti anche marchi di sostenibilità, certificazioni volontarie e incentivi appositi per promuovere l’operazione.
  • La città di Friburgo: in Germania la città di Friburgo organizza eco-tour per visitare alcune strutture esempi di sostenibilità ed efficienza energetica come il quartiere Vauban, una ex zona militare ricostruita e rivalutata che vede largo utilizzo delle fonti rinnovabili e dove è vietato l’ingresso alle automobili. Gli eco-tour sono affiancati da workshop per professionisti e incontri di formazione sulle tematiche della gestione sostenibile del turismo e del territorio.
  • CasaClima in Alto Adige: in Alto Adige l’Agenzia CasaClima ha introdotto il sigillo di qualità Climahotel per certificare le strutture ricettive dal punto di vista energetico.
  • La spiaggia di Bibione: in tema di gestione dei rifiuti la spiaggia di Bibione è stata la prima in Italia ad introdurre il divieto di fumo eliminando il problema dello smaltimento dei mozziconi di sigaretta che sono presenti in grandissima quantità in altre spiagge italiane.
In copertina: “Ecotourism green tourism blackboard” di Natanael Ginting, via Shutterstock.

Fonte: Architettura Ecosostenibile

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Italicum: cari amici 5stelle non facciamo pasticci

di Aldo Giannuli

amministrative_2016_analisi_940Ci sono state reazioni molto negative del M5s alla proposta di revisione dell’Italicum che tendono a chiudere il discorso prima di iniziare. Posso capire: le modifiche affacciate sono tutte in funzione anti-M5s: abolire il doppio turno che, come si è visto, determina regolarmente il sorpasso del Pd che arriva primo nella prima tornata ma poi perde il ballottaggio con M5s, reintrodurre le coalizioni, che svantaggiano il M5s unico partito che (a mio avviso sbagliando) rifiuta ogni coalizione e aumentare gli spazi delle preferenze ed anche questa è una novità fastidiosa per il M5s che ha preferenze bassissime, mentre gli altri potrebbero drenare più voti con una competizione più aperta.

Posso capire l’irritazione di chi dice: “adesso che vi siete accorti che l’Italicum premia noi e non voi che l’avete fatto, volete cambiare le regole. Siete dei bari”. Ed è giusto definirli bari, Però, poi, non si può  aderire alla stessa logica: “adesso che abbiamo scoperto che l’Italicum ci fa vincere, ci piace e vogliamo mantenerlo e non  apriamo più il discorso”. Sono convinto che non è questo il senso della posizione attuale del M5s, ma c’è il pericolo che venga percepita così.

Immagino che i parlamentari del M5s siano d’accordo con me nel dire che, se un sistema elettorale è una ignobile porcheria perché fa vincere quello che lo ha imposto, resta la stessa porcheria anche de fa vincere te. Anche perché, quello che ti aiuta oggi, ti sfavorirà domani.

Infatti, in questioni come le leggi costituzionali o elettorali non è ammesso nessun tatticismo ed occorre mantenere ferme le pregiudiziali di principio. Il M5s si è pronunciato con una consultazione on line durata quasi due mesi, per un sistema elettorale proporzionale e con preferenze. Punto. E da questo non si può recedere, per di più senza una nuova consultazione (a proposito, è da diversi mesi che non ne vedo neanche una). Ricordiamoci sempre che l’onestà intellettuale e la prima e più importante forma di onestà. Vero?

Pertanto, i truffatori di regime vogliono aggiustarsi il piatto come gli conviene? Certamente, anche se, a mio parere, sbaglieranno ancora una volta (d’altra parte, se i tuoi consiglieri si chiamano D’Alimonte e Ceccanti, questi sono i risultati), non si può chiudere il discorso così. Rivedere l’Italicum è opportuno e forse necessario nel caso di una pronuncia della Corte Costituzionale sfavorevole all’Italicum. Quindi il discorso va aperto e non certo per fare le riforme che vogliono i revenant del grande centro, ma per modificare la legge in senso proporzionale.  Anche perché, c’è un problema: se dovesse vincere il No nel Referendum,  si determinerebbe una situazione assurdo con una legge che sacrifica gravemente la rappresentanza senza assicurare la governabilità (posto che la questione della governabilità sia davvero così centrale).

Infatti, resterebbe in piedi l’ordinamento bicamerale precedente, per cui la Camera sarebbe eletta con un sistema maggioritario a doppio turno e su base nazionale ed il Senato maggioritario a un turno ma su base regionale. E’ quasi certo che nessuno riuscirebbe ad avere la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Stando ai sondaggi ed alle tendenze attuali, il M5s vincerebbe alla Camera grazie al doppio turno, ma realisticamente perderebbe al Senato, dato che, ancora il Pd è il partito di maggioranza relativa e, dunque, è realistico che vinca nella maggior parte delle regioni. A quel punto, si determinerebbe una crisi senza precedenti: il M5s non sarebbe in grado di governare per mancanza di voti al Senato, Ma alla Camera sarebbe in grado di impedire qualsiasi altra maggioranza. Potrebbe esserci un governo di minoranza sorretto dall’astensione del Pd al Senato, ma la cosa appare poco probabile. Bisognerebbe rifare la legge elettorale prima ti tornare a votare, ma in una situazione in cui non sarebbe affatto garantita  l’intesa su un nuovo modello.

Allora non è più semplice e logico risparmiare al paese  questa assurda avventura e risolvere la questione prima? A meno che il Si alla riforma costituzionale non vinca, ma allora il M5s si prepara a passare nel campo del Si, cosa che io non credo possibile, dato che si tratterebbe di un suicidio. E ciò sia perché la maggioranza degli attuali elettori del M5s gli girerebbero le spalle, sia perché una vittoria del Si preparerebbe solo una vittoria del Pd alle politiche e non certo una del M5s.

Insomma, se sei contro la riforma costituzionale devi essere anche contro l’Italicum. Una via d’uscita? Abrogare l’Italicum e ripristinare il modello della Corte Costituzionale (proporzionale con clausole di sbarramento ed una preferenza) rimandando la questione alla prossima legislatura che, a differenza di quella attuale, sarebbe eletta con un sistema costituzionalmente corretto. Non vi pare?

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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L’integrazione del fare…

Migranti a lavoroI richiedenti asilo ospitati a Capannori (LU) contribuiranno a rendere più belle le frazioni. Saranno costituite squadre speciali, a partire da un primo nucleo di dieci giovani migranti volontari, il cui obiettivo numero uno sarà il decoro. Parcheggi e aree a verde, giardini delle scuole e altre zone sensibili saranno ripuliti da erbacce, rifiuti e altri elementi di criticità. Il tutto avverrà in sicurezza e sotto il coordinamento degli uffici comunali, a cui spetterà il compito di individuare le zone che necessitano degli interventi.

E’ questo il progetto di integrazione sociale che l’amministrazione comunale, in collaborazione con la Cooperativa Odissea, metterà in campo entro il mese di luglio.

Siamo fermamente convinti che per rendere una comunità più coesa sia importante che tutti contribuiscano al suo bene – afferma l’assessore alle politiche sociali, Ilaria Carmassi -. Per questo riteniamo particolarmente prezioso favorire l’impegno dei richiedenti asilo che il territorio ospita. Contribuire al decoro dei nostri paesi è per loro gratificante, perché possono rendere un servizio alla comunità. Per l’amministrazione comunale, oltre al fine dell’integrazione sociale, c’è anche l’obiettivo di valorizzare i luoghi pubblici,  come i giardini, particolarmente apprezzati dalle persone nei mesi più caldi dell’anno, e le scuole. La popolazione, quindi, potrà presto vedere concretamente gli effetti positivi di questo progetto di integrazione la cui formula è già stata sperimentata a Capannori con la collaborazione delle associazioni”.

Prima di essere impegnate ad effettuare le opere, le squadre di migranti saranno formate grazie a specifici corsi di formazione in cui si insegneranno, fra l’altro, le tecniche e le misure di sicurezza.

A Capannori i richiedenti asilo sono stati impegnati già in altre occasioni per curare i luoghi pubblici, come il parco della Casa della salute e il parco pubblico di Capannori in occasione di “Puliamo il mondo”. Con questo progetto, quindi, le persone che scappano da guerre, da persecuzioni politiche o altro, possono essere impegnate in opere di utilità sociale.

Fonte: comunivirtuosi.org

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