Sull’ultimo libro di Pallante

Riporto il testo del mio intervento di presentazione dell’ultimo libro di Maurizio Pallante (‘Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell’uguaglianza.’), tenutasi alla MEM di Cagliari l’8 luglio scorso.

Destra e sinistra addio“Ciò che più mi ha colpito di questo libro di Maurizio sono alcuni piani di lettura che emergono in maniera soggettiva, nel senso che poi ognuno riesce a individuare qualcosa di personale nelle proprie letture.

Dal mio punto di vista, quello di un lettore attento alle questioni sociali e filosofiche, emergono tre diversi piani di lettura, che qui cerco di sintetizzare:

1) Quello più tradizionalmente ‘decrescista‘, qui formulato in un maniera molto chiara, in particolar modo quando dice che le attività produttive hanno come obiettivo di soddisfare i bisogni umani; quando parla di economie di sussistenza (in cui le persone possono anche essere povere, ma la povertà non è mai miseria); questo si ricollega al discorso dei redditi monetari: nelle economie in cui gli scambi non mercantili (quindi basate anche sul dono e sulla la reciprocità, per lo più nei piccoli contesti di paese) e l’autoproduzione sono presenti, le persone, anche se hanno redditi più bassi non sono necessariamente più povere di chi ha redditi monetari più alti. Mentre è vero il contrario in quei contesti urbani in cui si è quasi perso ogni legame di solidarietà tra le persone e in cui si è costretti ad acquistare tutto il necessario per vivere. Nelle nostre società di un tempo gli scambi erano fondati sul dono e sulla reciprocità, gli artigiani locali, ad esempio, scambiavano i loro prodotti con quelli della terra. I legami sociali delle comunità contadine rappresentavano – e rappresentano tutt’ora (seppur in misura sempre più sporadica ormai) un’importante norma non scritta. Questi retaggi sono ancora parte di sentimenti comuni in Sardegna. Ecco perché in contesti come quello sardo, se sapessimo valorizzare le potenzialità del nostro territorio, dando peso ad altri valori, nel giro di alcuni anni potremmo trarre enorme beneficio da un simile approccio e diventare precursori di un nuovo paradigma culturale.

2) Poi c’è un secondo piano di lettura, che è quello più politico-sociale-ecologista, riguarda la pulsione all’eguaglianza come nuovo paradigma culturale e si ricollega all’Enciclica ‘Laudato Sii’ di Papa Francesco. Tema che diventa politico, di concreta attuazione pratica, quando poi si elenca tutta una serie di misure o di esempi in cui si traduce questo nuovo paradigma culturale. Tema che qui non approfondisco, essendo più di natura teologica.

3) Il terzo piano di lettura che ho individuato e che mi sta più a cuore è quello spirituale. E Maurizio Pallante non è nuovo a questo tipo di riflessioni, anzi già nel precedente libro ‘Monasteri del Terzo Millennio’, che personalmente ritengo quello più intimo di tutta la serie, aveva approfondito questo argomento. La spiritualità come elemento costitutivo della natura umana e la sua cancellazione dall’immaginario collettivo ha dato luogo a una vera mutazione antropologica, come la definiva Pasolini. A pag. 198 del libro viene riportata una bellissima definzione di ciò che l’autore intende per spiritualità.

Il declino della spiritualità in Occidente è andato a favore di una dimensione più materialistica, che trae origine dalla fede nella scienza e che ha portato a privilegiare l’aspetto della razionalità. Pensate che ai giorni nostri la scienza e la tecnica suscitano un atteggiamento fideistico più forte di quello che una volta suscitava la religione. La mancanza di spiritualità rappresenta oggi una vera e propria mutilazione dell’essere umano, che causa profonde sofferenze interiori e una perdita di senso della vita. Le conseguenze più evidenti sono l’appiattimento delle relazioni umane, del rapporto col territorio, la violenza verso se stessi (pensate alle varie forme di dipendenza da droga, alcool, sesso, psicofarmaci etc) e violenza verso gli altri: indifferenza nei confronti delle sofferenze altrui, aumento dei crimini, insicurezza sociale. E queste violenze, esasperate dall’attuale crisi economica, stanno per sfociare in una crisi sociale difficilmente controllabile, che si fa finta di non vedere ma che in tutta Europa (e non solo) mostra già i primi segnali.

Tutto questo si traduce con la necessità, addirittura l’urgenza, di recuperare (o reinventarsi) un ‘ordine simbolico‘ per le nostre società, dei simboli ‘sacri’ che uniscano l’immaginario collettivo. Come afferma il nostro amico Massimo Angelini, il simbolo è ciò che tiene insieme, che unisce…e può essere trasmesso soprattutto tramite l’arte nell’immaginario collettivo appunto. Ecco perché l’arte dovrebbe svincolarsi dalla mercificazione e tornare ad essere un’espressione dell’animo umano.

 Ecco che dal libro emergono, in definitiva, due dimensioni per il cambiamento (peraltro ormai già in atto):

una dimensione individuale, spirituale e simbolica, partendo da nuovi stili di vita più sobri;

– una dimensione più collettiva, da cui l’importanza del ruolo della politica, con scelte concrete verso il cambiamento: un nuovo ordine sociale introdotto da scelte politiche precise, ad esempio dalla riduzione dell’orario di lavoro per tutti, consentendo così più tempo libero e per le relazioni e, al contempo, la possibilità di dare lavoro a tutti.

Senza dimenticare che il passato non è da aborrire, come sosteneva Pasolini: “Non c’è progresso senza profondi recuperi nel passato, senza mortali nostalgie per le condizioni di vita anteriori”.”

di Dafni Ruscetta

L’immagine riproduce la copertina del libro, edito da Lindau Torino.

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