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Qual è il tuo mito?

Un’intervista al filosofo Romano Màdera su politica, psicoanalisi e misericordia, a cura di Paolo Bartolini.

Fonte: Megachip

Cinque anni fa prendeva vita su Megachip una serie di interviste, a cura di Paolo Bartolini, dedicata a filosofi, psicoanalisti, sociologi, antropologi e ad altre figure della cultura italiana capaci di esprimere un pensiero originale sulla transizione epocale che la società globalizzata sta attraversando. Senza disperazione, ma con la consapevolezza di una convivenza umana ed ecologica da rifondare interamente, sono così iniziati dei dialoghi sinceri con persone di grande spessore umano e culturale, che condividono con noi una premessa etica e metodologica: non è possibile pensare a una trasformazione della società senza una concomitante e profondissima conversione della vita personale. “Trasformare se stessi per trasformare il mondo”, dunque, senza per questo dimenticare che noi stessi siamo fatti di mondo e di relazioni. Fu proprio Romano Màdera ad aprire il ciclo di queste interviste e per questo lo ringraziamo di essere tornato là dove tutto ha avuto inizio.
(la Redazione)
 
 
Chi conosce la tua storia, personale e pubblica, ha la sensazione che tu abbia vissuto molte vite: quella del militante (ai tempi del Gruppo Gramsci da te fondato insieme a Giovanni Arrighi), del fine studioso di Karl Marx, del professore universitario, dell’analista junghiano, del creatore – insieme ad altri – dei primi gruppi di pratiche filosofiche in Italia, della guida esperta per colleghi e amici che grazie a te si sono riconosciuti in quella che hai chiamato “analisi biografica a orientamento filosofico”. La mia impressione, a fronte di un cammino così “molteplice”, è che sia proprio sul piano dell’etica e della prassi trasformativa che tutte queste vite convergono, lasciando intravedere una trama sotterranea coerente. Con che sguardo osservi, oggi, la crisi profonda della politica, in Europa e in Italia?
Sono d’accordo, forse anche perché non ce l’ho mai fatta a “studiare dall’esterno”. Mi prende una sorta di “senso di colpa”. Ma questo ci porterebbe troppo lontano. Diciamo che – lasciando perdere le possibili ragioni biografiche – non mi rassegno a credere che per l’umanità l’orizzonte della speranza si possa ritenere chiuso. Non vedo perché. Mi sembra miope e anche ridicolo. Perché mai la storia dovrebbe fermarsi? E la speranza è quella del riscatto: le storie prendono senso dalla loro intera parabola e soprattutto dalla fine: dal “giorno del giudizio”. Non abbiamo una storia particolarmente gloriosa, se comparata alla nostra capacità di immaginazione di bene. Possiamo migliorarla. Il bene è semplice, per quanto sia una nozione quasi impossibile da circoscrivere, come diceva già Platone, peraltro. Ci sono condizioni in assenza delle quali ogni bene è circondato da troppo male per poter essere considerato una dimensione degna di essere difesa e conservata: beni necessari alla sopravvivenza, considerando le condizioni tecniche e sociali storicamente date, sicurezza, educazione, tempo per sé e infine diritti e libertà per ciascuno, come è scritto nella dichiarazione dei diritti universali dell’uomo del 1948, approfondita in una serie di altri ampliamenti specifici per settori sociali diversi, i cui diritti sono ancora in parte negati ( dalle donne alle minoranze etnico-religiose, di genere ed altre). Per formazione non credo affatto che i diritti non siano anche ideologia che cerca di coprire condizioni fattuali nelle quali è impossibile esercitarli, ma sono nello stesso tempo atti che cambiano il nostro modo di pensarci e di percepirci. Nella nostra situazione sono una straordinaria memoria che nutre la nostra cattiva coscienza, e questo è un grande bene: siamo giudicati da noi stessi, e il giudizio ci indica la strada che è, a parole, condivisa dalla grande maggioranza dell’umanità del nostro tempo. La carta del 1948 sono le tavole laiche della Legge, per la nostra epoca.
Questo come orizzonte. La crisi della politica? La vedo cercando di allungare lo sguardo. Un esercizio a cui mi ha abituato sentirmi dalla parte degli sconfitti. Cerco di non raccontarmi favolette su come eravamo, e di non assolvermi troppo facilmente pensando che ero troppo giovane – venti anni nel 1968 – o che, in fondo, volevamo la modernizzazione. No. Volevamo la rivoluzione, ancora più profonda di quelle già avvenute. Quindi abbiamo perso, e rovinosamente. Non mi sento molto diverso da un nativo americano dopo la sconfitta. Non credo peraltro  che avessimo ragione. Tutt’altro. Avevamo buone intenzioni, grandi illusioni, enorme presunzione, ridicola preparazione, deficienza grave di esame di realtà. In politica queste cose significano “infantilismo”, Lenin l’aveva già scritto ma noi credevamo sempre che riguardasse qualche altro, un po’ più estremista di noi. Anche il Gruppo Gramsci e le analisi che facevamo, nonostante credo fossero tra le migliori, merito fondamentalmente della collaborazione fraterna con Giovanni Arrighi, erano al fondo sbagliate, per quanto non assurde come quelle dei gruppi di ultrasinistra che vedevano il neofascismo avanzare un mese sì e l’altro pure. Dico queste cose non per il passato, ma per cercare di essere più sobrio guardando il presente. Credo che la crisi della politica derivi dalla crisi degli stati nazionali, non da incapacità di qualcuno, oggi. Politica seria, in Italia, l’hanno fatta il Partito Comunista e i sindacati , ma anche ovviamente, la Democrazia cristiana e i socialisti. In Europa le socialdemocrazie e i centristi di vario genere. Oggi tutto è molto più lontano per le organizzazioni nazionali in un contesto continentale e sovranazionale. Ma questo non vuol dire credere di poter e voler frenare il processo di internazionalizzazione. In questa tensione tra vissuti e identificazioni locali e contesto globale, l’impotenza si fa sentire: risultato, la politica non interessa più come militanza. Ci vorrà molto tempo per riconoscere di nuovo interessi collettivi che si possano far valere e quindi per capire che si devono curare relazioni di consapevolezza e solidarietà. Ma accadrà. Esattamente come è accaduto che gruppi locali si siano poi collegati tra loro e gradualmente abbiano raggiunto i livelli dello stato nazione. Sono in Istria in questo momento, per centinaia d’anni in questo posto si combattevano, con diversi dominatori da mezza Europa, paesi a pochi chilometri di distanza. E lo stesso succedeva in Italia e in Germania e.
Marx l’aveva intuito fin dal 1848, l’internazionalismo era l’unico orizzonte possibile per diventare “classe generale”. Ma da Platone a Marx, una cecità foriera di illusioni e sventure ha sempre caratterizzato le avanguardie della consapevolezza generale: credere che i tempi della propria urgenza fossero i tempi della trasformazione del “politico”. Credo di aver imparato una cosa, anche dalle esperienze del lontano passato: non è proprio così, la politica, come attività ordinatrice di ogni altra attività, ha bisogno di un tremendo sforzo di consapevolezza e di trasformazione degli agenti, insieme e come prima condizione per cambiare lo “stato delle cose”. Tempi antropologici, tempi delle culture, quindi secoli e forse millenni. Per adesso, poiché nel frattempo la gente deve vivere ed essere governata, il mio criterio è: chi favorisce i processi di internazionalizzazione e di collegamento lavora nel senso di una storia possibile di umanità superiore agli steccati di nazione, di religione, di genere e quindi, inevitabilmente, anche se non lo vuole o ne è un avversario, di classe. Chi li ostacola, quali che siano i riferimenti ideologici, alcune volte molto di sinistra, lavora, senza saperlo, per la reazione e la conservazione.
Sei stato, e sei ancora, tra i non molti clinici che si interrogano apertamente sui rapporti tra psiche individuale e trasformazioni culturali collettive. Nel 2016, all’interno della stanza di analisi, registri nuove tendenze del disagio psichico ed esistenziale che segnino una rottura o quantomeno un’asimmetria con le configurazioni patologiche degli scorsi decenni?
Il disagio psichico, la psiche in generale, dipende dal movimento storico delle culture e delle società. Su questo ho costruito quel che penso e faccio, e anche la differenza con molta psicoanalisi. Questo non vuol dire che i cambiamenti si registrino anno per anno. La psiche è lenta, molto più lenta della storia collettiva esteriore: è lenta perché la storia è opaca e noi siamo ancora più opachi a noi stessi – la nostra coscienza è, anche giustamente, molto legata a una immagine positiva di noi stessi, fa fatica a registrare cambiamenti problematici. Credo che ci troviamo nella stessa configurazione culturale che ha preso gradualmente forma nella fase del capitalismo globale, quello che ho chiamato “licitazionismo”. Il desiderio che insegue negli oggetti, nelle relazioni personali, nelle ambizioni, quello che al momento si mostra appetibile e di questo tendere fa la sua Legge. Questa è la legge di movimento. Più in generale ancora credo che la figura organizzatrice, e sembra un paradosso, ma non lo è, sia il Caos, il vero reggitore del mondo. Desiderio senza limiti, spettacolarizzazione, egotismo di massa e principio di prestazione allargato e, allo stesso tempo, insidiato da una precarietà essenziale. Questa è secondo me la configurazione culturale. Ne viene un disorientamento capillare e profondo. Una incapacità di riconoscersi in un senso, e quindi un’ angoscia diffusa. La difficoltà di riconoscere un senso probabilmente ha a che fare con la difficoltà dell’appartenere a un gruppo, sociale, politico, religioso, culturale. I legami si sono fatti tenui e precari, come ogni comunità. Di qui un’esasperazione dell’isolamento (ossessioni, narcisismo patologico e altri disturbi di personalità, ansia, panico e fobie .) o, all’opposto complementare, della fusionalità      (quella che una volta si chiamava isteria, normopatia, dipendenze di vario genere, disturbi alimentari.) – questo sull’asse delle ascisse, cioè l’aspetto della relazioni con altri e con altro. Sul piano della relazione con sé, nell’alto e nel basso, colloco autoesaltazione e autodenigrazione, maniacalità e depressione. Al centro sta l’aspetto dinamico comune, una sorta di psiche scentrata, arlecchinesca o meglio da action painting pollockiana (caratteristica comune che va, dimensionalmente, dalla “normalità”  alla schizofrenia). Elenco categorie diagnostiche che, al fondo, mi sembrano utili solo per l’intervento farmacologico e/o psichiatrico – un lavoro necessario ma molto condizionato dai tempi stretti degli interventi e quindi dallo scarso approfondimento personale – qui le nomino solo come metafore possibili di riferimento per far capire, vagamente, ciò a cui mi riferisco fenomenicamente quando parlo di isolamento-fusionalità-autoesaltazione-autodenigrazione-scentratura. Nella mia pratica uso appunto queste cinque direzioni di orientamento-disorientamento se voglio fare il punto per me stesso dentro una storia analitica.
Ripeto, per dare un nome al nostro Dio effettuale, cioè all’architrave della nostra costruzione culturale, scelgo “Il Caos” come il nostro signore ( figura mitologica del funzionamento dell’accumulazione di capitale e dell’organizzazione corrispondente di personalità: la psiche come un “appendi ruoli” priva di forme circoscrivibili, come un buco che si riempie di quel che incontra, una psiche musiliana).
Naturalmente questo non è il mio Dio, tutt’altro. Tuttavia bisogna riconoscere gli dei veramente agenti, anche per cercare di soppiantarli. Il Caos porta con sé anche un’enorme, problematica e tragica molto spesso, ma inaudita potenzialità: è la tragedia della libertà che si fa strada nella storia. Per diventare umani, quello che potenzialmente siamo per natura culturale, dobbiamo diventare consapevoli della nostra potenza di libertà, collettiva e individuale: così diventeremo capaci non di creare un dio – gli dei non si creano – ma di scegliere il nostro dio tra i tanti dei che la storia degli umani ha scoperto.
Recentemente ti sei fatto promotore di un dialogo inter-religioso centrato sul concetto di “misericordia”. Quest’ultimo è diventato sempre più importante nella tua ricerca di una spiritualità pienamente “laica”. Perdono e misericordia sono forse, in un’epoca di frammentazione e indifferenza come quella del capitalismo integrato, le sole vie che si sottraggono alla spirale della violenza?
Etsi Deus non daretur – come se Dio non si desse – etsi Deus daretur – come se Dio si desse, in ogni caso l’idea-intuizione-sentimento-pratica della misericordia mi sembra la risposta a delle questioni di fondo: la prima è il riferimento a un bene, un bene secondo o metabene, indipendente dalle idee di bene connotate religiosamente, ideologicamente o proprie di un’etica contenutistica. Un bene procedurale, processuale e dialettico: un bene che è un male per un altro può trovare il suo stesso superamento solo se si accettano questi conflitti, se si accetta che si hanno prospettive nemiche, ma che si possono perdonare l’un l’altra. E’ dunque una definizione procedurale. Processuale: perché dagli scontri e incontri tra beni diversi si può uscire con nuove e più ampie consapevolezze, ma in ogni caso sempre pronti a ricominciare il cammino della reciproca misericordia nel caso di regressioni e ripetizioni. Il principio misericordia è un principio dialettico: nello scontro e incontro si possono trovare nuove formulazioni, si può giungere a continui perfezionamenti dei valori dati storicamente e geograficamente, ad ampliamenti, ad approfondimenti.
Non penso la misericordia come una fuoriuscita dalla violenza, la misericordia è una cura e un superamento della violenza, ma sempre di nuovo disponibile a ogni recrudescenza della violenza, a ogni passo indietro. La misericordia sa che la violenza, in certe sue forme, è  inseparabile dalla natura e dall’umano. La misericordia perdona la violenza, sempre di nuovo, non la elimina. Appunto per questo il principio misericordia è eutopico ma non utopico, almeno nel senso stretto del termine. E non è ideologico, non si fa illusioni atte a mantenere lo stato di cose presenti, anzi è la condizione perché si dia sempre di nuovo il tentativo di un bene più grande. E ancora: beni più grandi spesso si fanno strada con e nonostante lotte, conflitti, guerre, violenze di ogni genere. Non desidera, l’attitudine alla misericordia, nessuna superiorità né sui vivi né sulle generazioni che ci hanno preceduto, neppure sugli assassini, legittimati o no: ogni aspetto dell’umano è congenere della misericordia, persino il diabolico. L’eliminazione apocalittica del diabolico, per parlare con l’Apocalisse, andrebbe forse pensata come il continuo superamento del diabolico da parte di ciò che riconcilia, non banalmente l’assenza del male, della sofferenza, della morte, dell’atrocità, della violenza. Peraltro dobbiamo, se vogliamo davvero riconciliarci con noi stessi, saper perdonare la natura. Non ci sono solo gli errori umani, non è solo il nostro dissennato uso della natura a procurare i disastri naturali: siamo seri, ci sono sempre stati e sempre ci saranno catastrofi naturali:  mondi su mondi sono destinati ad ardere, come sempre accade, nel fuoco cosmico della esplosione-implosione delle stelle, noi lo sappiamo dalla fisica e non possiamo pensare di non adeguare la nostra concezione del mondo, anche etica, la nostra stessa percezione, a quel che oggi sappiamo. Dunque: misericordia anche per la natura, questa azione “divina” può essere l’ardimento di questa infinitesima pulce dell’universo, questo pressoché nulla che l’umano è.
Così può compiersi il “mito” della divina-umanità, dell’incarnazione , della morte e resurrezione e comunione con il mondo (Pentecoste e la visione di Pietro a Ioppe come la deificazione del mondo). Questo per parlare con i racconti del “mito” cristiano nel quale continuo a vivere. Altri potranno dirlo con le loro parole, con i loro miti, il principio misericordia si fa strada in ogni linguaggio (nel buddhismo mahayana è onnipresente, per esempio).
In diverse occasioni ti sei mostrato scettico sulla possibilità di grandi movimenti di massa capaci di invertire il corso distruttivo dell’odierna civiltà dell’accumulazione economica. Concordi con Miguel Benasayag quando sostiene che “. in seno a ogni situazione possono esistere esperienze non capitalistiche (pensare, amare, dipingere.) che creano tensioni interne. La lotta contro l’egemonia non deve essere indirizzata contro una globalità al di sopra della situazioni ma organizzarsi all’interno di ciascuna di esse. Chi concepisce la propria esistenza come un divenire crea di fatto delle linee di resistenza al capitalismo”? Se la risposta è affermativa: puoi descriverci una o più linee concrete di resistenza che stai sperimentando, da solo e in gruppo, in questi anni oscuri?
Vorrei chiarire: per le ragioni dette sopra, non credo che i tempi siano maturi per movimenti di massa realmente capaci di sfidare, globalmente, il capitalismo globale. Poi forse nasceranno anche movimenti di massa che saranno piuttosto movimenti di individui consapevolmente associati. Le generazioni future vedranno. Oggi vedo solo vagiti, esperienze e movimenti su scala lillipuziana ma molto meno accorti dei lillipuziani. Noi siamo allo stadio di lillipuziani ancora inconsapevoli della loro potenzialità comune, incapaci di un progetto comune, infinitamente distanti dal “superamento della propria centratura egoica” che è necessaria in quantità e qualità importanti almeno per i futuri gruppi dirigenti di questi movimenti del futuro. Questa qualità fin da oggi mi interessa, in qualsivoglia forma. Può essere un gruppo di volontariato, un gruppo di studio, una militanza partitica o sindacale, un individuo isolato che medita nella sua stanza, una vita in un gruppo religioso . Peraltro non mi interessa affatto “resistere”, non abbiamo niente da difendere, abbiamo perso. Dobbiamo, almeno le quattro persone, se ci sono, e i milioni di parti di persone – queste parti ci sono sicuramente – che desiderano, ma seriamente, un altro mondo, un mondo capace di ripartire dalla interintradipendenza di tutti da tutti e da tutto, cominciando da se stessi, dicevo dobbiamo iniziare, ri-cominciare tutto da capo.
Che faccio? Cose ridicole nella prospettiva grande, le uniche possibili e già difficilissime nella prospettiva della realtà del qui e ora. Cerco innanzitutto di “perfezionare me stesso”, direbbe Hadot, cioè gli esercizi spirituali, da solo e in gruppo, per cercare di attenuare la centratura egoica. Questo è il prerequisito. Ho molti amici monaci che a questo hanno dedicato la vita e sanno bene quanto sia difficile eppure ci provano da qualche millennio (interessante è leggere le storie di cistercensi dell’ottocento in viaggio per l’America sulla stessa nave insieme a socialisti utopisti; prima di arrivare i socialisti erano già divisi e lottavano tra loro, così alcuni decisero, pur di non rinunciare al sogno, di farsi monaci: in fondo, vita senza proprietà privata, lavoro comune, sono aspetti che il monachesimo dimostra possono far durare delle comunità umane . certo ci sono anche obbedienza e castità, oltre alla povertà, come voti, ma intese simbolicamente possono voler dire capacità di superare la volontà di appropriarsi degli altri e di far valere la propria volontà contro gli altri).
 Molto più modestamente questa fase della mia vita è stata dedicata alle pratiche filosofiche,  alla spiritualità laica, prima con i seminari di pratiche (dal 1995, dopo una lunga fase di preparazione) e poi con Philo (centro culturale milanese che sta provando a diffondersi), con una scuola per mettere in comune ricerche personali di individuazione, come Mitobiografica che adesso sta partendo, con la scuola per formare analisti filosofi, e infine con SABOF, la società di analisi biografica a orientamento filosofico. A me piacerebbe che, così come Sabof, altri gruppi dediti a compiti e professioni diverse fossero decisi a riunirsi, confrontarsi, per “perfezionare se stessi”, mettendo in comune le loro esperienze di vita e provando a sperimentare modi di agire nel mondo dato, portando nei loro ambienti di vita e di lavoro il virus della trasformazione verso la “trascendenza” del modello dominante “accumulare di più e venerare l’io del proprio specchio”.
 Infine  ti  chiedo, echeggiando  le  parole decisive rivolte a se stesso da  Carl  Gustav  Jung, qual è il tuo mito? In  che  mito  vive,  alle  soglie  del terzo millennio, Romano Màdera?
In parte ho già risposto. Con tutte le sfumature, gli aggiustamenti, le curvature date dall’interrogazione responsabilmente biografica del mito cristiano, penso e mi sforzo di vivere in esso. I miti non si creano individualmente, si possono interrogare individualmente e proporne una diversa versione: Abramo discuteva animatamente con Dio, Giacobbe si chiamò Israele perché fu capace di lottare con Dio.               Più banalmente, ho dovuto riconoscere in anni, a partire dalla prima analisi, ormai quasi quaranta anni fa, che, volente o no, ero “cristiano” fin nel midollo. Naturalmente nella mentalità profonda, nell’anima, nelle immagini di senso. Ho dovuto ritornare a casa: pur facendo molti giri e dopo altre esplorazioni ho dovuto cercare di conciliare la mia esperienza, e quel che ne avevo capito, con il racconto che per me è il più radicato e il più ricco di senso. Se si va dentro il mito di riferimento con l’audacia – e il tremore e la disperazione – di interrogarlo senza sconti a partire dalla propria biografia, allora il mito e la biografia cominciano a intersecarsi, a meticciarsi, a imparare l’una dall’altra. Credo di sapere che se fossi nato in Cina presumibilmente sarei taoista e in Tibet sarei un buddhista vajrayana, e tra i nativi americani sarei un devoto del Grande Spirito . non perché si debba rimanere per forza nella propria cultura d’origine, ma perché –  per quelli che non se ne debbono allontanare per sopravvivere spiritualmente – una radice viva ha una sbalorditiva ricchezza di echi che ti “colgono” fin dall’infanzia e così si rivelano di fecondità impareggiabile. Ma – lo ribadisco – parlo per me.
Romano Màdera è stato professore ordinario di Filosofia morale e di Pratiche filosofiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. In passato ha insegnato all’Università della Calabria e all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Fa parte delle associazioni di psicologia analitica Aipa (italiana) e Iaap (internazionale), del Lai (Laboratorio analitico delle immagini, associazione per lo studio del Gioco della sabbia nella pratica analitica) e della redazione della Rivista di psicologia analitica.
È uno dei fondatori dei Seminari aperti di pratiche filosofiche e di Philo – Pratiche filosofiche (www.scuolaphilo.it), dove è docente nella Scuola in analisi biografica a orientamento filosofico e responsabile della gestione del centro culturale.
Ha chiamato la sua proposta nel campo della ricerca e della cura del senso “analisi biografica a orientamento filosofico” e ha fondato la società degli analisti filosofi (Sabof).
Tra le sue pubblicazioni: Identità e feticismo (Moizzi, Milano, 1977); Dio il Mondo (Coliseum, Milano, 1989), L’alchimia ribelle (Palomar, Bari, 1997); C. G. Jung. Biografia e teoria (Bruno Mondadori, Milano, 1988); L’animale visionario (Il Saggiatore, Milano, 1999); La filosofia come stile di vita (con L.V. Tarca, Bruno Mondadori, Milano, 2003); Il nudo piacere di vivere (Mondadori, Milano, 2006), La carta del senso. Psicologia del profondo e vita filosofica (Raffaello Cortina, Milano, 2012), Una filosofia per l’anima. All’incrocio di psicologia analitica e pratiche filosofiche, a cura di C. Mirabelli (Ipoc, Milano, 2013).
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haiku del 10 agosto…

Sfuggono alle nuvole

anche i raggi sottili.

Una sola foglia.

(Natsume Soseki)

L’haiku (俳句)  è un componimento poetico nato in Giappone, composto da tre versi per complessive diciassette sillabe. L’haiku è caratterizzato dalla peculiare struttura in 3 versi, rispettivamente di 5, 7 e 5 sillabe. Per la sua immediatezza e apparente semplicità, l’haiku fu per secoli una forma di poesia “popolare” trasversalmente diffusa tra tutte le classi sociali in contrasto alla ben più elaborata poesia cinese o alle costruzioni retoriche dei tanka e solamente nel XVII secolo venne riconosciuto come una vera e propria forma d’arte grazie ad alcune opere di famosi scrittori tra cui Matsuo Bashō. L’haiku è una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo, che elimina fronzoli lessicali e retorica, traendo la sua forza dalle suggestioni della natura nelle diverse stagioni. La composizione richiede una grande sintesi di pensiero e d’immagine in quanto il soggetto dell’haiku è spesso una scena rapida ed intensa che descrive la natura e ne cristallizza dei particolari nell’attimo presente. L’estrema concisione dei versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, come una traccia che sta al lettore completare.

 

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Silvia Kanizsa e la pedagogia dei Convitti Rinascita

Fonte: blog di Aldo Giannuli

Vi propongo questo testo, pubblicato come introduzione al recente volume di Luciano Raimondo, a cura di Nunzia Augeri, “I convitti scuola della Rinascita” ed Aurora Milano 2016. Buona lettura! A.G.

raimondi_940Tra le numerose iniziative sorte per volontà di privati cittadini fra il 1944 e il 1946 per aiutare e fornire un ricovero a bambini e giovani in difficoltà a causa delle vicende belliche, i Convitti Rinascita rappresentano una felice esperienza e si distinguono fra tutti per alcune caratteristiche peculiari (Tomasi, 1976).  Infatti, mentre le altre iniziative, come ad esempio le varie “repubbliche dei ragazzi” o le “case dei fanciulli”, erano in genere condotte da religiosi e avevano come scopo quello di fornire assistenza e rieducare alla vita democratica bambini e fanciulli che abbandonati o traviati (con la sola eccezione della Scuola Città Pestalozzi (Codignola, 1954)), i Convitti Rinascita vennero fondati come scuole destinate in primo luogo a far terminare gli studi a tutti i partigiani che, per combattere, avevano dovuto interromperli, e non fossero in grado di riprenderli autonomamente, e a tutti coloro che, alla fine dell’esperienza partigiana o al ritorno dai campi di concentramento, desideravano acquisire o un titolo di studio o una qualifica che permettesse loro di tornare alla vita civile forti di un mestiere. Successivamente l’esperienza verrà estesa anche agli orfani di guerra e ai lavoratori per i quali verranno previsti corsi di qualificazione professionale.

-Le scelte di base
Alla base della costituzione dei Convitti Rinascita, e in particolare del primo fondato a Milano nel 1945 dai partigiani della X Brigata Garibaldi “Rocco” operante in Val D’Ossola capitanati dal commissario politico Luciano Raimondi, stavano alcune convinzioni, prima di tutte quella che tutti, qualsiasi sia la loro provenienza socio-economica, devono poter frequentare la scuola e che lo Stato deve provvedere a ciò. In una parola ciascuno doveva essere aiutato a sviluppare appieno le proprie capacità in modo da potersi inserire nella vita sociale dando il meglio di sé, senza frustrazioni legate a scelte obbligate. Ciò, secondo Raimondi, avrebbe senz’altro giovato non solo al singolo, ma a tutta la nazione.  Raimondi sosteneva che in questo modo non ci sarebbe più stato lo spreco di talenti e di intelligenze tipici di un sistema scolastico di tipo elitario, quale quello uscito dalla riforma Gentile, in cui i giovani venivano precocemente incanalati non per merito, ma in realtà a seconda del censo della famiglia, in percorsi chiusi che portavano o direttamente al lavoro non molto qualificato o alle carriere dirigenziali o all’esercizio delle arti liberali. In effetti erano ben pochi i meritevoli provenienti da classi meno abbienti che riuscivano a conseguire una laurea o a seguire percorsi liceali. Questa idea aveva già portato durante l’esperienza della Repubblica Partigiana della Val D’Ossola a formulare l’ipotesi di una scuola media post elementare unica cui sarebbe seguita una scuola superiore divisa in due tronconi, uno più tecnico e uno più umanistico, con pari dignità. In una parola sia durante la Repubblica della Val D’Ossola che negli scritti di Raimondi viene ventilato ciò che solo nel 1962 diverrà legge della Repubblica Italiana, vale a dire la Scuola Media Unica. A ciò si aggiunga che sempre durante l’esperienza della Repubblica Partigiana della Val d’Ossola per le scuole superiori era stata ipotizzato un percorso diviso in due tronconi destinati rispettivamente uno alle professioni umanistiche e uno alle professioni tecnico-scientifiche con pari dignità (nella riforma Gentile il liceo classico era la scuola superiore d’élite e le altre avevano un peso minore). Negli scritti di Raimondi, e nella pratica dei Convitti Rinascita, si dà pari dignità ad ogni materia e le materie scientifiche e tecniche vengono indicate come fondamentali al pari di quelle umanistiche, anzi, si propone un percorso in cui su una base umanistica si innestino discipline scientifiche e tecniche. Possiamo dire che nella diatriba sorta in quegli anni (e non ancora terminata) fra sostenitori di una formazione umanistica o di una formazione tecnica, Raimondi e i Convitti Rinascita hanno proposto una mediazione, implicitamente, però assumendo una posizione ormai affermata a livello internazionale, sia in Russia sia in America.
Certamente l’idea che la scuola debba premiare e sostenere il merito e che tutti abbiano gli stessi diritti ha una matrice politica precisa, ma al di là delle distinzioni politiche e ideologiche è sempre stata condivisa da tutti coloro che si sono occupati di scuola in senso democratico. Purtroppo al di là delle dichiarazioni di principio ciò che è sempre mancato nelle politiche dei Governi, in particolare di quelli italiani, è stata la volontà, o la possibilità, di mettere in pratica questo principio democratico per altro sancito dall’art 34 della nostra Costituzione.  Da questo punto di vista i convitti Rinascita possono essere considerati come un punto di riferimento molto interessante e la buona riuscita negli studi o l’inserimento lavorativo di giovani e meno giovani, molti dei quali mutilati, che li hanno frequentati è una dimostrazione che è possibile far sì che ciascuno trovi la strada più adatta alle sue capacità. E ciò è stato ottenuto con persone di ogni ceto sociale, di ogni provenienza, di ogni età e di ogni esperienza pregressa.

-la scuola è un lavoro che va scelto a ragion veduta: l’orientamento
Per poter raggiungere lo scopo di permettere a ciascuno di sviluppare al massimo le proprie potenzialità nei Convitti Rinascita si è agito su vari fronti. Il primo dei quali fu la dichiarazione dell’assoluta parità fra scuola e lavoro: studiare era considerato un lavoro a tempo pieno che doveva essere svolto con impegno e che doveva essere retribuito in modo che chi ci si dedicava non dovesse avere problemi di sussistenza. Proprio per questo lo studio, dopo l’obbligo, doveva essere seguito solo da chi ne aveva le capacità e la tenuta giusta.
Per scegliere chi potesse studiare e chi invece doveva essere dirottato su corsi subito professionalizzanti fu messo a punto un percorso di orientamento che passava da una prova scritta tendente a misurare la maturità del candidato, seguita da un colloquio psicologico e da un corso di orientamento volto a individuare le particolari predisposizioni dello studente, fossero queste di tipo tecnico scientifico, umanistiche o artistiche. Alla fine del percorso venivano prese delle decisioni in merito al percorso da far seguire e lo studente veniva indirizzato verso ciò che si riteneva più adatto a lui.  Veniva quindi messo in pratica, sperimentato, ciò che Gramsci aveva ipotizzato riguardo alla formazione.

 -fra Russia e America: un respiro internazionale

-Makarenko e il Collettivo
E’ interessante notare che i convittori gestivano in autonomia la vita quotidiana attraverso assemblee e eleggendo un Comitato direttivo di Studenti che si affiancava al Consiglio dei Professori e che giornalmente comunicava a tutti attraverso un giornale murale. Le decisioni erano prese in assemblea. Tutto ciò è quanto di più diverso dalla conduzione delle scuole e dei convitti normalmente in uso allora in cui il solo Direttore aveva il potere di prendere decisioni in merito all’andamento scolastico. La scelta di far decidere a tutti nasceva senz’altro dall’esperienza partigiana in cui le decisioni venivano prese durante le assemblee, ma, dal punto di vista della scuola risentono dell’influenza della Scuola del Lavoro sorta in Russia dopo la Rivoluzione di Ottobre e, soprattutto, dell’idea del Collettivo di Makarenko (Makarenko, 1960) come organo gestore che aiuta gli individui a formarsi alla vita sociale e che li disciplina. Non a caso in uno scritto del 1955, a firma Raimondi e Pancaldi, descrivendo il fervore che animava i primi passi del Convitto si affermava che “il primo nucleo della scuola è il collettivo” che costituiva proprio il motore che permetteva di superare tutti gli ostacoli e a sostenere lo sforzo di tutti. La scelta di far agire tutti in prima persona nel collettivo partiva anche dal presupposto che gli italiani alla fine del fascismo dovevano imparare a vivere in una società democratica che come tale richiede a tutti di non delegare. Da questo punto di vista il Convitto e più in generale la scuola erano la sede dell’apprendimento delle regole democratiche, come, del resto, aveva già in altro contesto affermato Dewey e tutto il movimento dell’attivismo, la cui influenza si sente fortemente non solo su questo aspetto ma anche sulla conduzione dell’attività didattica (Dewey, 1954; 1949). Va detto che per quanto riguarda l’attivismo in quegli anni operava in Italia Washburne, seguace di Dewey, demandato a rivedere i programmi scolastici dell’Italia liberata e che proponeva una scuola in cui i bambini cooperassero per il benessere di tutti.

-Dewey e l’attivismo
I primi studenti dei Convitti erano persone particolari capaci di prendere decisioni autonome e di perseguire con tenacia gli obiettivi che si erano dati sia individualmente che in gruppo. Costituivano senz’altro un gruppo di studenti molto particolare il che da una parte semplificava il lavoro degli insegnanti ma dall’altro lo complicava non poco. Uno dei primi problemi che si trova ancor oggi davanti un insegnante è quello della motivazione degli allievi e, quando questa ci sia, del mantenimento nel tempo. Gli studenti del Convitto erano senz’altro molto motivati allo studio e la motivazione era tenuta alta da professori molto competenti e soprattutto molto appassionati, pronti a discutere con loro e a cercare soluzioni innovative per trasmettere i contenuti. “Un pericolo della scuola passata è stato quello di isolare i giovani dalla vita per cui la scuola dovrebbe essere fatta in modo da creare in loro una mentalità libresca, formale, teorica nel senso deteriore.” – scrive Raimondi in un testo inedito, che così continua: “Contro questo pericolo reagisce l’organizzazione del Convitto, che pone la scuola come istituzione mai staccata dall’attività e dalla vita in tutta la sua ricchezza. Gli insegnamenti vengono sviluppati in uno stretto e continuo contatto con le istituzioni culturali del nostro paese. Le lingue vengono apprese come strumento di rapporti fecondi con studenti stranieri e le loro civiltà, come mezzo di apprendimento di notizie dalla stampa straniera, e come possibilità aperta di ascoltare per radio gli echi della vita che si svolge all’estero. Così in tutte le materie.”. In una parola viene mantenuto uno strettissimo legame fra Convitto e mondo esterno e gli studenti vengono spinti a frequentare e interagire con tutte le situazioni e le istituzioni in modo da esercitarsi sempre di più nella capacità di vivere democraticamente (oggi la chiameremmo “educazione alla cittadinanza”) e nello stesso tempo queste interazioni spingono ad approfondire le materie, a porre domande ai docenti, a discutere per capire fino in fondo. In una parola la scuola del Convitto è strettamente legata alla società in cui opera.

-il rapporto insegnante/allievo
L’influenza delle scuole attive è stata molto forte anche nella concezione del rapporto insegnante-allievo che vede l’assoluta preminenza di quest’ultimo mentre il docente segue lo “sviluppo della mente dell’allievo” (come scrive ancora Raimondi in un testo inedito) e adatta il suo insegnamento e i contenuti in modo da porgere le novità nel modo più adatto a ciascuno. Ciò non può che spingere gli studenti ad appassionarsi e ad approfondire la materia. E’ interessante notare che anche in una seconda fase, quando il pubblico era costituito da bambini o adolescenti l’impostazione rimase la stessa, con un vivo interesse da parte dei docenti per le capacità, le curiosità e le abilità di ciascuno. In questo, va detto, i Convitti hanno dimostrato di avere un respiro internazionale, perché proprio in quel periodo in ogni parte del mondo occidentale gli educatori e i pedagogisti proponevano come vincenti modalità di insegnamento centrate sull’allievo, sulle sue effettive capacità e sulle modalità a lui più congeniali per apprendere ben lontane dalle modalità trasmissive tradizionali. Un aspetto ulteriore che dimostra quanto fosse avanzata la riflessione sulla didattica è relativo alla valutazione che non avveniva con voti, ma con l’indicazione di parti del programma superati e compresi. Questa indicazione veniva poi trascritta su una scheda che riportava gli avanzamenti dello studente. Solo in tempo recente gli studi sulla valutazione hanno messo in luce la valenza negativa per la motivazione scolastica dei voti numerici e in particolare dei voti negativi, (Domenici, 2007; Vertecchi, 2015) mentre sempre più si fa riferimento alla verifica degli apprendimenti, vale a dire, esattamente come già veniva fatto nei Convitti, alla registrazione puntuale degli avanzamenti. Bisogna dire anche in questo caso i Convitti hanno dimostrato di precorrere i tempi e di aver portato alle estreme conseguenze le indicazioni che provenivano dal mondo pedagogico più avanzato.

-gli insegnanti
Un’ultima parola va spesa sui professori che hanno operato nei Convitti Rinascita. Questi erano evidentemente molto motivati, molto competenti e appassionati, interessati a soluzioni didattiche nuove, pronti a mettersi in gioco, consci dell’importanza dello studio per la crescita umana e sociale delle persone in una parola erano proprio quel tipo di docente che viene riconosciuto come fortemente motivante. Basti pensare alla figura di maggior spicco del gruppo, a Luciano Raimondi, di cui questo testo riporta gli scritti, che per tutta la sua vita avventurosa ha sempre coltivato la passione dello studio e dell’insegnamento ed è riuscito a trascinare nell’avventura della scuola un nutrito gruppo dei suoi partigiani che hanno condiviso con lui le fatiche della gestione. Egli era convinto, e l’esperienza sia nella prigionia in Svizzera, sia nei Convitti Rinascita l’ha confermato nella sua idea, che tutti desiderano imparare e possono farlo con passione basta che le modalità con cui vengono accostati ai contenuti siano quelle più adatte a loro.

-insegnamenti per l’oggi
L’esperienza dei Convitti Rinascita può essere vista come un esperimento ben riuscito di una scuola per tutti, attiva, motivante e di successo. Certamente la popolazione scolastica era di un tipo particolare, da una parte già motivata di suo, ma dall’altra pronta a disamorarsi e a cambiare idea se le cose non fossero andate nella direzione giusta. Si trattava, almeno in una prima fase, di persone mature, magari maturate precocemente, ma adulte nel modo di agire, di pensare e di pensarsi, cui bisognava rispondere con una proposta didattica diversa da quella delle scuole tradizionali pena il fallimento. E così è stato fatto e questo ha consentito di verificare nella pratica quotidiana quanto fossero vere e realistiche le proposte che in quegli anni venivano avanzate dai pedagogisti più avanzati ed attenti. Erano anche persone fortemente provate dal punto di vista emotivo e anche in questo la soluzione trovata di far fare gruppo su tutto ha permesso un aiuto reciproco: nessuno è stato mai lasciato solo, tutti sono stati aiutati, confortati e rinforzati dalla presenza e dall’apporto degli altri che con e come loro avevano vissuto le difficoltà e le angosce della guerra.  E’ comunque un vero peccato che di questa esperienza si trovino poche tracce nei testi di storia della Pedagogia e in generale se ne sappia poco. Lo studio delle soluzioni individuate per ottenere i  sorprendenti risultati di un enorme numero di studenti promossi agli esami, di un enorme numero di studenti professionalizzati, e, infine, di un buon numero di studenti che hanno poi partecipato in maniera positiva alla vita politica e sociale  dell’Italia, potrebbero fornire delle indicazioni preziose sulle tematiche che quotidianamente affliggono la scuola italiana, come l’abbandono scolastico, la difficoltà di mantenere standard europei in alcune discipline, la noia nelle aule, il conseguente bullismo, le difficoltà che a volte hanno  gli insegnanti di farsi ascoltare e apprezzare, ma anche la formazione alla cittadinanza: tutte conseguenze di una scuola di massa concepita ancora come elitaria. Certamente prima di poter affrontare questi problemi andrebbero stabilite a livello nazionale delle precondizioni così da permettere alle singole scuole e agli insegnanti di operare con una qualche speranza di ottenere dei risultati. Su alcune precondizioni si è in realtà sempre parlato, ma ben poco fatto (si pensi ad esempio al tema sempre presente e mal condotto dell’orientamento, ma anche l’aiuto non semplicemente assistenziale a coloro che “si vede” che potrebbero fare, ma devono o abbandonare o prendere altre strade), mentre altre potrebbero essere affrontate solo dopo che tutti fossero d’accordo sulla assoluta parità fra una preparazione (e il lavoro conseguente) umanistica ed una tecnica, o professionale. Questo retaggio dell’impostazione della nostra scuola che non riesce ad uscire dalle secche della riforma Gentile e dall’idea che le professioni impiegatizie abbiano maggior valore di quelle operaie rende difficile intervenire sulle reali capacità degli allievi e sul loro potenziamento. A ciò si aggiunga la non facile situazione dei docenti che, spesso per i motivi più vari, non sono incoraggiati a esprimere al meglio le loro capacità col risultato che gli studenti non vengono incoraggiati a dare il meglio di sé (sul nesso fra capacità del docente e “resa” del discente esiste una sterminata serie di ricerche che purtroppo non sempre hanno trovato soluzioni pratiche al di fuori di scelte individuali).

Bibliografia
Codignola E., 1954, Un esperimento di scuola attiva: la scuola-città Pestalozzi, Firenze, La Nuova Italia.
Dewey J., 1954, Il mio credo pedagogico, trad. it., Firenze, La Nuova Italia.
Id., 1949, Scuola e Società, trad. it., Firenze, La Nuova Italia.
Id., 1949, Democrazia e educazione, trad. it., Firenze, La Nuova Italia.
Domenici G., 2007, Manuale della valutazione scolastica, Bari – Roma, Laterza.
Makarenko A., 1960, Poema Pedagogico, trad.it., Roma, Editori Riuniti.
Raimondi L., Pancaldi A., 1955, Storia delle origini e dell’attività del Convitto Rinascita, in Rinascita, XII/9.
Santoni Rugiu A., 1979, Storia sociale dell’educazione, Milano, Principato;
Tomasi T., 1976, La scuola italiana dalla dittatura alla repubblica, Roma, Editori Riuniti.
Vannini I., 2009, La qualità nella didattica, Trento, Erikson.
Vertecchi B., 2015, Manuale della valutazione, Milano, Angeli.

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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MUSULMANI IN CHIESA, VITTORIA DELL’ISLAM

di Fulvio Scaglione. Fonte: Blog di Fulvio Scaglione

musulmaniLa partecipazione dei musulmani di Francia e d’Italia, insieme con molti dei loro imam, alle celebrazioni religiose cattoliche, in segno di comune lutto per l’assassinio a Rouen di padre Jacques Hamel e di comune rifiuto della violenza, è un segno straordinario. Teniamolo prezioso e cerchiamo di capirlo bene.

Questo non è il tanto invocato “gesto” dei musulmani moderati, quella “prova” di dissociazione dalla violenza degli islamisti che molti, spesso in buona fede ma ancor più spesso ipocritamente, hanno continuato a pretendere in questi anni. La “prova” i musulmani d’Italia e di Francia la danno ogni giorno, restando tra noi in pace, adattandosi a ciò che loro non piace, difendendo usi e costumi che magari non piacciono a noi. Lavorando. Facendo figli che vanno alle nostre scuole. Insomma vivendo. Che altro dovrebbero fare? Dopo tutto, nessuno ha chiesto a noi di fornire una “prova” della nostra dissociazione dagli Usa e dalla Gran Bretagna che, inventando una guerra terroristica contro l’Iraq, provocarono la morte di decine di migliaia di musulmani innocenti. Nessun musulmano mi ha mai chiesto di dissociarmi pubblicamente da chi ha distrutto la Libia e sono certo che nessuna richiesta analoga è mai arrivata a chi eventualmente legga queste righe.

Nessun musulmano chiede ai nostri Governi di smettere di lucrare tenendo rapporti caldi con i regimi del Golfo Persico, primi complici del terrorismo islamico che fa strage di musulmani prima che di cristiani e di occidentali.

La giornata di oggi, quindi, con migliaia di musulmani nelle nostre chiese, non è la “prova”. Ma è una vittoria dei musulmani sugli islamisti, della gente comune sui terroristi. Di chi si guadagna il pane contro chi è pagato dai petrodollari wahabiti non per lavorare ma per ammazzare. Dovremmo congratularci con i musulmani per questa loro vittoria, prima di interpretare la giornata di preghiera comune come un riconoscimento alle nostre ragioni (che sul piano politico sono almeno ambigue) e al desiderio (quello sì, invece, nobile) della nostra gente di vivere in pace.

Amnesty International, nel suo rapporto 2015 sui diritti umani, ci ha detto che il 94% delle vittime del terrorismo islamico sono musulmane. E basta sfogliare le pagine di uno qualunque dei siti che si occupano di questi temi per capire quanto ciò sia vero: per esempio, dare un’occhiata alla mappa interattiva del Global Terrorism Database e notare chi e dove colpisca davvero il terrorismo islamico. Dal 2011 a oggi, secondo il centro italo-arabo Assadakh, sono più di 100 mila i musulmani uccisi da atti di puro terrorismo, non contando quindi quelli vittime di guerre e conflitti ufficiali.

Pensiamo al Medio Oriente e a queste condizioni: con i violenti alla porta, ben pagati per uccidere, organizzati, pronti a tutto, protetti, noi saremmo molto più pronti di un egiziano, un iracheno, un siriano, uno yemenita, a denunciare i terroristi, a prendere posizione contro di loro, a firmare appelli e manifesti? Lasceremmo andare i nostri figli a un corteo di protesta contro l’Isis per le strade del Cairo o di Baghdad?

Cerchiamo di non raccontarci balle. Sono per caso l’unico a ricordare i discorsi come questi fatti all’epoca delle Brigate Rosse, quando si sospettava che nelle fabbriche pochi volessero o sapessero vedere i maneggi di certi colleghi? Guido Rossa, l’operaio e sindacalista dell’Italsider ammazzato dai brigatisti nel 1979, è un eroe dell’Italia democratica anche perché è stato unico. Perché aveva un coraggio che tutti gli altri non avevano. E che io e milioni di altri italiani non avremmo avuto.

Quindi portiamoci via tutto il buono di questo giorno eccezionale di preghiera e di incontro tra cristiani e musulmani. Qui c’è un seme, maturato anche nella sensazione di sicurezza e protezione che i musulmani di Francia e Italia hanno qui da noi e non hanno invece nei Paesi d’origine. Non è, anche questa, integrazione? Questo seme andrà protetto dai giorni bui e disperanti che senza dubbio ancora verranno, perché ci servirà per costruire il futuro delle nostre società. Se, come avvertono i demografi, intorno al 2050 il numero dei musulmani nel mondo avrà pareggiato quello dei cristiani, vivere e pregare insieme sarà l’unica alternativa a ciò che i terroristi e i loro padroni perseguono da molto tempo senza risparmio di mezzi.

di Fulvio Scaglione. Fonte: Blog di Fulvio Scaglione

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