Qual è il tuo mito?

Un’intervista al filosofo Romano Màdera su politica, psicoanalisi e misericordia, a cura di Paolo Bartolini.

Fonte: Megachip

Cinque anni fa prendeva vita su Megachip una serie di interviste, a cura di Paolo Bartolini, dedicata a filosofi, psicoanalisti, sociologi, antropologi e ad altre figure della cultura italiana capaci di esprimere un pensiero originale sulla transizione epocale che la società globalizzata sta attraversando. Senza disperazione, ma con la consapevolezza di una convivenza umana ed ecologica da rifondare interamente, sono così iniziati dei dialoghi sinceri con persone di grande spessore umano e culturale, che condividono con noi una premessa etica e metodologica: non è possibile pensare a una trasformazione della società senza una concomitante e profondissima conversione della vita personale. “Trasformare se stessi per trasformare il mondo”, dunque, senza per questo dimenticare che noi stessi siamo fatti di mondo e di relazioni. Fu proprio Romano Màdera ad aprire il ciclo di queste interviste e per questo lo ringraziamo di essere tornato là dove tutto ha avuto inizio.
(la Redazione)
 
 
Chi conosce la tua storia, personale e pubblica, ha la sensazione che tu abbia vissuto molte vite: quella del militante (ai tempi del Gruppo Gramsci da te fondato insieme a Giovanni Arrighi), del fine studioso di Karl Marx, del professore universitario, dell’analista junghiano, del creatore – insieme ad altri – dei primi gruppi di pratiche filosofiche in Italia, della guida esperta per colleghi e amici che grazie a te si sono riconosciuti in quella che hai chiamato “analisi biografica a orientamento filosofico”. La mia impressione, a fronte di un cammino così “molteplice”, è che sia proprio sul piano dell’etica e della prassi trasformativa che tutte queste vite convergono, lasciando intravedere una trama sotterranea coerente. Con che sguardo osservi, oggi, la crisi profonda della politica, in Europa e in Italia?
Sono d’accordo, forse anche perché non ce l’ho mai fatta a “studiare dall’esterno”. Mi prende una sorta di “senso di colpa”. Ma questo ci porterebbe troppo lontano. Diciamo che – lasciando perdere le possibili ragioni biografiche – non mi rassegno a credere che per l’umanità l’orizzonte della speranza si possa ritenere chiuso. Non vedo perché. Mi sembra miope e anche ridicolo. Perché mai la storia dovrebbe fermarsi? E la speranza è quella del riscatto: le storie prendono senso dalla loro intera parabola e soprattutto dalla fine: dal “giorno del giudizio”. Non abbiamo una storia particolarmente gloriosa, se comparata alla nostra capacità di immaginazione di bene. Possiamo migliorarla. Il bene è semplice, per quanto sia una nozione quasi impossibile da circoscrivere, come diceva già Platone, peraltro. Ci sono condizioni in assenza delle quali ogni bene è circondato da troppo male per poter essere considerato una dimensione degna di essere difesa e conservata: beni necessari alla sopravvivenza, considerando le condizioni tecniche e sociali storicamente date, sicurezza, educazione, tempo per sé e infine diritti e libertà per ciascuno, come è scritto nella dichiarazione dei diritti universali dell’uomo del 1948, approfondita in una serie di altri ampliamenti specifici per settori sociali diversi, i cui diritti sono ancora in parte negati ( dalle donne alle minoranze etnico-religiose, di genere ed altre). Per formazione non credo affatto che i diritti non siano anche ideologia che cerca di coprire condizioni fattuali nelle quali è impossibile esercitarli, ma sono nello stesso tempo atti che cambiano il nostro modo di pensarci e di percepirci. Nella nostra situazione sono una straordinaria memoria che nutre la nostra cattiva coscienza, e questo è un grande bene: siamo giudicati da noi stessi, e il giudizio ci indica la strada che è, a parole, condivisa dalla grande maggioranza dell’umanità del nostro tempo. La carta del 1948 sono le tavole laiche della Legge, per la nostra epoca.
Questo come orizzonte. La crisi della politica? La vedo cercando di allungare lo sguardo. Un esercizio a cui mi ha abituato sentirmi dalla parte degli sconfitti. Cerco di non raccontarmi favolette su come eravamo, e di non assolvermi troppo facilmente pensando che ero troppo giovane – venti anni nel 1968 – o che, in fondo, volevamo la modernizzazione. No. Volevamo la rivoluzione, ancora più profonda di quelle già avvenute. Quindi abbiamo perso, e rovinosamente. Non mi sento molto diverso da un nativo americano dopo la sconfitta. Non credo peraltro  che avessimo ragione. Tutt’altro. Avevamo buone intenzioni, grandi illusioni, enorme presunzione, ridicola preparazione, deficienza grave di esame di realtà. In politica queste cose significano “infantilismo”, Lenin l’aveva già scritto ma noi credevamo sempre che riguardasse qualche altro, un po’ più estremista di noi. Anche il Gruppo Gramsci e le analisi che facevamo, nonostante credo fossero tra le migliori, merito fondamentalmente della collaborazione fraterna con Giovanni Arrighi, erano al fondo sbagliate, per quanto non assurde come quelle dei gruppi di ultrasinistra che vedevano il neofascismo avanzare un mese sì e l’altro pure. Dico queste cose non per il passato, ma per cercare di essere più sobrio guardando il presente. Credo che la crisi della politica derivi dalla crisi degli stati nazionali, non da incapacità di qualcuno, oggi. Politica seria, in Italia, l’hanno fatta il Partito Comunista e i sindacati , ma anche ovviamente, la Democrazia cristiana e i socialisti. In Europa le socialdemocrazie e i centristi di vario genere. Oggi tutto è molto più lontano per le organizzazioni nazionali in un contesto continentale e sovranazionale. Ma questo non vuol dire credere di poter e voler frenare il processo di internazionalizzazione. In questa tensione tra vissuti e identificazioni locali e contesto globale, l’impotenza si fa sentire: risultato, la politica non interessa più come militanza. Ci vorrà molto tempo per riconoscere di nuovo interessi collettivi che si possano far valere e quindi per capire che si devono curare relazioni di consapevolezza e solidarietà. Ma accadrà. Esattamente come è accaduto che gruppi locali si siano poi collegati tra loro e gradualmente abbiano raggiunto i livelli dello stato nazione. Sono in Istria in questo momento, per centinaia d’anni in questo posto si combattevano, con diversi dominatori da mezza Europa, paesi a pochi chilometri di distanza. E lo stesso succedeva in Italia e in Germania e.
Marx l’aveva intuito fin dal 1848, l’internazionalismo era l’unico orizzonte possibile per diventare “classe generale”. Ma da Platone a Marx, una cecità foriera di illusioni e sventure ha sempre caratterizzato le avanguardie della consapevolezza generale: credere che i tempi della propria urgenza fossero i tempi della trasformazione del “politico”. Credo di aver imparato una cosa, anche dalle esperienze del lontano passato: non è proprio così, la politica, come attività ordinatrice di ogni altra attività, ha bisogno di un tremendo sforzo di consapevolezza e di trasformazione degli agenti, insieme e come prima condizione per cambiare lo “stato delle cose”. Tempi antropologici, tempi delle culture, quindi secoli e forse millenni. Per adesso, poiché nel frattempo la gente deve vivere ed essere governata, il mio criterio è: chi favorisce i processi di internazionalizzazione e di collegamento lavora nel senso di una storia possibile di umanità superiore agli steccati di nazione, di religione, di genere e quindi, inevitabilmente, anche se non lo vuole o ne è un avversario, di classe. Chi li ostacola, quali che siano i riferimenti ideologici, alcune volte molto di sinistra, lavora, senza saperlo, per la reazione e la conservazione.
Sei stato, e sei ancora, tra i non molti clinici che si interrogano apertamente sui rapporti tra psiche individuale e trasformazioni culturali collettive. Nel 2016, all’interno della stanza di analisi, registri nuove tendenze del disagio psichico ed esistenziale che segnino una rottura o quantomeno un’asimmetria con le configurazioni patologiche degli scorsi decenni?
Il disagio psichico, la psiche in generale, dipende dal movimento storico delle culture e delle società. Su questo ho costruito quel che penso e faccio, e anche la differenza con molta psicoanalisi. Questo non vuol dire che i cambiamenti si registrino anno per anno. La psiche è lenta, molto più lenta della storia collettiva esteriore: è lenta perché la storia è opaca e noi siamo ancora più opachi a noi stessi – la nostra coscienza è, anche giustamente, molto legata a una immagine positiva di noi stessi, fa fatica a registrare cambiamenti problematici. Credo che ci troviamo nella stessa configurazione culturale che ha preso gradualmente forma nella fase del capitalismo globale, quello che ho chiamato “licitazionismo”. Il desiderio che insegue negli oggetti, nelle relazioni personali, nelle ambizioni, quello che al momento si mostra appetibile e di questo tendere fa la sua Legge. Questa è la legge di movimento. Più in generale ancora credo che la figura organizzatrice, e sembra un paradosso, ma non lo è, sia il Caos, il vero reggitore del mondo. Desiderio senza limiti, spettacolarizzazione, egotismo di massa e principio di prestazione allargato e, allo stesso tempo, insidiato da una precarietà essenziale. Questa è secondo me la configurazione culturale. Ne viene un disorientamento capillare e profondo. Una incapacità di riconoscersi in un senso, e quindi un’ angoscia diffusa. La difficoltà di riconoscere un senso probabilmente ha a che fare con la difficoltà dell’appartenere a un gruppo, sociale, politico, religioso, culturale. I legami si sono fatti tenui e precari, come ogni comunità. Di qui un’esasperazione dell’isolamento (ossessioni, narcisismo patologico e altri disturbi di personalità, ansia, panico e fobie .) o, all’opposto complementare, della fusionalità      (quella che una volta si chiamava isteria, normopatia, dipendenze di vario genere, disturbi alimentari.) – questo sull’asse delle ascisse, cioè l’aspetto della relazioni con altri e con altro. Sul piano della relazione con sé, nell’alto e nel basso, colloco autoesaltazione e autodenigrazione, maniacalità e depressione. Al centro sta l’aspetto dinamico comune, una sorta di psiche scentrata, arlecchinesca o meglio da action painting pollockiana (caratteristica comune che va, dimensionalmente, dalla “normalità”  alla schizofrenia). Elenco categorie diagnostiche che, al fondo, mi sembrano utili solo per l’intervento farmacologico e/o psichiatrico – un lavoro necessario ma molto condizionato dai tempi stretti degli interventi e quindi dallo scarso approfondimento personale – qui le nomino solo come metafore possibili di riferimento per far capire, vagamente, ciò a cui mi riferisco fenomenicamente quando parlo di isolamento-fusionalità-autoesaltazione-autodenigrazione-scentratura. Nella mia pratica uso appunto queste cinque direzioni di orientamento-disorientamento se voglio fare il punto per me stesso dentro una storia analitica.
Ripeto, per dare un nome al nostro Dio effettuale, cioè all’architrave della nostra costruzione culturale, scelgo “Il Caos” come il nostro signore ( figura mitologica del funzionamento dell’accumulazione di capitale e dell’organizzazione corrispondente di personalità: la psiche come un “appendi ruoli” priva di forme circoscrivibili, come un buco che si riempie di quel che incontra, una psiche musiliana).
Naturalmente questo non è il mio Dio, tutt’altro. Tuttavia bisogna riconoscere gli dei veramente agenti, anche per cercare di soppiantarli. Il Caos porta con sé anche un’enorme, problematica e tragica molto spesso, ma inaudita potenzialità: è la tragedia della libertà che si fa strada nella storia. Per diventare umani, quello che potenzialmente siamo per natura culturale, dobbiamo diventare consapevoli della nostra potenza di libertà, collettiva e individuale: così diventeremo capaci non di creare un dio – gli dei non si creano – ma di scegliere il nostro dio tra i tanti dei che la storia degli umani ha scoperto.
Recentemente ti sei fatto promotore di un dialogo inter-religioso centrato sul concetto di “misericordia”. Quest’ultimo è diventato sempre più importante nella tua ricerca di una spiritualità pienamente “laica”. Perdono e misericordia sono forse, in un’epoca di frammentazione e indifferenza come quella del capitalismo integrato, le sole vie che si sottraggono alla spirale della violenza?
Etsi Deus non daretur – come se Dio non si desse – etsi Deus daretur – come se Dio si desse, in ogni caso l’idea-intuizione-sentimento-pratica della misericordia mi sembra la risposta a delle questioni di fondo: la prima è il riferimento a un bene, un bene secondo o metabene, indipendente dalle idee di bene connotate religiosamente, ideologicamente o proprie di un’etica contenutistica. Un bene procedurale, processuale e dialettico: un bene che è un male per un altro può trovare il suo stesso superamento solo se si accettano questi conflitti, se si accetta che si hanno prospettive nemiche, ma che si possono perdonare l’un l’altra. E’ dunque una definizione procedurale. Processuale: perché dagli scontri e incontri tra beni diversi si può uscire con nuove e più ampie consapevolezze, ma in ogni caso sempre pronti a ricominciare il cammino della reciproca misericordia nel caso di regressioni e ripetizioni. Il principio misericordia è un principio dialettico: nello scontro e incontro si possono trovare nuove formulazioni, si può giungere a continui perfezionamenti dei valori dati storicamente e geograficamente, ad ampliamenti, ad approfondimenti.
Non penso la misericordia come una fuoriuscita dalla violenza, la misericordia è una cura e un superamento della violenza, ma sempre di nuovo disponibile a ogni recrudescenza della violenza, a ogni passo indietro. La misericordia sa che la violenza, in certe sue forme, è  inseparabile dalla natura e dall’umano. La misericordia perdona la violenza, sempre di nuovo, non la elimina. Appunto per questo il principio misericordia è eutopico ma non utopico, almeno nel senso stretto del termine. E non è ideologico, non si fa illusioni atte a mantenere lo stato di cose presenti, anzi è la condizione perché si dia sempre di nuovo il tentativo di un bene più grande. E ancora: beni più grandi spesso si fanno strada con e nonostante lotte, conflitti, guerre, violenze di ogni genere. Non desidera, l’attitudine alla misericordia, nessuna superiorità né sui vivi né sulle generazioni che ci hanno preceduto, neppure sugli assassini, legittimati o no: ogni aspetto dell’umano è congenere della misericordia, persino il diabolico. L’eliminazione apocalittica del diabolico, per parlare con l’Apocalisse, andrebbe forse pensata come il continuo superamento del diabolico da parte di ciò che riconcilia, non banalmente l’assenza del male, della sofferenza, della morte, dell’atrocità, della violenza. Peraltro dobbiamo, se vogliamo davvero riconciliarci con noi stessi, saper perdonare la natura. Non ci sono solo gli errori umani, non è solo il nostro dissennato uso della natura a procurare i disastri naturali: siamo seri, ci sono sempre stati e sempre ci saranno catastrofi naturali:  mondi su mondi sono destinati ad ardere, come sempre accade, nel fuoco cosmico della esplosione-implosione delle stelle, noi lo sappiamo dalla fisica e non possiamo pensare di non adeguare la nostra concezione del mondo, anche etica, la nostra stessa percezione, a quel che oggi sappiamo. Dunque: misericordia anche per la natura, questa azione “divina” può essere l’ardimento di questa infinitesima pulce dell’universo, questo pressoché nulla che l’umano è.
Così può compiersi il “mito” della divina-umanità, dell’incarnazione , della morte e resurrezione e comunione con il mondo (Pentecoste e la visione di Pietro a Ioppe come la deificazione del mondo). Questo per parlare con i racconti del “mito” cristiano nel quale continuo a vivere. Altri potranno dirlo con le loro parole, con i loro miti, il principio misericordia si fa strada in ogni linguaggio (nel buddhismo mahayana è onnipresente, per esempio).
In diverse occasioni ti sei mostrato scettico sulla possibilità di grandi movimenti di massa capaci di invertire il corso distruttivo dell’odierna civiltà dell’accumulazione economica. Concordi con Miguel Benasayag quando sostiene che “. in seno a ogni situazione possono esistere esperienze non capitalistiche (pensare, amare, dipingere.) che creano tensioni interne. La lotta contro l’egemonia non deve essere indirizzata contro una globalità al di sopra della situazioni ma organizzarsi all’interno di ciascuna di esse. Chi concepisce la propria esistenza come un divenire crea di fatto delle linee di resistenza al capitalismo”? Se la risposta è affermativa: puoi descriverci una o più linee concrete di resistenza che stai sperimentando, da solo e in gruppo, in questi anni oscuri?
Vorrei chiarire: per le ragioni dette sopra, non credo che i tempi siano maturi per movimenti di massa realmente capaci di sfidare, globalmente, il capitalismo globale. Poi forse nasceranno anche movimenti di massa che saranno piuttosto movimenti di individui consapevolmente associati. Le generazioni future vedranno. Oggi vedo solo vagiti, esperienze e movimenti su scala lillipuziana ma molto meno accorti dei lillipuziani. Noi siamo allo stadio di lillipuziani ancora inconsapevoli della loro potenzialità comune, incapaci di un progetto comune, infinitamente distanti dal “superamento della propria centratura egoica” che è necessaria in quantità e qualità importanti almeno per i futuri gruppi dirigenti di questi movimenti del futuro. Questa qualità fin da oggi mi interessa, in qualsivoglia forma. Può essere un gruppo di volontariato, un gruppo di studio, una militanza partitica o sindacale, un individuo isolato che medita nella sua stanza, una vita in un gruppo religioso . Peraltro non mi interessa affatto “resistere”, non abbiamo niente da difendere, abbiamo perso. Dobbiamo, almeno le quattro persone, se ci sono, e i milioni di parti di persone – queste parti ci sono sicuramente – che desiderano, ma seriamente, un altro mondo, un mondo capace di ripartire dalla interintradipendenza di tutti da tutti e da tutto, cominciando da se stessi, dicevo dobbiamo iniziare, ri-cominciare tutto da capo.
Che faccio? Cose ridicole nella prospettiva grande, le uniche possibili e già difficilissime nella prospettiva della realtà del qui e ora. Cerco innanzitutto di “perfezionare me stesso”, direbbe Hadot, cioè gli esercizi spirituali, da solo e in gruppo, per cercare di attenuare la centratura egoica. Questo è il prerequisito. Ho molti amici monaci che a questo hanno dedicato la vita e sanno bene quanto sia difficile eppure ci provano da qualche millennio (interessante è leggere le storie di cistercensi dell’ottocento in viaggio per l’America sulla stessa nave insieme a socialisti utopisti; prima di arrivare i socialisti erano già divisi e lottavano tra loro, così alcuni decisero, pur di non rinunciare al sogno, di farsi monaci: in fondo, vita senza proprietà privata, lavoro comune, sono aspetti che il monachesimo dimostra possono far durare delle comunità umane . certo ci sono anche obbedienza e castità, oltre alla povertà, come voti, ma intese simbolicamente possono voler dire capacità di superare la volontà di appropriarsi degli altri e di far valere la propria volontà contro gli altri).
 Molto più modestamente questa fase della mia vita è stata dedicata alle pratiche filosofiche,  alla spiritualità laica, prima con i seminari di pratiche (dal 1995, dopo una lunga fase di preparazione) e poi con Philo (centro culturale milanese che sta provando a diffondersi), con una scuola per mettere in comune ricerche personali di individuazione, come Mitobiografica che adesso sta partendo, con la scuola per formare analisti filosofi, e infine con SABOF, la società di analisi biografica a orientamento filosofico. A me piacerebbe che, così come Sabof, altri gruppi dediti a compiti e professioni diverse fossero decisi a riunirsi, confrontarsi, per “perfezionare se stessi”, mettendo in comune le loro esperienze di vita e provando a sperimentare modi di agire nel mondo dato, portando nei loro ambienti di vita e di lavoro il virus della trasformazione verso la “trascendenza” del modello dominante “accumulare di più e venerare l’io del proprio specchio”.
 Infine  ti  chiedo, echeggiando  le  parole decisive rivolte a se stesso da  Carl  Gustav  Jung, qual è il tuo mito? In  che  mito  vive,  alle  soglie  del terzo millennio, Romano Màdera?
In parte ho già risposto. Con tutte le sfumature, gli aggiustamenti, le curvature date dall’interrogazione responsabilmente biografica del mito cristiano, penso e mi sforzo di vivere in esso. I miti non si creano individualmente, si possono interrogare individualmente e proporne una diversa versione: Abramo discuteva animatamente con Dio, Giacobbe si chiamò Israele perché fu capace di lottare con Dio.               Più banalmente, ho dovuto riconoscere in anni, a partire dalla prima analisi, ormai quasi quaranta anni fa, che, volente o no, ero “cristiano” fin nel midollo. Naturalmente nella mentalità profonda, nell’anima, nelle immagini di senso. Ho dovuto ritornare a casa: pur facendo molti giri e dopo altre esplorazioni ho dovuto cercare di conciliare la mia esperienza, e quel che ne avevo capito, con il racconto che per me è il più radicato e il più ricco di senso. Se si va dentro il mito di riferimento con l’audacia – e il tremore e la disperazione – di interrogarlo senza sconti a partire dalla propria biografia, allora il mito e la biografia cominciano a intersecarsi, a meticciarsi, a imparare l’una dall’altra. Credo di sapere che se fossi nato in Cina presumibilmente sarei taoista e in Tibet sarei un buddhista vajrayana, e tra i nativi americani sarei un devoto del Grande Spirito . non perché si debba rimanere per forza nella propria cultura d’origine, ma perché –  per quelli che non se ne debbono allontanare per sopravvivere spiritualmente – una radice viva ha una sbalorditiva ricchezza di echi che ti “colgono” fin dall’infanzia e così si rivelano di fecondità impareggiabile. Ma – lo ribadisco – parlo per me.
Romano Màdera è stato professore ordinario di Filosofia morale e di Pratiche filosofiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. In passato ha insegnato all’Università della Calabria e all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Fa parte delle associazioni di psicologia analitica Aipa (italiana) e Iaap (internazionale), del Lai (Laboratorio analitico delle immagini, associazione per lo studio del Gioco della sabbia nella pratica analitica) e della redazione della Rivista di psicologia analitica.
È uno dei fondatori dei Seminari aperti di pratiche filosofiche e di Philo – Pratiche filosofiche (www.scuolaphilo.it), dove è docente nella Scuola in analisi biografica a orientamento filosofico e responsabile della gestione del centro culturale.
Ha chiamato la sua proposta nel campo della ricerca e della cura del senso “analisi biografica a orientamento filosofico” e ha fondato la società degli analisti filosofi (Sabof).
Tra le sue pubblicazioni: Identità e feticismo (Moizzi, Milano, 1977); Dio il Mondo (Coliseum, Milano, 1989), L’alchimia ribelle (Palomar, Bari, 1997); C. G. Jung. Biografia e teoria (Bruno Mondadori, Milano, 1988); L’animale visionario (Il Saggiatore, Milano, 1999); La filosofia come stile di vita (con L.V. Tarca, Bruno Mondadori, Milano, 2003); Il nudo piacere di vivere (Mondadori, Milano, 2006), La carta del senso. Psicologia del profondo e vita filosofica (Raffaello Cortina, Milano, 2012), Una filosofia per l’anima. All’incrocio di psicologia analitica e pratiche filosofiche, a cura di C. Mirabelli (Ipoc, Milano, 2013).

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