Archives for settembre2016

Il declino dell’università italiana

Fonte: illavoroculturale.org

La discussione sullo stato dell’università italiana ha trovato sinora poco spazio nel dibattito pubblico, dominato da pregiudizi negativi – e spesso poco fondati – circa i pregi e i difetti dell’accademia nel nostro paese. Il volume “Università in declino. Un’indagine tra gli atenei da Nord a Sud” (Donzelli 2016) ha recentemente riacceso il dibattito sulle condizioni del sistema universitario e sui cambiamenti introdotti dalla riforma Gelmini.

universita-in-declinoUn primo merito del lavoro del gruppo di ricerca multidisciplinare coordinato da Gianfranco Viesti per la Fondazione Res di Palermo è quello di riportare l’attenzione su ciò che è accaduto in questi anni dentro e intorno all’università italiana, fornendone un quadro ampio ed esaustivo. Sono così analizzati, ad esempio, l’andamento degli iscritti, i processi di mobilità studentesca dal Sud al Nord del paese, le (scarse) garanzie di diritto allo studio; i percorsi di carriera dei docenti e la progressiva precarizzazione del lavoro accademico; i meccanismi di finanziamento e valutazione degli atenei; le caratteristiche dell’offerta didattica e la qualità della ricerca; il rapporto con il mondo dell’impresa e con la società nel suo complesso.

Il quadro che emerge è sconfortante: rispetto a 8-10 anni fa il finanziamento all’università tramite Fondo ordinario si è ridotto di oltre il 22%; specularmente, gli studenti immatricolati sono calati del 20%, il personale docente è diminuito del 17% e il numero di corsi di studio si è contratto del 18%. In questo allarmante scenario di declino complessivo, la situazione del Mezzogiorno appare ancora più critica. Il volume dedica ampio spazio alla progressiva differenziazione tra atenei del Nord e del Sud, con questi ultimi fortemente penalizzati in termini di iscritti, dotazioni, distribuzione di risorse. Gli autori mostrano, dati alla mano, che siamo di fronte a un “nuovo divario” tra aree del paese, delineatosi a partire dagli anni Settanta con il passaggio dall’università di élite a quella di massa (un aspetto, questo, su cui torneremo a breve). La tendenza sembra poi rafforzarsi con l’attuale riforma del sistema, orientata a concentrare gli investimenti in pochi centri di eccellenza piuttosto che a puntare su una qualità diffusa.

L’enfasi posta sul ruolo strategico dell’istruzione terziaria nello sviluppo locale, spesso ignorato dal sistema politico, è senza dubbio un altro punto di forza del volume. È tuttavia importante, dal nostro punto di vista, evitare un eccessivo appiattimento su questo argomento, come sembra invece fare Viesti quando arriva ad affermare che “oggi più che mai non è possibile – di fronte alle criticità che si manifestano su molti fronti in Italia – rivendicare per principio maggiori risorse pubbliche” (p.44). In questo modo a nostro parere si corrono tre rischi. Primo, di avallare implicitamente le retoriche sull’austerity che permettono di immolare sull’altare della “salute dei conti pubblici” politiche di estrema rilevanza sociale. Secondo, di cadere nella trappola della dimostrazione di efficacia, misurata per di più in termini rigidamente economici. All’università è infatti sicuramente deputato il compito di formare imprenditori, innovatori e lavoratori della conoscenza capaci di rilanciare la competitività del paese. Tuttavia, congiunture sfavorevoli o fenomeni come l’inflazione delle credenziali educative potrebbero offuscare le ricadute in termini occupazionali e di crescita di investimenti ad hoc, alimentando ulteriormente retoriche delegittimanti. Terzo, il rischio di ridimensionare il ruolo sociale e politico dell’università, luogo di formazione di una cittadinanza critica e consapevole, che va ben oltre la sua funzione all’interno di un sistema economico. L’investimento in istruzione terziaria può infatti essere giustificato anche a prescindere dal suo contributo a un modello di sviluppo: in questo senso rivendicare “per principio” la difesa del sistema universitario pare un’opzione politicamente legittima e percorribile.

Questa rivendicazione è tanto più importante quanto più ci si rende conto, come mostrano efficacemente Viesti e colleghi, che il nostro paese non è stato in grado di gestire il passaggio all’università di massa a cui si faceva riferimento poc’anzi. Un’occasione che avrebbe potuto favorire la mobilità ascendente delle fasce meno abbienti della popolazione e ricomporre le differenze territoriali, ma che è stata tragicamente mancata, con enormi responsabilità da parte della politica. La garanzia di un diritto allo studio sostanziale e non formale chiama infatti in causa una serie di fattori che vanno ben oltre il numero di borse di studio erogate.

Un primo elemento riguarda il ruolo della didattica, che dovrebbe costituire un pilastro dell’integrazione e che invece è relegata in secondo piano, anche a causa di un sistema di valutazione dei docenti focalizzato esclusivamente sulla produzione scientifica. Inoltre, l’introduzione di criteri di ripartizione del fondo di finanziamento ordinario che premiano gli atenei con una maggior contribuzione studentesca incoraggia l’innalzamento delle tasse a livello locale, a svantaggio degli studenti dotati di meno risorse.

Infine, anche le politiche di reclutamento sembrano muoversi in una direzione opposta a quella che una reale università di massa richiederebbe. Lo scarso ricambio del personale, determinato dal taglio di risorse e dal blocco del turnover, ha impedito di rigenerare un corpo docente composto ancora oggi in buona misura da coloro che sono entrati a far parte dell’università prima della transizione verso un modello di massa. Questi docenti, socializzati a una popolazione studentesca di élite, sono stati spiazzati dalle trasformazioni avvenute e spesso non sono stati in grado di gestire il trade-off emergente tra qualità dell’insegnamento e inclusività del sistema. A un’università di massa sul fronte degli studenti – incentivata anche dalla “corsa al reclutamento di nuove matricole”, dal momento che il numero di iscritti è un altro degli elementi premiali nella valutazione degli atenei – rischia dunque di corrispondere un’organizzazione amministrata ancora oggi da un’élite di docenti. Un rischio ancora più concreto data la progressiva precarizzazione delle traiettorie di carriera dei giovani ricercatori, che paradossalmente può aumentare il peso della variabile “classe sociale” nel corpo docente. Se è vero infatti che il reclutamento dei primi anni Duemila ha in una certa misura “democratizzato” l’accesso all’accademia, non si può non notare come percorsi professionali che richiedano implicitamente periodi di lavoro gratuito finiscano per favorire coloro che, grazie a risorse familiari, sono in grado di far fronte alla discontinuità di reddito.

Alle conseguenze più ampie della precarizzazione del lavoro di ricerca vogliamo dedicare alcune considerazioni finali. Le enormi difficoltà e le limitate prospettive con cui si confrontano ogni giorno i ricercatori nel nostro paese sono ormai piuttosto note. Esse rappresentano però solo un aspetto in un quadro più ampio di incertezza che investe tutte le componenti universitarie – docenti strutturati, personale non strutturato, studenti – e che ha serie ripercussioni sulla qualità della ricerca e della didattica. Se il disinvestimento nell’università italiana è infatti innegabile, altrettanto evidente è l’instabilità sistemica che accompagna la contrazione di risorse in atto. Non solo dotazioni scarse, dunque, ma anche incerte nell’ammontare e nei tempi di erogazione.

Sul piano organizzativo, gli atenei italiani manifestano crescenti difficoltà nel portare avanti la loro attività ordinaria a causa dell’incertezza dei finanziamenti ordinari, dal momento che i criteri di ripartizione delle risorse variano enormemente di anno in anno. Sul fronte del reclutamento, al di là delle limitazioni imposte dalla scarsità di risorse e dal blocco del turnover, è l’impianto normativo stesso a risultare fortemente instabile. La legge Gelmini ha infatti subito in questi anni numerose modifiche, volte per lo più a sanare le contraddizioni insite nella norma stessa. Il risultato è una progressiva frammentazione delle carriere accademiche all’interno di un quadro di opportunità estremamente differenziato.

Tali dinamiche hanno effetti non solo sulla vita degli individui, ma anche sulla qualità di didattica e ricerca, a cui non possono essere garantiti continuità e programmazione. Per ciò che riguarda la ricerca, in particolare, scarsità e incertezza nei finanziamenti ordinari generano una forte spinta alla competizione per attrarre fondi provenienti da fonti esterne al sistema universitario pubblico. In questo modo, in una sorta di circolo perverso, la ricerca si impoverisce sempre più. Da un lato, infatti, una quantità di tempo abnorme viene sottratta al lavoro di ricerca in senso stretto per essere dedicata alla partecipazione a bandi[1]. Dall’altro lato, il finanziamento a progetto attribuisce ad attori esterni al sistema la facoltà di orientare i contenuti della ricerca, definendo priorità nei temi e di fatto stabilendo quali prospettive promuovere e quali no. Non è difficile immaginare che approcci non mainstream e ambiti di indagine minoritari faticheranno a entrare nell’agenda di ricerca definita da questo tipo di fondi.

La diffusione del finanziamento di natura non ordinaria promuove dunque solo un certo tipo di ricerca, penalizzando sguardi meno convenzionali e impedendo la pratica di quella che da alcuni movimenti accademici è stata definita in modo provocatorio Slow Science. La logica progettuale individua infatti a priori i tempi di lavoro, richiede una stima dei risultati che verranno raggiunti e impone a posteriori una loro valutazione. Se a questo si somma l’orientamento a una valutazione individuale in tutte le fasi di carriera basata innanzitutto sul numero di pubblicazioni prodotte, appare chiaro che le possibilità che vengano intrapresi percorsi di ricerca dall’esito incerto risultano fortemente limitate.

La tendenza emergente è dunque verso un lavoro di ricerca il più possibile definito nei tempi, nelle procedure e negli esiti. Al contrario, il sistema universitario pubblico per poter svolgere appieno la propria funzione dovrebbe potersi configurare come un luogo del rischio e, perché no, del fallimento, dal momento che spesso è in questo modo che la conoscenza scientifica progredisce. Paradossalmente, però, è necessaria una buona dose di stabilità e certezza – nei finanziamenti, nei criteri di allocazione delle risorse, nei gruppi di lavoro – per potersi assumere dei rischi.

 

[1] Sugli effetti perversi del finanziamento a progetto della ricerca e su alcune possibili soluzioni, si veda: J.P.A. Ioannidis (2011), Fund people not projects, «Nature», n. 477.

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
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haiku del 23 settembre…

Le gru terminano di danzare,

alte sulle gronde,

nel chiarore lunare.

(Sugita Hisajo)

L’haiku (俳句)  è un componimento poetico nato in Giappone, composto da tre versi per complessive diciassette sillabe. L’haiku è caratterizzato dalla peculiare struttura in 3 versi, rispettivamente di 5, 7 e 5 sillabe. Per la sua immediatezza e apparente semplicità, l’haiku fu per secoli una forma di poesia “popolare” trasversalmente diffusa tra tutte le classi sociali in contrasto alla ben più elaborata poesia cinese o alle costruzioni retoriche dei tanka e solamente nel XVII secolo venne riconosciuto come una vera e propria forma d’arte grazie ad alcune opere di famosi scrittori tra cui Matsuo Bashō. L’haiku è una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo, che elimina fronzoli lessicali e retorica, traendo la sua forza dalle suggestioni della natura nelle diverse stagioni. La composizione richiede una grande sintesi di pensiero e d’immagine in quanto il soggetto dell’haiku è spesso una scena rapida ed intensa che descrive la natura e ne cristallizza dei particolari nell’attimo presente. L’estrema concisione dei versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, come una traccia che sta al lettore completare.

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Virginia Raggi contro il ceto politico-affaristico criminale

di Pino Cabras. Fonte: Megachip
C’erano pochi dubbi sulla causa principale delle difficoltà che ha dovuto affrontare la sindaca di Roma Virginia Raggi nei suoi primi mesi alla guida dell’Urbe: non le carenze pur notevoli della classe dirigente che lei ha portato al Campidoglio, ma i difetti della classe dirigente contro cui fa fronte, un ceto affaristico-politico criminale fra i più avidi del pianeta, al potere da generazioni. Dire no alle Olimpiadi a Roma è, semplicemente, dire no a un potere sfrenato e finora senza contrappesi che ormai ha un unico progetto: arraffare.
Guardiamoci negli occhi senza dar retta alla solita retorica vuota con cui quel potere vuole fregarci: il rimpianto delle occasioni perdute, le glorie di una vetrina planetaria, i soldi che daranno un’anima a mille betoniere e mille gru, il PIL futuro, il soffio vitale delle Grandi Opere. O addirittura lo spirito olimpico in persona.
Andiamo sul concreto, invece, e valutiamo bene tutti i disastrosi precedenti, così guardiamo soprattutto negli occhi degli imprenditori tipici di queste opere e negli occhi dei politicanti e giornalisti corrotti che li accompagnano. Tutti questi personaggi dovrebbero trovare, chissà dove, le qualità per elevarsi sopra quei precedenti. Tuttavia, né i precedenti italiani né quelli di altri paesi offrono alcun appiglio. Abbiamo a che fare con gente che non è in grado di elevarsi sopra alcunché. Quei precedenti li tengono giù per terra: non c’è “Grande Opera” degli ultimi trent’anni in Italia – fra quelle che hanno sfruttato qualche circostanza “eccezionale” e richiamato miliardi in deroga a procedure ordinarie – che non abbia prodotto più debiti e più tangenti, con ben pochi benefici per i cittadini e molta sofferenza per le casse pubbliche.
Nel mondo, non si trovano casi di Olimpiadi – tranne poche peculiari eccezioni, non certo ripetibili nell’Italia di oggi – che negli ultimi decenni non abbiano inflitto colpi terribili al bilancio delle città interessate. Quando il sacrificio economico alla fine riusciva a non contare, era perché dietro c’era anche un progetto politico vero. La voragine di quaranta miliardi di dollari di Pechino, ad esempio, serviva a far dire ai cinesi: “ciao mondo, eccoci qui, siamo quasi la prima potenza, abbiamo un sacco di cose da raccontarci!”
Cos’avrebbe avuto invece da raccontare al mondo la Roma del “generone” del XXI secolo, una volta fatto l’ennesimo buco miliardario?
Cos’avrebbe garantito nella gestione del denaro pubblico una classe dirigente nazionale che non sa sfruttare nemmeno i miliardi dei fondi europei?
A cosa sarebbero state sottratte queste risorse? Qualcuno dimentica che l’Italia non batte moneta, ma prende a prestito una moneta “straniera” che le costa tanto e la porta a tagliare via via le spese sociali. Da quando c’è l’euro, le Olimpiadi estive si sono tenute una sola volta nell’eurozona: in Grecia. Dobbiamo aggiungere altro?
Facciamola breve. Nelle condizioni attuali delle classi dirigenti italiane, fare il processo alle intenzioni è puro realismo: quelli che volevano imporre le Olimpiadi le avrebbero usate per un’immonda mangiatoia, avrebbero ridotto il comune di Roma a un rimorchio trainato dalle scelte dei palazzinari, senza che gli amministratori eletti potessero decidere le alchimie e le aree da trasmutare da ruggine a oro zecchino.
Sul corpo dell’eterna capitale corrotta, dell’eterna nazione infetta, avrebbe avuto inoltre buon gioco ad adagiarsi una delle organizzazioni più purulente del capitalismo planetario, il movimento olimpico attuale. Per inerzia si pensa ancora a De Coubertin. Realismo vorrebbe che per descriverlo si ripassasse invece l’abc del giornalismo antimafia.
Tutto questo non significa per forza “ordinaria amministrazione”. Sono emerse persino idee molto immaginifiche per progettare un’Olimpiade più sobria, più popolare, da finanziare con una moneta complementare, come ha proposto Nino Galloni. Per quanto detto fin qui, è tuttavia irrealistico usarla nel caso delle Olimpiadi (in mano a poteri che non hanno di questi programmi), mentre la misura di una moneta complementare avrebbe molte applicazioni per fare opere utili, piccole e diffuse. Pensiamoci, non solo per Roma.
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M5s: crolla o “tiene”?! Come si leggono i sondaggi

di Aldo Giannuli

m5s_sondaggi_940Puntualissimi arrivano i sondaggi sul dopo crisi romana del M5s: c’è chi registra una flessione dl 4% sui sondaggi precedenti e chi del 2% ma un po’ tutti confermano una forza oltre il 25% delle scorse elezioni  che affianca, se non supera il Pd.
Poco attenti a questi due aspetti, molti esponenti del Pd e molti giornalisti di regime si stanno precipitando a vaticinare la crisi del M5s che, se ha perso 2 punti in una settimana, se prosegue così, si estingue in una decina di settimane (vi piacerebbe eh?!). Il fatto è che i sondaggi bisogna saperli leggere.

La sciamo da parte le solite polemiche sull’affidabilità dei sondaggi che, salvo eccezioni come le ultime amministrative, da un decennio le stanno bucando tutte e lasciamo da parte anche la diversa propensione degli elettori dei vari partiti a dichiarare il proprio voto. Di questo abbiamo già detto e diremo ancora; qui concentriamoci su un solo punto: come interpretare fluttuazioni di questo tipo?

Partiamo da una considerazione generale: possiamo distinguere tre diverse fasce in cui si divide l’elettorato, quello di fedeltà, quello consolidato e quello di faglia.

Quello di fedeltà è l’elettorato legato ad un partito da ragioni ideologiche (ad esempio l’iscritto ad un partito), di interesse privato (ad esempio, il funzionario di un partito, un imprenditore particolarmente legato ad un particolare gruppo e relativi familiari, amici e clienti) difficilmente si sposteranno da una espressione di voto assai radicata. Nella Prima Repubblica, questa era forse la zolla più consistente ed, infatti, gli spostamenti elettorali erano molto contenuti, perché prevaleva nettamente il voto di fedeltà sulle altre fasce. Ed è significativo che il partito che gode della dote maggiore di questo tipo di elettorato sia il Pd che, ancora, gode della rendita dell’elettorato ideologico del vecchio Pci e che ha una consistentissima base di amministratori locali, funzionari dell’associazionismo collaterale, consulenti, imprenditori amici ed altro tipo di elettorato di interesse.

L’elettorato consolidato che si basa su un seguito di opinione stabilizzato, anche se più aggredibile di quello di fedeltà. Questo elettorato è più motivato politicamente che ideologicamente e su valutazioni di interessi di gruppo, piuttosto che personali, e si orienta su una visione della situazione che riproduce sé stessa ; ad esempio, sono un metalmeccanico degli anni settanta, penso che il Pci sia il partito che si contrapporne agli imprenditori, lo vedo sempre schierato a fianco delle mie rivendicazioni per cui quello è il mio partito e, se viene attaccato è perché rappresenta gli interessi della gente come me e quindi respingo come propaganda gli attacchi, giusto o no, che gli vengono rivolti . Magari poi il Pci, negli anni della solidarietà nazionale, inizia a non essere più così schierato a favore delle rivendicazioni del lavoratori e fa troppe concessioni all’avversario, poi si indebolisce e non è più efficace come un tempo nella difesa degli interessi del lavoro dipendente.

Ovviamente, in questo caso, questa fascia di  elettorato andrà logorandosi, ma, appunto, in un periodo non breve, perché, nei primi tempi tenderà ad una certa indulgenza nei confronti del suo partito di riferimento, proprio perché convinto di una visione del mondo che tenderà a confermare sino a quando l’evidenza si farà troppo forte per essere ignorata. Dunque una fascia erodibile in caso di errori ed insuccessi, ma con una certa lentezza.

Infine l’elettorato di faglia: quello più mobile, di solito indeciso fra due o più partiti,  ed è l’elettorato più emotivo ed influenzabile dagli eventi occasionali. Dal 1979 al 1983 il Pci era entrato in un ciclo discendente, poi, nel 1984, con le drammatiche circostanze della morte di Enrico Berlinguer, a 10 giorni dal voto, produssero un ritorno di fiamma del voto comunista che tornò al 33,5%, con un balzo di quasi 4 punti sulle politiche dell’anno prima. Dopo di che, nelle  regionali del 1985, il trend tornò fortemente negativo ed il Pci precipitò al di sotto del risultato del 1983.

Questo perché queste sono fluttuazioni di breve periodo e facilmente reversibili man mano che sopraggiungono altri eventi. Ovviamente, qualcosa della fluttuazione precedente resta sempre, ma quello che conta è la tendenza di periodo. Facciamo un esempio di carattere medico: se un diabetico mangia due fette di Saint Honorè la sera prima di fare le analisi del sangue, il giorno dopo troverà una glicemia alle stelle, mentre, se fa le analisi dopo tre giorni di dieta ferrea, il risultato sarà eccellente. Entrambi però ingannevoli. Quello che il medico andrà a vedere sarà piuttosto il risultato dell’emoglobina glicata che registra la tendenza di un trimestre almeno e che non si sposta con tre giorni di dieta.

Per quanto riguarda il M5s,  abbiamo andamenti perfettamente conformi a queste tendenze: il grande successo del 2013 fu “gonfiato” da due avvenimenti occasionali: lo scandalo Monte dei Paschi, che investì il Pd venti giorni prima del voto, e le dimissioni del Papa che sommersero giornali e Tv, togliendo gli strumenti di propaganda a Pd e Berlusconi. Il risultato deludente delle europee 2014 fu prodotto anche dallo sgonfiamento di quei fattori e dal contemporaneo comparire sulla scena della “novità” Renzi.

Dunque, l’attuale flessione si spiega con le vicende romane, ma, salvo il proseguire di eventi sfavorevoli, è destinata ad essere riassorbita.

Il M5s ha una limitatissima base di elettorato di fedeltà o di appartenenza, ha una fascia di elettorato di faglia non piccola, ma ormai ha una fascia  consistente di elettorato consolidato che è da mettere in relazione a quel che accade in Europa ed Usa in questi ultimissimi anni e che, a torto, viene interpretato come voto di protesta: ormai siamo al voto di rivolta.

Aldo Giannuli

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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COventidue: progetto di cohousing nel cuore di Milano

di Ivana Fasciano. Fonte: Architettura Sostenibile

COventidue è il nuovo progetto di abitazioni in cohousing che a breve partirà in pieno centro a Milano. Tra settembre ed ottobre 2016 verrà stipulato il rogito per la cessione dell’immobile sito in Corso XXII Marzo 22 –  piazza Santa Maria del Suffragio- dal Fondo immobiliare “Comune di Milano I” gestito da BNP-Paribas REIM sgr, alla società COventidue, che per la realizzazione si è affidata a NewCohcohousing.it, portale che promuove in Italia un nuovo modello abitativo partendo da adesioni ed esigenze dei futuri abitanti. I lavori di ristrutturazione saranno avviati a fine estate in questo palazzo in stile Liberty in pieno centro a Milano.

Il progetto COventidue in centro a Milano

La presentazione del progetto COventidue è avvenuta il giorno 8 febbraio, anche da parte di Leopoldo Freyrie, progettista dell’opera, ex presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti e partner dello Studio milanese Freyrie Flores Architettura: l’obiettivo è di favorire un miglioramento della qualità della vita passando attraverso un incremento dei livelli di comfort, vivibilità, accessibilità e socialità. La chiave d’innovazione dell’iniziativa sta nella progettazione partecipata e condivisa con i futuri abitanti, che contribuisce alla realizzazione di relazioni solide e ben strutturate nel tempo, grazie al lavoro svolto comunitariamente per un obiettivo comune.

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Un progetto di cohousing – afferma l’Architetto Freyrie – parte solo con l’adesione preventiva dei futuri abitanti, i quali si costituiscono in gruppo promotore diventando contemporaneamente destinatari ma anche proponenti del progetto stesso e, con ciò, assumendo un ruolo attivo sia nelle decisioni che riguardano la loro vita futura, sia nell’investimento necessario a far procedere l’operazione immobiliare. Per gli Architetti – i quali garantiscono la professionalità e la sostenibilità dell’intero progetto – questa formula innovativa comporta uno spostamento della committenza dall’impresa immobiliare all’utente finale, ossia il futuro abitante che incide su ogni passaggio del progetto”.

Questo è possibile perché prima di firmare il contratto, come precisato da Nadia Simionato, CEO di NewCoh, vengono registrate già l’80% delle adesioni per i posti disponibili, stilando un’ulteriore lista d’attesa.

Nella prima fase, i futuri abitanti si sono costituiti come gruppo informale promotore, assumendosi la responsabilità di prendere decisioni per i vari aspetti riguardanti il progetto, dall’investimento alla realizzazione architettonica, dal settore organizzativo a quello gestionale. Questo tipo di procedimento potrà così consentire di raggiungere costi d’acquisto dell’abitazione inferiori di circa il 20-30% rispetto alla media di mercato, stanti pari caratteristiche progettuali e tecnologiche.

L’identikit del cohouser

Generalmente si tratta di dipendenti o liberi professionisti, ma anche di pensionati o imprenditori; la fascia d’età è generalmente compresa tra i 36 ed i 55 anni.

Il progetto COventidue prevede la realizzazione di 50 appartamenti, di vario taglio e dimensione, realizzati su misura, in base alle esigenze dei futuri abitanti. Al piano interrato saranno presenti delle cantine, mentre gli spazi di condivisione e d’incontro, comuni a tutti i cohouser, saranno al primo piano e nel cortile: qui troveranno luogo spazi di coworking, una sala polifunzionale, una lavanderia, un’area giochi per bambini, un deposito per biciclette e una zona per gli animali.

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L’edificio sarà reso accessibile con soluzioni innovative, dal punto di vista dell’efficienza energetica rispetterà i principi per essere gas-free, e-incentive, grazie all’installazione di sistemi di ricarica per auto elettriche, sarà connesso al meglio alla rete ed organizzato attraverso sistemi di domotica all’avanguardia. La classe energetica dell’edificio sarà la più elevata, grazie alla presenza di tecniche di coibentazione adeguate come isolamento verde nella facciata del cortile, cappotti interni, ventilazione naturale che permetta il recupero di calore, caldaie a condensazione o pompa di calore.

Per tutti gli abitanti in funzione della riqualificazione energetica e funzionale dell’edificio, sarà possibile usufruire di sgravi fiscali, come previsto dalla normativa nazionale attualmente vigente.

Il valore aggiunto di questo tipo di iniziativa risulta essere dato senza dubbio, oltre che dal risparmio economico rispetto al prezzo di mercato di pari abitazioni, dalla valorizzazione delle risorse qualitative ambientali, ecologiche ed umane ivi impiegate, essendo la realizzazione di questo progetto la fase finale di un processo partecipativo e decisionale che vede i futuri abitanti coinvolti come veri e propri attori con ruolo attivo per il futuro della propria abitazione, contribuendo così non solo alla realizzazione di iniziative che mirano al benessere di tutti e di ciascuno, ma anche alla salvaguardia di quegli spazi condivisi che divengono beni di comune fruizione, riproponendo concretamente al giorno d’oggi valori quasi obnubilati quali la socialità e la sostenibilità che sarebbero naturali in rapporti di buon vicinato ma che in questo tipo di progetti sembrano trovare la propria essenza fondante.

Newcoh: la piattaforma online per il cohousing

Newcoh basa la propria organizzazione intorno a dei principi fondamentali, comuni a tutti i progetti, in particolare:

  • recupero e riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente, contribuendo in questo modo sia alla rigenerazione di aree degradate della città esistente, sia alla riduzione del consumo di suolo, problematica contingente dei nostri decenni;
  • valutazione e localizzazione degli interventi per servizi, presenza di aree verdi e sistemi di mobilità;
  • orientamento alla sostenibilità, intesa sotto diverse sfaccettature: da quella ambientale, che valorizzi la riduzione dei consumi e l’efficienza energetica, a quella sociale, che migliori la qualità della vita degli abitanti, a quella economica, generata da principi di condivisione e dalla valorizzazione di buone pratiche;
  • progettazione partecipata, per favorire il processo di valorizzazione delle risorse umane a disposizione, non solo in campo economico e sociale, ma anche in quello organizzativo, gestionale e decisionale.
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La morte di Tiziana e la maleducazione sessuale dei porno-dipendenti

di Laura Eduati. Fonte: The Huffington Post

Risultati immagini per vergogna immaginiGirava negli anni scorsi a Roma un video amatoriale dove due adolescenti, appena maggiorenni, si chiudevano in una stanza con la musica di Renato Zero ad alto volume. Il ragazzo aveva piazzato una telecamera fissa per riprendere l’intero atto sessuale, mentre con una telecamera a mano seguiva i gesti della ragazza alla quale dava ordini come fosse un regista: “Fai questo, fai quello”.

Dopo qualche minuto la giovane sbuffava: “Amo’, ma quand’è che scopa….?”. Molto probabilmente il video era diventato pubblico per volontà di entrambi, tuttavia la domanda è illuminante: mentre lui metteva in scena un porno fatto in casa, lei voleva fare sesso. E aveva colto l’abissale differenza tra le due pratiche.

Tiziana C. si è tolta la vita perché, a differenza della coppia romana, non aveva nessuna intenzione di mostrare all’Italia intera la clip che aveva girato consapevolmente con il suo amante. Si è uccisa per la vergogna, per gli sberleffi, per le parodie di quei video dove accade quello che normalmente accade nelle coppie.

Una volta pubblicati in rete, Tiziana è diventata l’adultera “sgualdrina” sbeffeggiata in pubblico per il suo comportamento disinibito. Non c’è differenza tra coloro che hanno divulgato quelle immagini e gli stupratori della ragazzina di Melito Porto Salvo: in entrambi i casi si è trattato di uno stupro di gruppo.

Tiziana è stata additata pubblicamente come una poco di buono, una ragazza facile perché fa sesso orale con divertimento e malizia, con l’aggravante del tradimento: troppo per quei maschi che non tollerano nessuna libertà nelle donne che frequentano, se non poi rifugiarsi continuamente nel porno.

Si dà il caso che gli italiani siano in cima alle classifiche mondiali del consumo di video pornografici. I celebri latin lover di una volta ora guardano nello schermo donne disinibite che godono mentre mettono in scena un atto sessuale. Allo stesso tempo l’Italia è uno dei pochissimi paesi occidentali a non prevedere l’educazione sessuale nelle scuole.

Esiste un nesso? Forse. In una nazione invasa dal porno gratuito, nessuno si prende la briga di parlare pubblicamente di un passatempo che incrocia il sesso ma non è sesso, una pratica talmente diffusa da diventare spesso gioco intimo nelle coppie, senza che esista un pensiero sulle conseguenze di questo divertimento: il porno è per sua natura destinato al pubblico, il sesso tra due persone invece è l’essenza dell’intimità e viene nascosto non per pudore ma per preservare quel legame, anche quando è fugace.

Il porno amatoriale vorrebbe riassumere entrambe queste caratteristiche: può farlo solo se la pubblicazione è consensuale, e Tiziana non aveva dato il suo consenso.

Il consenso, nel sesso, è tutto e soprattutto deve passare numerose fasi: non è vero che dando un bacio si accetta anche di proseguire nell’atto sessuale. Non è vero che dopo aver invitato qualcuno a casa nostra allora siamo obbligati ad andare fino in fondo. Il “no” può arrivare in qualsiasi momento, come quando ci invitano a pranzo: se l’ospite non gradisce una pietanza può sempre rifiutarsi di mangiarla.

Perciò non è vero che girando quel video Tiziana implicitamente stava accettando una sua possibile pubblicazione. Tiziana non voleva passare dal sesso al porno.

Tuttavia il tristissimo caso del linciaggio di Tiziana scopre la miseria sessuale dei suoi lapidatori: adorano le ragazze disinibite ma le svergognano, sono porno-dipendenti eppure odiano le donne che amano il sesso. Sessualmente maleducati e dunque incapaci di distinguere tra porno, sesso, consenso e gioco, sono convinti che il solo fatto di avere acconsentito a un video esplicito desse a Tiziana la patente di pubblica sgualdrina.

La perversione paradossale di questa gogna è ancora più crudele: non era stata Tiziana a voler rendere pubbliche quelle immagini, eppure viene trattata come se l’avesse voluto davvero. E anche se l’avesse voluto, naturalmente, non meritava questo linciaggio atroce.

I commenti al suicidio di questa giovane donna fanno rabbrividire. Sono scritti da uomini e donne (sì, anche donne) che sembrano usciti da un secolo oscuro e feroce, dove la crudeltà di un uomo che pubblica un video hard per vendetta e il bullismo social conseguente rimangono sullo sfondo, come se non importassero, mentre l’unica a portare la lettera scarlatta della vergogna è soltanto Tiziana.

Maleducazione sessuale e infima educazione sentimentale: maschi che chiedono alle donne di essere disinibite ma solo in privato, pudiche e fedeli, amanti del porno ma non libere di esprimersi con lo stesso mezzo, un ammasso di becera ipocrisia e arretratezza che rimarrà tale in quanto porno e sesso non diventeranno argomento di riflessione pubblica.

di Laura Eduati. Fonte: The Huffington Post

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Muoversi in città. Esperienze e idee per la mobilità nuova in Italia

di Mariangela Martellotta. Fonte: Architettura Sostenibile

Muoversi in città. Esperienze e idee per la mobilità nuova in Italia” lascia ben sperare ad una progressiva evoluzione del sistema della mobilità che pian piano in Italia sta facendo – se pur a macchia di leopardo – i suoi lenti progressi, seguendo un iter che si lega non solo a fenomeni di tipo sociale e di evoluzione tecnologica ma anche ad una ormai consolidata convinzione generale che la rinascenza dell’urbanistica passi per il sistema dei trasporti.

Il futuro della mobilità? Il trasporto collettivo

Interessante e istruttivo nel libro “Muoversi in città” è il tracciamento dell’evoluzione dei trasporti urbani nel nostro paese, che descrive tra l’altro pro e contro, motivazioni e proteste nei confronti di quello che è stato probabilmente uno degli eventi più significativi nell’ambito della “rivoluzione verso la mobilità sostenibile”: il primo blocco del traffico mirato ad un rimedio contro lo smog.

Viene quindi descritta l’evoluzione dei primi Piani del traffico e l’avvento verso una gestione ed un controllo del traffico non più finalizzato a fare solo gli interessi degli automobilisti ma a tutelare anche i diritti di tutti gli abitanti dei centri urbani.

“Le reti del trasporto su ferro tranviario, metropolitano e ferrovie suburbane, hanno ottenuto scarsi finanziamenti, in proporzione agli investimenti dedicati allo sviluppo del sistema autostradale e all’alta velocità ferroviaria , e questo costituisce uno dei problemi anche per il futuro.”

Tratto da “Gli interventi per il trasporto collettivo” – Cap. 3 La mobilità collettiva.

Il testo non lascia da parte le critiche verso i punti deboli che ancora sono da eliminare in una politica che ha voglia di migliorarsi e di potersi affermare come moderna.
Emerge quanto siano datati e non conformi alle esigenze attuali i mezzi di trasporto collettivo ed è evidente quanto fino ad oggi abbiano influito i tagli delle risorse del trasporto pubblico.

Se poi si guarda al panorama della cosiddetta “mobilità dolce”, le cose non sembrano migliori ed è chiaro che occorrono strumenti di governo a scala maggiore e non interventi puntuali sul territorio.

Inoltre un ruolo essenziale lo devono avere gli stessi cittadini che non devono solo essere informati (a volte neppure ciò accade) sulle decisioni prese in merito alla mobilità, ma anche coinvolti in prima persona sulle azioni di pianificazione partecipata con gli enti pubblici dalle amministrazioni locali.

“Per la prima volta nella storia della civiltà umana, nel 2007 la popolazione urbana ha superato quella rurale. Si prevede che nel 2050 la Terra ospiterà 9 miliardi di persone di cui circa il 70% in città, le quali diventeranno le maggiori responsabili delle emissioni di sostanze inquinanti, della produzione di rifiuti e dei consumi di energia. Numeri il cui impatto, tradotto in termini ambientali, dicono che le città, a livello globale, sono responsabili del 45% dei consumi energetici e del 50% dell’inquinamento atmosferico. E allora servono città efficienti e intelligenti: per garantire uno sviluppo sostenibile dell’umanità è cruciale trovare soluzioni innovative per la gestione e la crescita dei centri urbani.”

Tratto da “Le infrastrutture di ricarica e la città intelligente” – Cap. 6 Verso il veicolo sostenibile.

Un piano di logistica urbana sostenibile

Gli autori di “Muoversi in città” espongono sia analisi e dati concreti sulla mobilità che piani urbani della mobilità sostenibile per poter fare un confronto e delle previsioni su possibili scenari futuri.

Essenziale è comprendere quanto conti pianificare attraverso strumenti “smart”, ormai imprescindibili nelle grandi aree urbane,  vista l’esigenza di gestire flussi di traffico complessi e cercare quanto più possibile di ridurre costi di mantenimento delle reti e gli impatti che esse necessariamente possono produrre sull’ambiente.

“Nell’ambito delle politiche di mobilità, i comuni e le città metropolitane sono chiamati a intervenire per il governo e la razionalizzazione del trasporto delle merci, con una strategia integrata e decisioni coerenti inserite in un Piano della logistica urbana sostenibile (che ricordiamo deve ancora trovare una regolamentazione efficace).  Già oggi molte amministrazioni hanno attuato diverse misure di regolazione del trasporto merci – orari, luoghi di scarico, incentivi ai veicoli puliti, progetti speciali pubblici o privati di distribuzione – utilizzando i poteri di regolamentazione derivanti dal PGTU.”

Tratto da “La strategia da adottare: il piano di logistica urbana sostenibile” – Cap. 8 Muoversi in città.

L’intento degli autori

Un monito a prendere finalmente sul serio la pianificazione e non lasciare su carta le previsioni. Cercare di fare in modo di offrire un servizio migliore alla comunità attraverso le politiche di mobilità riducendo gli impatti ambientali ed economici e implementando i servizi.

Un’impresa molto più impegnativa rispetto al settore della generazione elettrica, dove le rinnovabili consentiranno una totale uscita dai fossili.

Il testo è molto articolato e dettaglia – anche dando riferimenti bibliografici e normativi – le diverse tematiche della mobilità. Risultano molto utili e chiari i casi studio riportati che esemplificano esperienze in Italia e nel Mondo sulle politiche della mobilità e tracciano anche un percorso storico dell’evoluzione avuta in alcuni settori della stessa.

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Scheda tecnica del libro

Titolo: Muoversi in città. Esperienze e idee per la mobilità nuova in Italia
Editore: Edizioni Ambiente
Pagine: 287
Data pubblicazione: Marzo 2016
Autori: Anna Donati , Francesco Petracchini
Contributi: prefazione di Gianni Silvestrini; postfazione di Maria Rosa Vittadini
ISBN: 9788866271765
Lingua: italiano

Gli autori

Anna Donati è esperta di mobilità sostenibile e infrastrutture di trasporto. Ha lavorato al WWF Italia, come Direttore generale Acam e collabora con il Gruppo mobilità sostenibile del Kyoto Club. Negli anni Novanta è stata assessore alla mobilità del Comune di Bologna e di recente assessore alla mobilità e infrastrutture del Comune di Napoli. Ha fatto parte del Consiglio di amministrazione delle Ferrovie dello Stato. Ha fondato i Verdi in Italia ed è stata eletta in Parlamento per i Verdi e l’Ulivo. È presidente onoraria di CoMoDo, la Confederazione della mobilità dolce, fa parte dell’Assemblea delegati di Legambiente e presiede il Comitato scientifico della Rete mobilità nuova.

Francesco Petracchini ingegnere ambientale e dottorato in scienze ambientali, è esperto di inquinamento atmosferico e gestione di progetti di ricerca nazionali e internazionali. È ricercatore presso il Cnr-Iia (Consiglio nazionale delle ricerche, Istituto sull’inquinamento atmosferico) presso cui è responsabile dell’Ufficio progettazione. Presidente dell’associazione Corrente in movimento, nel 2012 ha organizzato un viaggio elettrico a zero emissioni in Italia alla scoperta delle eccellenze nel campo delle fonti rinnovabili e della mobilità sostenibile. Nel 2014 ha organizzato il Cleanweb Hacakthon Roma per lo sviluppo di app legate all’energia ambiente e mobilità.

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Dalla terra alla bellezza, per tornare al simbolo

di Dafni Ruscetta
logo-parole-di-terra1Esiste un modo delicato, penetrante, poetico di descrivere il nostro tempo. È quello di Massimo Angelini, filosofo ligure, ricercatore di bellezza in controcorrente, ‘eretico’ dei nostri giorni. La delicatezza, l’equilibrio, la saggezza e la poesia, rimangono nell’aria per molto tempo dopo un suo intervento, dopo uno dei tanti racconti appartenenti alla narrazione che porta in giro per l’Italia, per esprimere una visione del mondo alternativa, ‘eretica’ appunto.
Massimo Angelini è anche autore di pubblicazioni sulla storia delle mentalità, sulle tradizioni rurali, sul sacro e sulla visione simbolica della realtà. Tutti elementi che accomunano quegli studiosi – guarda caso quasi mai aderenti al mainstream accademico tradizionale – e moderni ‘predicatori’ di un mondo nuovo, di un paradigma culturale realmente differente per una rinnovata fase della storia dell’umanità.
Nel suo ultimo libro, ‘Participio Futuro’, Angelini mette insieme un vasto repertorio di considerazioni filosofiche, antropologiche e socio-culturali provenienti dalla lunga esperienza di osservazione delle tradizioni contadine della sua terra. Così si sviluppano riflessioni sulla necessità di nuovi simboli per la nostra cultura, sull’importanza della parola (spesso oggetto di artifici linguistici per mantenere gli attuali assetti corporativi della società), sulla differenza tra segno e significato, tra cultura ed erudizione, tra cultura e intrattenimento, tra proprietà e custodia dei luoghi, tra razionalità e narcisismo; riflessioni sulla frammentazione dell’uomo, sull’assenza di archetipi, sul consenso comune e sulle comunanze, sulla metafisica del mondo rurale e sulla circolarità dell’esistenza, sull’arte e sulla bellezza.
Il simbolo, scrive Angelini, è elemento di unità, ricomposizione dell’unità spezzata. Dopo il tentativo degli uomini di dare la scalata al cielo gli dèì decisero di punirli: allora Zeus stabilì di tagliarli in due parti, condannandoli a cercare la parte mancante per ritrovare l’unità. La frammentazione, la scissione tra corpo e spirito, la spaccatura di un mondo simbolico (cioè unitario) ha modificato la capacità di concepire la realtà e noi al suo interno. È su questa frattura che s’innesta la modernità, rovesciata al proprio interno fino alla completa perdita di sensi, all’insensibilità del contesto. Un distacco che rescinde i legami, spezza la comunità degli uomini, riducendola a un “arcipelago di solitudini”. Le donne e gli uomini chiusi nel proprio io, nelle proprie astrazioni, vivono in un’apnea esistenziale. Fuori da una visione simbolica e concreta, fuori dall’unione di tutto quanto è nella realtà, alla lunga resta la frammentazione progressiva, fino alle sue estreme conseguenze: la specializzazione esasperata, il relativismo che sotto l’abito borghese della tolleranza maschera l’indifferenza, il distacco dalla realtà che manifesta la virtualità, il primato dell’astrazione, il disprezzo verso il corpo, la non realtà. Angelini ricorda ancora come il contrario di ‘simbolico’ sia ‘diabolico’. Diabolico è, dunque, questo nostro tempo fondato sulla separazione, sulla frattura, sullo scisma interiore e comunitario. E non basta nemmeno la fede, perché senza simboli e segni visibili fatti di gesti, parole, oggetti, essa rischia di essere astratta, eterea, e perciò non comprensibile, perché i simboli rendono visibile e concreto il contatto con il piano della trascendenza.
Angelini ricorda poi l’importanza della parola. È il modello di tanta parte del parlare vuoto che in questi decenni ha inquinato la comunicazione pubblica e il mestiere della politica. “La parola” – scrive riferendosi agli artifici linguistici per mantenere gli attuali assetti corporativi della società – “non può essere usata con leggerezza. Il suo uso impone responsabilità, perché ogni limite alla comprensione porta con sé conseguenze di espropriazione ed espulsione sociale. Con la frammentazione dell’unità della conoscenza nel particolarismo e nell’iperspecializzazione si sono moltiplicate le barriere linguistiche per escludere dalla comprensione chi non appartenga alle corporazioni che pretendono di detenere il sapere in forma di monopolio”.
Da qui il passo per una definizione nuova di cultura è breve: la cultura non andrebbe confusa con l’erudizione, che ha il proprio fine in sé stessa, nell’accumulazione dei dati, nella loro ostentazione sociale o accademica, ed è espressione di collezionismo delle informazioni, gioco di riconoscimento tra i sodali di una conventicola. La cultura – ecco il nucleo della nuova definizione di Angelini – porta a crescere, ad elevare; come il culto, con il quale condivide la stessa radice, si esprime quale atto simbolico e perciò tende ponti tra le persone. Chi invece parla per non farsi capire, chi inutilmente complica ciò che è semplice (ma anche chi banalizza ciò che è complesso), chi astrae ciò che è concreto, chi consapevolmente usa le proprie conoscenze e le parole per segnare le distanze, per distinguersi, per sottomettere, invece che per condividere e comunicare, non coltiva nulla ma genera deserto, non eleva, non fa crescere, ma inaridisce. Di per sé, un lungo addestramento scolastico e l’accumulazione di informazioni non hanno propriamente a che fare con la cultura. Lo stesso dicasi per l’uso della parola ‘cultura’ nell’attuale civiltà dello spettacolo, in cui essa viene utilizzata per lo più come sinonimo di ‘intrattenimento’ e occupazione del tempo libero.
Ci sono un sentire e un pensare umano che si formano, si raffinano, si correggono, si integrano e si tramandano nel tempo lento delle generazioni, che riflettono la verità del consenso comune e anche solo per questo testimoniano che nessuno è vissuto invano. Anche questo è cultura. Le esperienze comuni a tutti contribuiscono a formare un patrimonio di sensibilità e conoscenze condivise. E da queste esperienze nasce tanta parte del senso comune che si forma nel tempo e che nel corso del tempo si consolida. Sulle esperienze (precedenti) si fonda ampia parte del sapere della gente, prima di ogni grado di istruzione, ed è un sapere che nasce da un rapporto con il mondo diretto, quotidiano, manuale, sensoriale, emozionale, che parla il linguaggio dell’evidenza: quello che tutte le persone possono facilmente condividere; è un sapere che si forma nel corso degli anni e dei secoli. I gesti e le sensibilità condivise dalla gente hanno in sé un elevato grado di aderenza alla realtà interiore delle cose che non necessita di dimostrazioni. In quei gesti c’è il lascito di un’intera umanità e la compresenza di più mondi. Sono segni, oggetti, comportamenti che animano la metafisica concreta del mondo contadino, una relazione con il tempo e con lo spazio informata dalla circolarità, dalla sincronia, dalla ripetizione appunto, dal ritmo.
Con lo smarrimento della fiducia nei sensi, l’evidenza è stata sostituita da teorie che contraddicono l’esperienza comune a tutti.”Ma io dubito che l’esplorazione dello spazio, la sua militarizzazione e la pervasività delle comunicazioni satellitari abbiano reso il mondo migliore e le persone più felici”.
Angelini conclude con un messaggio positivo: “in fondo, basterebbe ridare a ciò che ci circonda il proprio posto e a noi il nostro.riconoscere che il razionalismo è una forma cinica di superstizione e le ideologie incubatrici di idolatria; che la bellezza esiste e non ha a che fare con ciò che piace. Orientati al ringraziamento e al bene comune e alla ricomposizione simbolica della realtà, quando siamo allineati alle sensibilità e alle certezze vagliate nel tempo delle generazioni, uniti con i padri dei nostri padri e con i figli dei nostri figli, non abbiamo bisogno di affermare nulla di nuovo”.
di Dafni Ruscetta
L’immagine è tratta da un concorso letterario della casa editrice Pentagora.
L’articolo è stato anche pubblicato su Megachip.
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Alla ricerca dell’essenza

di Dafni Ruscetta

Risultato immagine per immagini cappella sistinaNon è più tanto la classe politica di questo Paese a irritarmi, quanto l’ipocrisia delle persone, della società civile. Mi preoccupa, soprattutto, più che il malcostume della politica, a cui ci siamo abituati da oltre un decennio, il clima da ‘rivoluzione francese’ che si sta instaurando. Non ho mai provato grande simpatia per il ‘giacobinismo’ rivoluzionario di stampo qualunquista e giustizialista, ombrato da un velo di ipocrisia.

La dimensione politica degli ultimi anni si è spesso servita di una pericolosa alchimia mediatica (tra cui è importante annoverare, purtroppo, anche i social network) per impadronirsi dell’immaginario collettivo. E la cosa peggiore è che essa ha dato vita a una mutazione non temporanea ma, verosimilmente, di lungo periodo della dimensione culturale, per certi versi antropologica, nel nostro Paese. In una situazione di crisi di valori e di legittimità morale, andare alla radice del problema culturale – non soffermandosi semplicemente sulle responsabilità della classe dirigente – è di fondamentale importanza. L’argomento del bene comune, visto da una prospettiva più ampia, non può prescindere dagli aspetti culturali di tutta una società, dai valori e dalle abitudini quotidiane dei suoi membri. Il bene comune siamo anzitutto noi, il nostro modo di agire e reagire nei confronti delle altre persone, la nostra visione del mondo, il senso di rispetto e la solidarietà verso i più deboli, la voglia di ascoltare le voci di tutti e di porsi in confronto con l’altrui punto di vista, la considerazione e la valorizzazione del patrimonio ambientale con il quale viviamo e con cui vorremmo che convivessero anche le generazioni future, i nostri figli.

Pochi anni fa sono stato testimone di una delle più belle esperienze di bene comune mai messe in atto nella nostra epoca: ho vissuto per una anno in Danimarca, dove i principi della dimensione sociale sono diventati anche la forza propulsiva dell’economia. Il consiglio dell’innovazione danese (un organismo nazionale) da alcuni anni sta monitorando e identificando le best practices locali che producono effetti positivi per la società. Secondo un rapporto di alcuni anni fa uno dei maggiori fattori di sviluppo sarebbe proprio la visione umanistica della cultura nazionale: “I Danesi non credono nei sistemi, essi credono nelle persone, nel fatto che il singolo individuo possa fare la differenza”. Una simile concezione positiva dell’essere umano, un bell’esempio di resilienza umana basata sul riconoscimento della fiducia reciproca, favorisce un meccanismo di cooperazione interpersonale e di gerarchie pressoché inesistenti, tanto che questo sistema (definito di “coesive power”), a quanto pare, genera un vantaggio competitivo anche a livello economico. Tale sentimento comune, infatti, favorisce un clima di distensione, grazie al quale le persone si sentono a casa propria, al sicuro e, di conseguenza, più propense a cooperare per il bene comune.

Come questi valori possano essere applicati concretamente anche nelle nostre società? Anzitutto partendo dalla storia, con uno sguardo al passato. Come sosteneva Pasolini: “Non c’è progresso senza profondi recuperi nel passato, senza mortali nostalgie per le condizioni di vita anteriori”. Anche Maurizio Pallante – il fondatore della ‘Decrescita Felice’ – racconta che nelle economie di un tempo, spesso basate sul sistema del dono e della reciprocità, i rapporti umani creavano sentimenti simili di cooperazione, di solidarietà, di distensione sociale, al contrario di quanto avviene adesso in quei contesti urbani dove si è quasi perso ogni legame di scambio tra le persone e in cui si è costretti ad acquistare qualsiasi cosa per sopravvivere. Nelle nostre società di una volta gli scambi erano fondati sulla reciprocità, gli artigiani locali, ad esempio, scambiavano i loro prodotti con quelli della terra e i legami sociali delle comunità contadine rappresentavano un’importante norma non scritta. Questi retaggi sono ancora sopravvissuti, seppur in minima parte, in alcune zone della Sardegna. Come ci ha ricordato per molto tempo Eliseo Spiga1, la storia della società sarda degli ultimi secoli è fatta di comunitarismo, di solidarietà, di auto-produzione e di sussistenza, di operosità, di sobrietà nei consumi, niente sprechi, tutte norme di natura morale iscritte nel DNA dei Sardi. L’attuale organizzazione globale dell’economia e del potere è pertanto incompatibile con questa società e con la sua storia, perché è contro l’ambiente, contro la salute delle persone, contro la prosperità e il benessere individuale, contro la morale della convivenza etc. Lo dimostrano le antiche pratiche sociali come ‘s’ajudu torrau’, l’aiuto reciproco tra amici, parenti e vicini in occasione della vendemmia, della mietitura, della tosatura delle pecore ecc; o come ‘sa paradura’, istituto di natura solidale tra i pastori della Sardegna arcaica, consistente nel donare una o più pecore a colui che, per calamità naturali, furti, o malattie, perdeva il proprio gregge. L’unico impegno morale, in questo sistema, era di ricambiare il gesto in caso di necessità. Un vero esempio di resilienza.

Da un punto di vista pratico il cambiamento si realizza con le singole e personali azioni quotidiane. Ce lo insegnano tanti individui, uomini e donne, che con coraggio hanno fatto scelte di vita diverse, che hanno consapevolmente indirizzato la propria esistenza verso situazioni forse meno ‘comode’ e meno evidenti, ma certamente più incoraggianti in termini di salvaguardia della vita futura su questo pianeta. Ed esistono già anche paradigmi e ‘filosofie’ in questo senso, perché il pensiero umano, specie quello occidentale, è spesso precursore dell’azione e delle scelte individuali e delle masse. Tra queste, quella che al momento mi sembra più persuasiva è la ‘decrescita’, soprattutto nella sua componente culturale e sociale. E lo fa incitando non tanto alla rivolta sociale (sebbene di ‘rivoluzione’ si tratti), ma esortando tutti i cittadini ad adattarsi a stili di vita più sobri e umani, riscoprendo abitudini, savoir faire, comportamenti di una volta, improntati a un rapporto con l’ambiente, a ritmi e a relazioni umane più semplici e naturali. Sono, peraltro, gli stessi valori evidenziati da icone positive del nostro tempo, come Papa Francesco nella sua ultima Enciclica, ‘Laudato Sì’, o come l’ex Presidente dell’Uruguay Mujica il quale dichiarò, in un discorso divenuto ormai memorabile, che “lo sviluppo deve favorire la felicità umana, l’amore per la terra, le relazioni umane, la cura dei figli, l’avere amici, l’avere il giusto, l’elementare”.

E’ finito ormai il tempo delle ideologie e delle lotte di classe – il primato della politica – quel che serve è davvero un nuovo umanesimo che dia vigore ai valori comuni della nostra cultura, che sono normalmente incorporati nell’individuo prima ancora che nella collettività. Tali valori non sono solo cristiani, né laici, né borghesi o proletari, ecco perché è necessario tornare a ragionare in termini di solidarietà umana e sociale insieme, non dimenticando che ogni collettività è composta prima di tutto dai singoli individui. Quello che occorre è una fase di analisi e progettualità a livello antropologico, che si avvalga del contributo di varie sfere della società e non solo delle élite intellettuali, nuovi modelli culturali che partano dalla quotidianità dei bisogni piuttosto che dalle forme politiche che sinteticamente vogliono rappresentarli, che ne dovrebbero essere piuttosto una conseguenza.

Il fulcro di una simile ‘rivoluzione’ sarebbe un ritorno alla spiritualità come elemento costitutivo della natura umana. Anche questa è resilienza. Il declino della spiritualità in Occidente è andato a favore di una dimensione più materialistica, che trae origine dalla fede nella scienza e che ha portato a privilegiare l’aspetto della razionalità. Ciò rappresenta oggi una vera e propria ‘mutilazione’ dell’essere umano, che causa profonde sofferenze interiori e una perdita di senso della vita. Le conseguenze più evidenti sono l’appiattimento delle relazioni umane, del rapporto con il territorio, la violenza verso se stessi2 (basti pensare alle varie forme di dipendenza: dalla droga, all’alcool, dal sesso agli psicofarmaci ecc), l’insicurezza sociale i cui segnali sono ormai evidenti in tutta Europa e non solo.
La spiritualità richiama alla necessità, addirittura l’urgenza, di recuperare, o di reinventarsi, un ‘
ordine simbolico‘ per le nostre società, dei simboli ‘sacri’ che uniscano l’immaginario collettivo. Come afferma l’amico Massimo Angelini3, il simbolo è ciò che tiene insieme, ciò che unisce. Nella concezione simbolica della realtà non vi è “separazione tra corpo e anima, tra cosa è materiale e cosa è spirituale, tra profano e sacro, tra cosa è visibile e cosa è oltre il visibile”. Perché il simbolo “non rinvia a un significato, ma manifesta compresenza”. Ed i simboli sono spesso trasmessi attraverso l’arte nell’immaginario collettivo. L’arte dovrebbe emanciparsi dalla mercificazione per tornare ad essere un’espressione viva dell’animo umano. Le nostre istituzioni di formazione, in primis le scuole e le università, dovrebbero puntare alla profondità recuperando, ad esempio, il valore della poetica nella vita quotidiana. La poesia ha il vantaggio di parlare all’anima, alle emozioni, evitando tutta una serie di speculazioni legate all’intelletto e alla logica, dominanti nella nostra civiltà della scienza e del ‘progresso’. E’ alla bellezza, dunque, che dovremmo consacrarci nuovamente, alla semplicità del quotidiano, all’essenziale, alla riscoperta genuina e consapevole del mondo naturale, della terra. Potrebbero essere questi i valori – proiettati al futuro, non solo al passato – la nuova direzione per il cambiamento, il vantaggio competitivo per ridare dignità a questa nostra cultura e a tutta la società italiana. I semi sono già presenti, basta non continuare a calpestarli.

Ho avuto ben chiara questa distinzione nei giorni scorsi, mentre mi trovavo immerso nel verde della campagna della Planargia (una zona geografica della Sardegna centro-occidentale). Quante volte mi son trovato a fare filosofia sui concetti dell’esistenza, sugli stili di vita alternativi, sull’etica di questa o di quella particolare azione morale. Quante altre volte mi sono infervorato parlando di diritti dell’uomo, di salvaguardia dell’ambiente, di equità sociale etc. E quante preoccupazioni e dispiaceri mi ha provocato una certa inclinazione a pesare e giudicare le azioni da un solo punto di vista, possibilmente connotato ideologicamente. Poi, un giorno, ti trovi lì, in aperta campagna, e cominci a osservare, a guardare il mondo con altri occhi. I tuoi. Non più quelli dell’ideologia, non quelli del pensiero e della filosofia, nemmeno quelli del giudizio morale. Osservi e basta. E, nell’osservare, ti rendi conto che un filo d’erba non è altro che un filo d’erba, nella sua essenza, e che non potrebbe essere altro. Ti accorgi che ogni singola entità vegetale animata è lì non a caso in quel momento, che i tanti fiori gialli di calendula selvatica sono lì e basta, che i ciuffi di tarassaco sono in quel preciso istante un’espressione di una visione del mondo, di un punto di vista immutabile e cangiante allo stesso tempo. Allora allarghi lo sguardo attorno, inizi a percepire un’immensità di forme e colori in movimento armonico tra loro. E tutto ti sembra unico, innegabile, indivisibile, inspiegabile. Nulla ti sembra che accada. E ti convinci che è quella la normalità della vita, il succo, la storia, l’essenza.

 di Dafni Ruscetta

 

1 Eliseo Spiga, Francesco Masala, Placido Cherchi. A cura di Roberto Spano. Manifesto delle Comunità di Sardegna. per una economia felice e ricca di futuro. Edizioni Condaghes.

2 Maurizio Pallante: Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell’uguaglianza. Edizioni Lindau.

3 Massimo Angelini: Participio Futuro. Edizioni Pentagora.

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Indignazione come sport nazionale

Risultati immagini per immagini indignazionedi Dafni Ruscetta

Ormai non c’è giorno in cui non ci si indigni per qualcosa nel nostro Paese. Il mainstream mediatico ha imparato a calvalcare i mood dei social network che, rappresentando un media generalista e aperto a tutti, fungono sempre più da punto di riferimento dell’opinione pubblica amplificandone le tendenze, le emozioni e le reazioni. Ho però l’impressione che spesso si tenda a rincorrere l’elemento più deleterio di alcuni social,  che si privilegi l’aspetto emotivo (di pancia) all’analisi razionale, che il più delle volte si perda il senso critico (o, più semplicemente, il buon senso) delle cose. Così ci si indigna ormai di tutto, talvolta più per emulazione sociale che per conseguenza di una reale presa di coscienza. E mi capita sempre più spesso, nell’intimo delle riflessioni personali a cui dedico sempre una parte consistente del mio tempo prima di ogni giudizio etico e morale, di non trovare gli stessi argomenti e motivazioni per indignarmi con le maggioranze che si formano ogni volta. La cosa peggiore in questi casi è che, quando poi esprimi una posizione e una indignazione diversa da quella maggioritaria, rischi una ‘lapidazione’ pubblica (nemmeno molto dissimile dai roghi dell’Inquisizione quando si dissertava sulla forma del nostro pianeta) sui social network, per aver espresso un’opinione divergente e ‘deviante’. Ebbene, il meccanismo che sta alla base di una simile dinamica è proprio lo stesso che veniva applicato nella pubblica gogna di medievale memoria: l’ignoranza. Meccanismo, l ‘ignoranza, che fa agire di pancia, che fa leva sulle emozioni più basse dell’animo umano (più che di animo dovremmo forse parlare di ‘animalità’) e che, in alcune fasi storiche particolarmente turbolente e delicate per via delle condizioni materiali di vita delle persone, viene utilizzato scientemente per attirare a sé la forza delle masse, al fine di dirigere i propri disegni di potere.
Alcuni esempi? Meglio non parlare della campagna pubblicitaria sul ‘Fertility Day’ (su cui avrei molto da dire…), o della vignetta di Charlie Hebdo, che mi garantirebbero un posto in prima fila in una moderna piazza Campo dei Fiori. L’esempio di cui voglio parlare è piuttosto quello della giovane e sfortunata Eleonora Bottaro, la ragazza padovana di 18 anni scomparsa pochi giorni fa per leucemia e su cui vi è stato un accanimento mediatico a dir poco ‘indecente’. Accanimento che, al di là di ogni elementare principio di rispetto del dolore altrui e di solidarietà umana, si è abbattutto sui poveri genitori della ragazza e che – a mio avviso – evidenzia in maniera eclatante il grado di decadimento civile, morale e culturale del nostro Paese. Una vicenda su cui l’opinione pubblica – almeno quella espressa dai social network – non sembra che si sia espressa o indignata oltremodo. Dove ci si sarebbe dovuti indignare davvero ciò non è purtroppo accaduto…
Il caso è noto: una famiglia (con il consenso della giovane protagonista) decide, anche sulla base di recenti simili esperienze nel proprio cerchio di amicizie, di non sottoporre la propria amata alle sofferenze provocate da un trattamento chemioterapico a seguito di una brutta leucemia. L’approccio a cui la famiglia pare si sia rivolta è alternativo a quello imposto dalla medicina tradizionale, un metodo (alcuni giornali hanno parlato di quello del Dr. Hamer) che parte anzitutto dalla consapevolezza che il tumore sia la conseguenza di un trauma psicologico che ha alterato alcuni processi cellulari. Al tempo della diagnosi la ragazza era minorenne e, di fatto, i genitori erano i soli a poter decidere (da un punto di vista legale) per lei. Quelle due anime, che avevano peraltro già perso un altro figlio solo tre anni fa, hanno dovuto lottare (insieme alla povera Eleonora) contro un sistema sociale che voleva imporgli il trattamento obbligatorio, che ha tentato di togliergli la patria potestà al fine di incidere su quelle scelte, che li ha pubblicamente definiti  ‘assassini’ dopo la morte della figlia amata, figlia alla quale hanno tentato – secondo una propria e dignitosa visione del mondo  – di alleviare ogni sofferenza, come da precisa volontà anche della ragazza. Ecco qualcosa su cui indignarsi! Indignamoci contro chi pretende di imporre un’unica – e per alcuni ‘nociva’ – visione del mondo, un unico metodo di intendere la medicina e la cura del proprio corpo, per chi vorrebbe imporre l’etica della genitorialità uniformandola a un unico volere collettivo (spesso invocandolo e urlandolo mediaticamente), indignamoci per chi crede che la scienza (quella ufficiale poi) sia l’unico incontrastato baluardo di verità e di affidabilità, per chi aderendo a un sistema sociale immutabile si erge a difesa dello status quo in maniera coercitiva; indignamoci contro quei mezzi di manipolazione delle coscienze e delle emozioni, il mainstream mediatico senza eccezione alcuna in questo caso, che pretende di decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia vero e cosa non lo sia, non semplicemente riportando un fatto o una notizia come dovrebbe essere in un paese civile, ma esprimendo giudizi di valore precisi, che sono vere e proprie sentenze, condanne sommarie a una pubblica ‘esecuzione’ in piazza.

Ecco un esempio di occasione persa per indignarsi davvero! Certo, continuate a lementarvi della politica, lamentatevi della pubblicità che offende i vostri sentimenti in tema di fertilità, o del senso dissacratorio di una vignetta quando mette a nudo le responsabilità reali di una tragedia come quella del terremoto. Però poi non lamentatevi quando qualcuno vi dirà, costringendovi, cosa potrete o cosa non potrete più fare della vostra vita.

di Dafni Ruscetta

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