Indignazione come sport nazionale

Risultati immagini per immagini indignazionedi Dafni Ruscetta

Ormai non c’è giorno in cui non ci si indigni per qualcosa nel nostro Paese. Il mainstream mediatico ha imparato a calvalcare i mood dei social network che, rappresentando un media generalista e aperto a tutti, fungono sempre più da punto di riferimento dell’opinione pubblica amplificandone le tendenze, le emozioni e le reazioni. Ho però l’impressione che spesso si tenda a rincorrere l’elemento più deleterio di alcuni social,  che si privilegi l’aspetto emotivo (di pancia) all’analisi razionale, che il più delle volte si perda il senso critico (o, più semplicemente, il buon senso) delle cose. Così ci si indigna ormai di tutto, talvolta più per emulazione sociale che per conseguenza di una reale presa di coscienza. E mi capita sempre più spesso, nell’intimo delle riflessioni personali a cui dedico sempre una parte consistente del mio tempo prima di ogni giudizio etico e morale, di non trovare gli stessi argomenti e motivazioni per indignarmi con le maggioranze che si formano ogni volta. La cosa peggiore in questi casi è che, quando poi esprimi una posizione e una indignazione diversa da quella maggioritaria, rischi una ‘lapidazione’ pubblica (nemmeno molto dissimile dai roghi dell’Inquisizione quando si dissertava sulla forma del nostro pianeta) sui social network, per aver espresso un’opinione divergente e ‘deviante’. Ebbene, il meccanismo che sta alla base di una simile dinamica è proprio lo stesso che veniva applicato nella pubblica gogna di medievale memoria: l’ignoranza. Meccanismo, l ‘ignoranza, che fa agire di pancia, che fa leva sulle emozioni più basse dell’animo umano (più che di animo dovremmo forse parlare di ‘animalità’) e che, in alcune fasi storiche particolarmente turbolente e delicate per via delle condizioni materiali di vita delle persone, viene utilizzato scientemente per attirare a sé la forza delle masse, al fine di dirigere i propri disegni di potere.
Alcuni esempi? Meglio non parlare della campagna pubblicitaria sul ‘Fertility Day’ (su cui avrei molto da dire…), o della vignetta di Charlie Hebdo, che mi garantirebbero un posto in prima fila in una moderna piazza Campo dei Fiori. L’esempio di cui voglio parlare è piuttosto quello della giovane e sfortunata Eleonora Bottaro, la ragazza padovana di 18 anni scomparsa pochi giorni fa per leucemia e su cui vi è stato un accanimento mediatico a dir poco ‘indecente’. Accanimento che, al di là di ogni elementare principio di rispetto del dolore altrui e di solidarietà umana, si è abbattutto sui poveri genitori della ragazza e che – a mio avviso – evidenzia in maniera eclatante il grado di decadimento civile, morale e culturale del nostro Paese. Una vicenda su cui l’opinione pubblica – almeno quella espressa dai social network – non sembra che si sia espressa o indignata oltremodo. Dove ci si sarebbe dovuti indignare davvero ciò non è purtroppo accaduto…
Il caso è noto: una famiglia (con il consenso della giovane protagonista) decide, anche sulla base di recenti simili esperienze nel proprio cerchio di amicizie, di non sottoporre la propria amata alle sofferenze provocate da un trattamento chemioterapico a seguito di una brutta leucemia. L’approccio a cui la famiglia pare si sia rivolta è alternativo a quello imposto dalla medicina tradizionale, un metodo (alcuni giornali hanno parlato di quello del Dr. Hamer) che parte anzitutto dalla consapevolezza che il tumore sia la conseguenza di un trauma psicologico che ha alterato alcuni processi cellulari. Al tempo della diagnosi la ragazza era minorenne e, di fatto, i genitori erano i soli a poter decidere (da un punto di vista legale) per lei. Quelle due anime, che avevano peraltro già perso un altro figlio solo tre anni fa, hanno dovuto lottare (insieme alla povera Eleonora) contro un sistema sociale che voleva imporgli il trattamento obbligatorio, che ha tentato di togliergli la patria potestà al fine di incidere su quelle scelte, che li ha pubblicamente definiti  ‘assassini’ dopo la morte della figlia amata, figlia alla quale hanno tentato – secondo una propria e dignitosa visione del mondo  – di alleviare ogni sofferenza, come da precisa volontà anche della ragazza. Ecco qualcosa su cui indignarsi! Indignamoci contro chi pretende di imporre un’unica – e per alcuni ‘nociva’ – visione del mondo, un unico metodo di intendere la medicina e la cura del proprio corpo, per chi vorrebbe imporre l’etica della genitorialità uniformandola a un unico volere collettivo (spesso invocandolo e urlandolo mediaticamente), indignamoci per chi crede che la scienza (quella ufficiale poi) sia l’unico incontrastato baluardo di verità e di affidabilità, per chi aderendo a un sistema sociale immutabile si erge a difesa dello status quo in maniera coercitiva; indignamoci contro quei mezzi di manipolazione delle coscienze e delle emozioni, il mainstream mediatico senza eccezione alcuna in questo caso, che pretende di decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia vero e cosa non lo sia, non semplicemente riportando un fatto o una notizia come dovrebbe essere in un paese civile, ma esprimendo giudizi di valore precisi, che sono vere e proprie sentenze, condanne sommarie a una pubblica ‘esecuzione’ in piazza.

Ecco un esempio di occasione persa per indignarsi davvero! Certo, continuate a lementarvi della politica, lamentatevi della pubblicità che offende i vostri sentimenti in tema di fertilità, o del senso dissacratorio di una vignetta quando mette a nudo le responsabilità reali di una tragedia come quella del terremoto. Però poi non lamentatevi quando qualcuno vi dirà, costringendovi, cosa potrete o cosa non potrete più fare della vostra vita.

di Dafni Ruscetta

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