Archives for novembre2016

Uno sguardo etnografico sul cambiamento in atto

Perché l’élite dominante non comprende le dinamiche sociali che stanno determinando questa recente, e per certi versi drammatica, ondata rivoluzionaria?
di Dafni Ruscetta.
La mia formazione antropologica mi porta a fare alcune considerazioni, a freddo, sugli sviluppi degli ultimi avvenimenti su scala mondiale. Anzitutto mi porta a riflettere sullo scarso interesse che l’establishment mondiale dominante – politica, business, accademia, banche, stampa, grandi gruppi industriali etc. – ha riposto nella comprensione di alcune dinamiche sociali che stanno determinando questa recente, e per certi versi drammatica, ondata rivoluzionaria.
Sarebbe un errore, inoltre, continuare a etichettare questa inversione di tendenza come semplice malcontento o sfiducia nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti appartenenti al ‘sistema’. C’è molto di più.
Donald Trump ha ‘travolto’ tutto e tutti. Semplicemente perché si è posto ‘contro’ gran parte di quel sistema, che a sua volta ha cercato di contrastarlo in vari i modi. Ha vinto – e avrebbe vinto in ogni caso – le elezioni americane a prescindere dalle innumerevoli gaffe o scorrettezze che hanno contraddistinto la sua campagna elettorale e il suo passato. Perché quello che è mancato davvero alla classe dirigente – e che continua a mancare per scarsa aderenza alla realtà – è uno sguardo etnografico sul cambiamento in corso.
I rappresentanti dell’attuale establishment (dai giornali all’economia, dalla finanza alla politica etc.) hanno preferito affidarsi ai guru del marketing politico ed elettorale piuttosto che a esperti in grado di decifrare le dinamiche culturali sottese alle attuali società moderne – perlopiù sociologi e antropologi – per interpretarne i drastici cambiamenti in atto (le tendenze, le paure, le aspettative, i nuovi media etc.).
Non intuendo a tempo – e ormai è già tardi per farlo – che il mondo stava cambiando profondamente, talmente a fondo che questo periodo storico sarà evocato negli anni a venire (nei prossimi decenni e finanche nei prossimi secoli) come una svolta epocale nella storia dell’umanità.
La colossale trasformazione che sta avvenendo all’interno della civiltà occidentale sarà verosimilmente ricordata, al pari di un evento quale la ‘Rivoluzione Francese’, come la riaffermazione naturale – sebbene mediata da nuovi gruppi di potere e da nuovi mezzi di comunicazione – del riconoscimento dei diritti inalienabili dei più deboli, degli ‘ultimi’, dei sofferenti. Non a caso Papa Francesco, una delle figure che maggiormente stanno contribuendo a questa nuova spinta etica e ‘ideologica’, non ha espresso alcuna valutazione personale sul nuovo presidente degli Stati Uniti, semmai rinviando un giudizio al suo futuro operato nei confronti dei poveri.
Il sistema di potere dominante da troppo tempo si è lasciato ‘fagocitare’ dalla propria autoreferenzialità, non essendo più capace di stare in mezzo alla gente, non ha saputo abbandonare – per assuefazione alla mondanità – i salotti del perbenismo, del benessere e della spartizione delle risorse tra pochi intimi. Non si è nemmeno posto il problema, come dicevo poc’anzi, di analizzare a fondo e di comprendere le tendenze culturali dominanti. Questo avrebbe consentito, ad esempio, di rendersi conto che le pulsioni interne alle società occidentali stavano ‘degenerando’ in nuove forme di protesta e di partecipazione che avrebbero, poco a poco, prima evidenziato le profonde fratture del sistema, successivamente sostituito quelle forme di potere, di accaparramento delle risorse con altre più inclusive o semplicemente di rottura. E ormai è tardi.

Certo, il tutto è stato favorito potenziato e amplificato dalla crisi economica, che storicamente crea confusione politica e fa perdere molti punti di riferimento. Ma la storia spesso si ripete a cicli, i grandi cambiamenti sociali e antropologici (e poi politici, economici etc.) avvengono in corrispondenza di grandi sofferenze, di paure, di scivolamenti verso il basso. E quando questi scivolamenti sono avvertiti dalla gran parte della popolazione, ma i suoi ‘sovrani’ sono impegnati nel beato ozio o nel dormiveglia di una costante celebrazione autoreferenziale, prima o poi lo smottamento travolge tutto, rigirando la terra e le sue sementi.

Pubblicato su Megachip, un estratto pubblicato anche su L’Unione Sarda (versione cartacea) del 16 novembre 2016.

Read More

Bob Dylan e Matteo Renzi, le nuove icone pop del ‘vaffa’

di Pierfranco Pellizzetti. Fonte: Il Fatto Quotidiano

Risultati immagini per bob dylan immaginiRenzi come Bob Dylan? Bizzarro accostamento con un filo di verità. Visto che entrambi i personaggi incarnano un bisogno di semplificazione tipico di questa epoca, che qualcuno inizia a chiamare della “post-verità”.

Ossia la stagione in cui occupano l’arena pubblica masse a cui è stato spiegato (in primo luogo dalle televisioni commerciali, poi dalla demagogia di una politica ridotta a set da reality) che i concetti complessi e la fatica per apprenderli sono un’inutile perdita di tempo. Anzi un esecrabile atto di superbia contro la sacralità del sentire mediocre fattosi tracotante. Affermazione indirizzata a vellicare le pigrizie di chi non ha tempo né voglia di oltrepassare lo spazio di apprendimento più impegnativo e ponderoso di un libretto “centopagine” (e scritte a grandi caratteri), muovendo lungo la filiera di leader politici che vanno per le spicce con le loro ironie sprezzanti; a uso e consumo di torme imbarbarite, eccitate dall’idea di gratificare la rozzezza mettendo allo spiedo chi avrebbe la presunzione di ribadire priorità anacronistiche tipo civiltà, cultura e perfino maniere: dal Bettino Craxi protervo contro gli “intellettuali dei miei stivali” ai “professoroni” dell’irridente ignoranza compiaciuta ostentata da Maria Elena Boschi.

Uno scivolamento verso il facile-gratificante-identitario che, all’insaputa di quanti lo identificano in una presunta opera di liberazione da orpelli e regole selettive, è promosso dagli interessi commerciali finalizzati alla massificazione delle grandi centrali che colonizzano il gusto. Dal momento in cui (come ci è stato spiegato da critici della falsificazione mercantile in atto; da Eric Hobsbawm a Roland Bartes e perfino dal nostro Luciano Gallino) si è capito che i grandi numeri nelle vendite si ottenevano banalizzando il prodotto, a uso e consumo di un mondo medio esentato dalle fatiche di dover evolvere verso stili di vita più raffinati; acquisendo e facendo proprie regole e opportunità che erano appannaggio di pochi.

La vera democrazia come inclusione, non la demagogia dell’abbassamento delle soglie d’entrata per facilitarne l’accesso. Quanto l’antico movimento operaio aveva capito benissimo creando scuole per l’alfabetizzazione proletaria e svolgendo azione pedagogica. Non la mercificazione dei grandi numeri: dalla divisa jeans all’insapore Big-Mac, alla musica promossa dall’industria discografica anglo-americana. Appunto.

In un blog di qualche tempo fa avevo avanzato riserve sulle credenziali poetiche del nuovo premio Nobel, il menestrello sessantottardo Bob Dylan, scatenando il furore degli accoliti fanatizzati del folk rock singer. Per questo sono andato a rileggermi i testi delle sue più acclamate composizioni – da Mr. Tambourine Man a Like a Rolling Stone – e francamente c’è un solo aggettivo per definirli: imbarazzanti.

Testi confusi e pretenziosi che divengono hit solo combinandosi in un insieme di suoni e voce dagli effetti suggestivi. Ma che ascendono a spirito del tempo attraverso l’imposizione di mode per un pubblico giovanile smarrito e alla ricerca di un’appartenenza con le stigmate dell’eccezionalità. Target nel frattempo invecchiato. Una sottomissione presunta come conquista; pari al dilagare di mode da trucidi di periferia, illusi di essere icone del gusto: tatuarsi la pelle o conficcarsi pezzi di metallo nelle cartilagini e nell’ombelico (o in altri punti ancora più intimi). Il nuovo conformismo giovanilistico.

Mentre fanno capolino retrostanti operazioni di conquista mistificatoria del consenso. Che si rafforzano spregiando le istituzioni che pretenderebbero di rinnovarsi integrandole: il vaffa di Dylan all’Accademia svedese dei Nobel; le presunte operazioni di marketing rottamatorio (e le reali mattanze sociali per inseguire l’apprezzamento del business) a opera del politico-pop Matteo Renzi.

di Pierfranco Pellizzetti. Fonte: Il Fatto Quotidiano

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

Read More

La povertà si combatte migliorando i servizi

Lo spiega la ricerca “Le trappole della povertà in Sardegna” [di Sardegna Solidale].

Commissionata da Sardegna Solidale e realizzata dalla Fondazione Zancan, la ricerca è stata condotta intervistando 52 famiglie povere che hanno raccontato quali aiuti sono più utili e quali invece assolutamente carenti. E i risultati dimostrano che la forma più gradita di sostegno è quella del microcredito, mentre ai contributi economici e ai beni materiali di prima necessità le famiglie hanno attribuito un livello di utilità più basso.

poverta-immigrazione-poveri-960x600Per combattere la povertà non servono più soldi ma migliori servizi. Perché la povertà raccontata dai poveri è ben diversa da quella immaginata dalle amministrazioni, che pure investono cifre poderose (in Sardegna la spesa pro capite è di 108 euro, a fronte dei 38 euro di media nazionale) per raccogliere però risultati parziali, se non insoddisfacenti. È il risultato della ricerca “Le trappole della povertà in Sardegna: soluzioni e strategie”, realizzata dalla Fondazione Zancan su commissione del Centro di Servizio per il Volontariato “Sardegna Solidale” e presentata ieri giovedì 11 novembre a Cagliari nel corso di un incontro svoltosi nell’Aula Magna della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna.

La ricerca si è basata su 52 interviste ad altrettante famiglie povere sarde, ed è stata integrata da due focus group a cui hanno partecipato esperti, volontari ed amministratori. Il risultato è un quadro inedito del fenomeno perché “anche in Sardegna si continuano a fare politiche contro la povertà senza sentire i maggiori esperti: cioè i poveri”, ha affermato Giampiero Farru, presidente di Sardegna Solidale.

La domanda di partenza è stata: quali sono i principali fattori legati alla condizione di povertà, soprattutto di lunga durata, delle famiglie? Ogni famiglia ha indicato in media tre criticità e la prima (richiamata con una percentuale del 95%) è stata l’assenza di un lavoro, seguita da problemi legati all’abitazione (65%) e alla salute (58%). “È evidente dunque che una semplice erogazione finanziaria non risolve assolutamente la gran parte dei problemi connessi alla povertà, che è un fenomeno generato da fattori concomitanti che dunque necessita di una molteplicità di azioni”, ha spiegato il direttore della Fondazione Zancan, Tiziano Vecchiato.

Con la seconda domanda è stato chiesto alle famiglie di indicare gli interventi, forniti da soggetti pubblici o privati, che li hanno aiutati maggiormente. Il 95% delle famiglie ha ottenuto contributi, il 69%  aiuti di prima necessità e il 29% assistenza abitativa. Servizi di orientamento e sostegno, agevolazioni sui servizi per bambini/ragazzi e assistenza domiciliare hanno riguardato rispettivamente il 27%,  23%, 13% delle famiglie.

A fornire questi aiuti sono stati nell’11,7% dei casi familiari o amici (e quasi due terzi di questi aiuti sono stati contributi a sostegno del reddito del nucleo), nel 33,1% enti privati (associazioni, organizzazioni di volontariato), e nel 55,2% enti pubblici di vario livello. In questo caso, circa tre quarti degli aiuti sono stati contributi economici diretti (erogazioni di sostegno al reddito, contributi per lavori socialmente utili, pensioni e indennità di invalidità) o indiretti (contributi per visite mediche e farmaci, per affitto o utenze).

Ma come le famiglie hanno valutato gli aiuti ricevuti? Su una scala da uno a cinque, il livello medio di utilità degli aiuti ricevuti è quasi 3,7. Ma non tutti gli interventi sono stati ritenuti ugualmente utili. Paradossalmente, ai contributi economici e ai beni materiali di prima necessità le famiglie hanno attribuito un livello di utilità più basso (tra 3,5 e 3,6), mentre al sostegno fornito in forma di prestiti agevolati è associato il massimo livello di utilità (punteggio medio 5,0), seguiti dai servizi di assistenza abitativa (4,7), orientamento/sostegno psicosociale e assistenza sociosanitaria (4,5), servizi di assistenza domiciliare (3,9) e accoglienza residenziale (3,6). “Se i servizi di microcredito sono i più apprezzati significa che le persone vogliono restituire le risorse ricevute”, ha spiegato Vecchiato, “segno che l’assistenzialismo non è ineluttabile ma è generato dalle politiche messe in campo”.

Per quanto riguarda invece gli aiuti non ricevuti, le famiglie hanno individuato 152 aiuti di cui avrebbero avuto bisogno (e l’85,5% delle famiglie ha citato almeno un aiuto mancato). Il 71% delle famiglie ha lamentato l’assenza di servizi per il lavoro, il 60 di contributi e il 20 di assistenza abitativa.

Ma non tutti gli aiuti “mancati” hanno pesato ugualmente sulle famiglie in difficoltà. Il livello massimo di gravità è stato associato alla mancanza di sostegno socio educativo (dopo-scuola per i figli), supporto psicologico o informativo, assistenza sanitaria, sociosanitaria e domiciliare, agevolazioni sul credito.

Di poco inferiore (4,9) è il livello medio di gravità attribuito al mancato sostegno per la frequenza di servizi educativi e percorsi scolastici dei figli (servizi di trasporto e mensa scolastica, borse di studio, agevolazioni per nidi). 4,7 è il livello medio di gravità associato alla mancanza di servizi di orientamento e intermediazione al lavoro. Minore è invece la gravità media attribuita al mancato ricevimento di contributi economici (4,5) e beni materiali di prima necessità (4,2).

Sotto questo aspetto, sono significative alcune voci raccolte nel corso della ricerca.

I servizi per l’impiego non ti rispondono … tutti vogliono persone con esperienza, ma se non ti fanno fare neppure un tirocinio … (Int. 21).

Mi sono rivolta a enti o associazioni solo quando mi sono trovata alle strette, e ho sempre chiesto il meno possibile … spesso mi sono trovata di fronte a persone che mi hanno umiliata … lo vedo anche in comune … come si permettono di etichettare, di non portare rispetto … non tutti son così, ma alcuni sì, e danno molto fastidio … non so, è una questione di approccio iniziale: gli aiuti ci sono, ma il modo con cui vengono fatte queste cose fa la differenza … (Int. 29).

Parlo solamente del problema di mio figlio, lo Stato cioè non esiste … la Asl diciamo non esiste … un colloquio faceva ogni due mesi perché c’era una neuropsichiatra che doveva seguire mille bambini … [I servizi per il figlio] non ci sono stati, assenti, irreperibili. [Quanto grave è stata la mancanza da uno a cinque?] Dieci si può scrivere? (Int. 37).

L’ultima parte dell’intervista alle famiglie ha cambiato prospettiva, secondo l’idea guida del welfare generativo per cui la lotta alla povertà non può prescindere dall’idea che “non posso aiutarti senza di te”. Il 73% delle famiglie ha così affermato di essere pronta a mettere a disposizione della comunità (vicini di casa, associazioni di volontariato, parrocchia ecc.) le proprie risorse o capacità. “In questo ambito il volontariato può fare molto”, ha spiegato Vecchiato, “facendo incontrare offerta e domanda”, tenuto conto che le famiglie hanno espresso un giudizio positivo sull’importanza del ruolo delle associazioni di volontariato nel sostenere le famiglie povere, attribuendo un punteggio medio pari a 4,1.

Fonte: sardegnasoprattutto.com

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

Read More

I sondaggi come ‘colpo di coda’ del potere

di Pino Cabras, dalla sua pagina Facebook

Risultati immagini per immagini sondaggiSe ci si abitua alle sciocchezze ripetute come un mantra si diventa strutturalmente stupidi. Prendete la discussione sui “sondaggi sbagliati”, ossia sui risultati “che hanno smentito mesi di sondaggi univoci”. Il problema, posto così, è fuorviante, e se si accetta questa impostazione, ecco davvero che si vibra al suono della stupidità.
La domanda vera è invece: “a cosa servono davvero questi sondaggi?” Semplice. Servono alla stessa élite che possiede i candidati e i grandi media. Candidati, media e sondaggisti agiscono talmente di concerto che costituiscono uno sterminato ministero orwelliano mascherato da pluralismo. I sondaggi oggi sono una sorta di profezia artificiale che aspira ad autoadempiersi in base a strategie manipolatorie di massa. Vorrei ricordare che Wikileaks ha scoperto i media con il sorcio in bocca: decine di giornalisti delle più “prestigiose” testate adeguavano ogni loro mossa ai voleri della candidata Hillary Clinton. L’intera galassia dei grandi media ha sbagliato previsioni perché non raccontava la realtà, nascondeva gli scandali di una candidata immersa in un oceano di corruzione, malaffare, tangenti milionarie e legami con despoti sanguinari. Il sistema voleva influenzare quella realtà e intossicarla con sondaggi totalmente falsificati che sperava di trasformare in fatti. Non ha funzionato abbastanza, evidentemente.
La bolla mediatica occidentale è passata dal terreno della semplice inattendibilità in malafede al terreno della follia, dove l’inganno confina insanamente con l’autoinganno.

Read More