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Uno sguardo etnografico sul cambiamento in atto

Perché l’élite dominante non comprende le dinamiche sociali che stanno determinando questa recente, e per certi versi drammatica, ondata rivoluzionaria?
di Dafni Ruscetta.
La mia formazione antropologica mi porta a fare alcune considerazioni, a freddo, sugli sviluppi degli ultimi avvenimenti su scala mondiale. Anzitutto mi porta a riflettere sullo scarso interesse che l’establishment mondiale dominante – politica, business, accademia, banche, stampa, grandi gruppi industriali etc. – ha riposto nella comprensione di alcune dinamiche sociali che stanno determinando questa recente, e per certi versi drammatica, ondata rivoluzionaria.
Sarebbe un errore, inoltre, continuare a etichettare questa inversione di tendenza come semplice malcontento o sfiducia nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti appartenenti al ‘sistema’. C’è molto di più.
Donald Trump ha ‘travolto’ tutto e tutti. Semplicemente perché si è posto ‘contro’ gran parte di quel sistema, che a sua volta ha cercato di contrastarlo in vari i modi. Ha vinto – e avrebbe vinto in ogni caso – le elezioni americane a prescindere dalle innumerevoli gaffe o scorrettezze che hanno contraddistinto la sua campagna elettorale e il suo passato. Perché quello che è mancato davvero alla classe dirigente – e che continua a mancare per scarsa aderenza alla realtà – è uno sguardo etnografico sul cambiamento in corso.
I rappresentanti dell’attuale establishment (dai giornali all’economia, dalla finanza alla politica etc.) hanno preferito affidarsi ai guru del marketing politico ed elettorale piuttosto che a esperti in grado di decifrare le dinamiche culturali sottese alle attuali società moderne – perlopiù sociologi e antropologi – per interpretarne i drastici cambiamenti in atto (le tendenze, le paure, le aspettative, i nuovi media etc.).
Non intuendo a tempo – e ormai è già tardi per farlo – che il mondo stava cambiando profondamente, talmente a fondo che questo periodo storico sarà evocato negli anni a venire (nei prossimi decenni e finanche nei prossimi secoli) come una svolta epocale nella storia dell’umanità.
La colossale trasformazione che sta avvenendo all’interno della civiltà occidentale sarà verosimilmente ricordata, al pari di un evento quale la ‘Rivoluzione Francese’, come la riaffermazione naturale – sebbene mediata da nuovi gruppi di potere e da nuovi mezzi di comunicazione – del riconoscimento dei diritti inalienabili dei più deboli, degli ‘ultimi’, dei sofferenti. Non a caso Papa Francesco, una delle figure che maggiormente stanno contribuendo a questa nuova spinta etica e ‘ideologica’, non ha espresso alcuna valutazione personale sul nuovo presidente degli Stati Uniti, semmai rinviando un giudizio al suo futuro operato nei confronti dei poveri.
Il sistema di potere dominante da troppo tempo si è lasciato ‘fagocitare’ dalla propria autoreferenzialità, non essendo più capace di stare in mezzo alla gente, non ha saputo abbandonare – per assuefazione alla mondanità – i salotti del perbenismo, del benessere e della spartizione delle risorse tra pochi intimi. Non si è nemmeno posto il problema, come dicevo poc’anzi, di analizzare a fondo e di comprendere le tendenze culturali dominanti. Questo avrebbe consentito, ad esempio, di rendersi conto che le pulsioni interne alle società occidentali stavano ‘degenerando’ in nuove forme di protesta e di partecipazione che avrebbero, poco a poco, prima evidenziato le profonde fratture del sistema, successivamente sostituito quelle forme di potere, di accaparramento delle risorse con altre più inclusive o semplicemente di rottura. E ormai è tardi.

Certo, il tutto è stato favorito potenziato e amplificato dalla crisi economica, che storicamente crea confusione politica e fa perdere molti punti di riferimento. Ma la storia spesso si ripete a cicli, i grandi cambiamenti sociali e antropologici (e poi politici, economici etc.) avvengono in corrispondenza di grandi sofferenze, di paure, di scivolamenti verso il basso. E quando questi scivolamenti sono avvertiti dalla gran parte della popolazione, ma i suoi ‘sovrani’ sono impegnati nel beato ozio o nel dormiveglia di una costante celebrazione autoreferenziale, prima o poi lo smottamento travolge tutto, rigirando la terra e le sue sementi.

Pubblicato su Megachip, un estratto pubblicato anche su L’Unione Sarda (versione cartacea) del 16 novembre 2016.

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Bob Dylan e Matteo Renzi, le nuove icone pop del ‘vaffa’

di Pierfranco Pellizzetti. Fonte: Il Fatto Quotidiano

Risultati immagini per bob dylan immaginiRenzi come Bob Dylan? Bizzarro accostamento con un filo di verità. Visto che entrambi i personaggi incarnano un bisogno di semplificazione tipico di questa epoca, che qualcuno inizia a chiamare della “post-verità”.

Ossia la stagione in cui occupano l’arena pubblica masse a cui è stato spiegato (in primo luogo dalle televisioni commerciali, poi dalla demagogia di una politica ridotta a set da reality) che i concetti complessi e la fatica per apprenderli sono un’inutile perdita di tempo. Anzi un esecrabile atto di superbia contro la sacralità del sentire mediocre fattosi tracotante. Affermazione indirizzata a vellicare le pigrizie di chi non ha tempo né voglia di oltrepassare lo spazio di apprendimento più impegnativo e ponderoso di un libretto “centopagine” (e scritte a grandi caratteri), muovendo lungo la filiera di leader politici che vanno per le spicce con le loro ironie sprezzanti; a uso e consumo di torme imbarbarite, eccitate dall’idea di gratificare la rozzezza mettendo allo spiedo chi avrebbe la presunzione di ribadire priorità anacronistiche tipo civiltà, cultura e perfino maniere: dal Bettino Craxi protervo contro gli “intellettuali dei miei stivali” ai “professoroni” dell’irridente ignoranza compiaciuta ostentata da Maria Elena Boschi.

Uno scivolamento verso il facile-gratificante-identitario che, all’insaputa di quanti lo identificano in una presunta opera di liberazione da orpelli e regole selettive, è promosso dagli interessi commerciali finalizzati alla massificazione delle grandi centrali che colonizzano il gusto. Dal momento in cui (come ci è stato spiegato da critici della falsificazione mercantile in atto; da Eric Hobsbawm a Roland Bartes e perfino dal nostro Luciano Gallino) si è capito che i grandi numeri nelle vendite si ottenevano banalizzando il prodotto, a uso e consumo di un mondo medio esentato dalle fatiche di dover evolvere verso stili di vita più raffinati; acquisendo e facendo proprie regole e opportunità che erano appannaggio di pochi.

La vera democrazia come inclusione, non la demagogia dell’abbassamento delle soglie d’entrata per facilitarne l’accesso. Quanto l’antico movimento operaio aveva capito benissimo creando scuole per l’alfabetizzazione proletaria e svolgendo azione pedagogica. Non la mercificazione dei grandi numeri: dalla divisa jeans all’insapore Big-Mac, alla musica promossa dall’industria discografica anglo-americana. Appunto.

In un blog di qualche tempo fa avevo avanzato riserve sulle credenziali poetiche del nuovo premio Nobel, il menestrello sessantottardo Bob Dylan, scatenando il furore degli accoliti fanatizzati del folk rock singer. Per questo sono andato a rileggermi i testi delle sue più acclamate composizioni – da Mr. Tambourine Man a Like a Rolling Stone – e francamente c’è un solo aggettivo per definirli: imbarazzanti.

Testi confusi e pretenziosi che divengono hit solo combinandosi in un insieme di suoni e voce dagli effetti suggestivi. Ma che ascendono a spirito del tempo attraverso l’imposizione di mode per un pubblico giovanile smarrito e alla ricerca di un’appartenenza con le stigmate dell’eccezionalità. Target nel frattempo invecchiato. Una sottomissione presunta come conquista; pari al dilagare di mode da trucidi di periferia, illusi di essere icone del gusto: tatuarsi la pelle o conficcarsi pezzi di metallo nelle cartilagini e nell’ombelico (o in altri punti ancora più intimi). Il nuovo conformismo giovanilistico.

Mentre fanno capolino retrostanti operazioni di conquista mistificatoria del consenso. Che si rafforzano spregiando le istituzioni che pretenderebbero di rinnovarsi integrandole: il vaffa di Dylan all’Accademia svedese dei Nobel; le presunte operazioni di marketing rottamatorio (e le reali mattanze sociali per inseguire l’apprezzamento del business) a opera del politico-pop Matteo Renzi.

di Pierfranco Pellizzetti. Fonte: Il Fatto Quotidiano

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

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La povertà si combatte migliorando i servizi

Lo spiega la ricerca “Le trappole della povertà in Sardegna” [di Sardegna Solidale].

Commissionata da Sardegna Solidale e realizzata dalla Fondazione Zancan, la ricerca è stata condotta intervistando 52 famiglie povere che hanno raccontato quali aiuti sono più utili e quali invece assolutamente carenti. E i risultati dimostrano che la forma più gradita di sostegno è quella del microcredito, mentre ai contributi economici e ai beni materiali di prima necessità le famiglie hanno attribuito un livello di utilità più basso.

poverta-immigrazione-poveri-960x600Per combattere la povertà non servono più soldi ma migliori servizi. Perché la povertà raccontata dai poveri è ben diversa da quella immaginata dalle amministrazioni, che pure investono cifre poderose (in Sardegna la spesa pro capite è di 108 euro, a fronte dei 38 euro di media nazionale) per raccogliere però risultati parziali, se non insoddisfacenti. È il risultato della ricerca “Le trappole della povertà in Sardegna: soluzioni e strategie”, realizzata dalla Fondazione Zancan su commissione del Centro di Servizio per il Volontariato “Sardegna Solidale” e presentata ieri giovedì 11 novembre a Cagliari nel corso di un incontro svoltosi nell’Aula Magna della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna.

La ricerca si è basata su 52 interviste ad altrettante famiglie povere sarde, ed è stata integrata da due focus group a cui hanno partecipato esperti, volontari ed amministratori. Il risultato è un quadro inedito del fenomeno perché “anche in Sardegna si continuano a fare politiche contro la povertà senza sentire i maggiori esperti: cioè i poveri”, ha affermato Giampiero Farru, presidente di Sardegna Solidale.

La domanda di partenza è stata: quali sono i principali fattori legati alla condizione di povertà, soprattutto di lunga durata, delle famiglie? Ogni famiglia ha indicato in media tre criticità e la prima (richiamata con una percentuale del 95%) è stata l’assenza di un lavoro, seguita da problemi legati all’abitazione (65%) e alla salute (58%). “È evidente dunque che una semplice erogazione finanziaria non risolve assolutamente la gran parte dei problemi connessi alla povertà, che è un fenomeno generato da fattori concomitanti che dunque necessita di una molteplicità di azioni”, ha spiegato il direttore della Fondazione Zancan, Tiziano Vecchiato.

Con la seconda domanda è stato chiesto alle famiglie di indicare gli interventi, forniti da soggetti pubblici o privati, che li hanno aiutati maggiormente. Il 95% delle famiglie ha ottenuto contributi, il 69%  aiuti di prima necessità e il 29% assistenza abitativa. Servizi di orientamento e sostegno, agevolazioni sui servizi per bambini/ragazzi e assistenza domiciliare hanno riguardato rispettivamente il 27%,  23%, 13% delle famiglie.

A fornire questi aiuti sono stati nell’11,7% dei casi familiari o amici (e quasi due terzi di questi aiuti sono stati contributi a sostegno del reddito del nucleo), nel 33,1% enti privati (associazioni, organizzazioni di volontariato), e nel 55,2% enti pubblici di vario livello. In questo caso, circa tre quarti degli aiuti sono stati contributi economici diretti (erogazioni di sostegno al reddito, contributi per lavori socialmente utili, pensioni e indennità di invalidità) o indiretti (contributi per visite mediche e farmaci, per affitto o utenze).

Ma come le famiglie hanno valutato gli aiuti ricevuti? Su una scala da uno a cinque, il livello medio di utilità degli aiuti ricevuti è quasi 3,7. Ma non tutti gli interventi sono stati ritenuti ugualmente utili. Paradossalmente, ai contributi economici e ai beni materiali di prima necessità le famiglie hanno attribuito un livello di utilità più basso (tra 3,5 e 3,6), mentre al sostegno fornito in forma di prestiti agevolati è associato il massimo livello di utilità (punteggio medio 5,0), seguiti dai servizi di assistenza abitativa (4,7), orientamento/sostegno psicosociale e assistenza sociosanitaria (4,5), servizi di assistenza domiciliare (3,9) e accoglienza residenziale (3,6). “Se i servizi di microcredito sono i più apprezzati significa che le persone vogliono restituire le risorse ricevute”, ha spiegato Vecchiato, “segno che l’assistenzialismo non è ineluttabile ma è generato dalle politiche messe in campo”.

Per quanto riguarda invece gli aiuti non ricevuti, le famiglie hanno individuato 152 aiuti di cui avrebbero avuto bisogno (e l’85,5% delle famiglie ha citato almeno un aiuto mancato). Il 71% delle famiglie ha lamentato l’assenza di servizi per il lavoro, il 60 di contributi e il 20 di assistenza abitativa.

Ma non tutti gli aiuti “mancati” hanno pesato ugualmente sulle famiglie in difficoltà. Il livello massimo di gravità è stato associato alla mancanza di sostegno socio educativo (dopo-scuola per i figli), supporto psicologico o informativo, assistenza sanitaria, sociosanitaria e domiciliare, agevolazioni sul credito.

Di poco inferiore (4,9) è il livello medio di gravità attribuito al mancato sostegno per la frequenza di servizi educativi e percorsi scolastici dei figli (servizi di trasporto e mensa scolastica, borse di studio, agevolazioni per nidi). 4,7 è il livello medio di gravità associato alla mancanza di servizi di orientamento e intermediazione al lavoro. Minore è invece la gravità media attribuita al mancato ricevimento di contributi economici (4,5) e beni materiali di prima necessità (4,2).

Sotto questo aspetto, sono significative alcune voci raccolte nel corso della ricerca.

I servizi per l’impiego non ti rispondono … tutti vogliono persone con esperienza, ma se non ti fanno fare neppure un tirocinio … (Int. 21).

Mi sono rivolta a enti o associazioni solo quando mi sono trovata alle strette, e ho sempre chiesto il meno possibile … spesso mi sono trovata di fronte a persone che mi hanno umiliata … lo vedo anche in comune … come si permettono di etichettare, di non portare rispetto … non tutti son così, ma alcuni sì, e danno molto fastidio … non so, è una questione di approccio iniziale: gli aiuti ci sono, ma il modo con cui vengono fatte queste cose fa la differenza … (Int. 29).

Parlo solamente del problema di mio figlio, lo Stato cioè non esiste … la Asl diciamo non esiste … un colloquio faceva ogni due mesi perché c’era una neuropsichiatra che doveva seguire mille bambini … [I servizi per il figlio] non ci sono stati, assenti, irreperibili. [Quanto grave è stata la mancanza da uno a cinque?] Dieci si può scrivere? (Int. 37).

L’ultima parte dell’intervista alle famiglie ha cambiato prospettiva, secondo l’idea guida del welfare generativo per cui la lotta alla povertà non può prescindere dall’idea che “non posso aiutarti senza di te”. Il 73% delle famiglie ha così affermato di essere pronta a mettere a disposizione della comunità (vicini di casa, associazioni di volontariato, parrocchia ecc.) le proprie risorse o capacità. “In questo ambito il volontariato può fare molto”, ha spiegato Vecchiato, “facendo incontrare offerta e domanda”, tenuto conto che le famiglie hanno espresso un giudizio positivo sull’importanza del ruolo delle associazioni di volontariato nel sostenere le famiglie povere, attribuendo un punteggio medio pari a 4,1.

Fonte: sardegnasoprattutto.com

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I sondaggi come ‘colpo di coda’ del potere

di Pino Cabras, dalla sua pagina Facebook

Risultati immagini per immagini sondaggiSe ci si abitua alle sciocchezze ripetute come un mantra si diventa strutturalmente stupidi. Prendete la discussione sui “sondaggi sbagliati”, ossia sui risultati “che hanno smentito mesi di sondaggi univoci”. Il problema, posto così, è fuorviante, e se si accetta questa impostazione, ecco davvero che si vibra al suono della stupidità.
La domanda vera è invece: “a cosa servono davvero questi sondaggi?” Semplice. Servono alla stessa élite che possiede i candidati e i grandi media. Candidati, media e sondaggisti agiscono talmente di concerto che costituiscono uno sterminato ministero orwelliano mascherato da pluralismo. I sondaggi oggi sono una sorta di profezia artificiale che aspira ad autoadempiersi in base a strategie manipolatorie di massa. Vorrei ricordare che Wikileaks ha scoperto i media con il sorcio in bocca: decine di giornalisti delle più “prestigiose” testate adeguavano ogni loro mossa ai voleri della candidata Hillary Clinton. L’intera galassia dei grandi media ha sbagliato previsioni perché non raccontava la realtà, nascondeva gli scandali di una candidata immersa in un oceano di corruzione, malaffare, tangenti milionarie e legami con despoti sanguinari. Il sistema voleva influenzare quella realtà e intossicarla con sondaggi totalmente falsificati che sperava di trasformare in fatti. Non ha funzionato abbastanza, evidentemente.
La bolla mediatica occidentale è passata dal terreno della semplice inattendibilità in malafede al terreno della follia, dove l’inganno confina insanamente con l’autoinganno.

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Seminare un mondo nuovo

I cambiamenti raccontati nel quaderno “Seminare un mondo nuovo” (43 testi) provano a ripensare l’arte di apprendere per salvare la Terra e per creare mondi nuovi. Si tratta, in primo luogo, di seminare e coltivare speranza

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Il logo dell’incontro nazionale 2016 della Rete di Cooperazione Educativa è anche nella copertina del quaderno Seminare un mondo nuovo. L’autore è Silvio Boselli, che ringraziamo.

“Contro l’aspettare è d’aiuto lo sperare. Ma non ci si deve solo nutrire di speranza, bisogna anche trovare in essa qualcosa da cucinare”

(Ernst Bloch, Il principio speranza)

Chi ha ancora la fortuna di poter passeggiare in campagna, avrà probabilmente avuto modo di osservare la triste progressione dei campi abbandonati. Gran parte di quelli che non lo sono, mostra comunque una sola varietà di piante, coltivata in modo assai intensivo. L’uso della chimica, con pesticidi e fertilizzanti, è opprimente. Si suppone che sia il solo mezzo per favorire la crescita e sterminare, o almeno ridurre, le “erbacce” infestanti. La conseguente aggressione alla naturale struttura del terreno e alla capacità delle stesse piante di nutrirlo, sembra un “effetto collaterale”.

Quando la terra è impoverita, poi, ricomincia il circolo vizioso. Per rigenerarla non resta che affidarsi a un concime ad azione rapida. La filosofia alla base dell’orto sinergico prevede invece che siano le piante stesse a fertilizzare il terreno, grazie ai residui organici, agli insetti, ai funghi e soprattutto ai lombrichi che un sano ecosistema attira. Per questo non serve arare né zappare e non servono concimi. Basta seminare insieme almeno tre specie differenti di piante: una leguminosa, per fissare l’azoto atmosferico nel suolo, una liliacea (aglio, cipolla, porro…) per tener lontani i batteri sgraditi e una verdura al centro.

Copertina Seminare un mondo nuovo

Seminare un mondo nuovo è un quaderno ispirato alla filosofia dell’orto sinergico. Laddove il campo si nutre con le diverse specie di piante e della cooperazione con gli organismi presenti nel terreno, il quaderno raccoglie diverse varietà di sguardi sul mondo, percorsi differenti realizzati da comunità in territori lontani tra loro, modi poco omogenei di pensare e diffondere trame di apprendimento (Illich).

Un insieme di testi che si propone con una qualche ricchezza (43 articoli) e una parzialità consapevole che scarta sintesi e disegni unificanti. L’intento è proprio di favorire l’auto-fertilità e una cooperazione spontanea tra punti di vista potenzialmente in grado di far germogliare, a poco a poco, il racconto di un mondo che ne contiene molti altri.

Nell’articolo che chiude la sezione Pensare, ad esempio, Raúl Zibechi racconta una straordinaria scuoletta nata sulle montagne del Sud-est messicano, tra le comunità indigene zapatiste, che ha messo in discussione sul serio i modelli intellettuali dell’accademia, con los de arriba (quelli che stanno in alto) e los de abajo (quelli in basso) congelati e stratificati al proprio posto. La escuelita non ha aule né lavagne, non ha maestri né esercitazioni, non ha curricula né voti, “il vero insegnamento comincia con la creazione di un clima di fratellanza tra una pluralità di soggetti prima che con la divisione tra un educatore, con potere e sapere, e gli allievi ignoranti ai quali si devono inculcare le conoscenze”. È una scuoletta che semina libertà.

Questo quaderno, frutto della collaborazione tra Comune e Rete di Cooperazione Educativa (alla Rce aderiscono insegnanti, educatori, ricercatori, genitori), nasce invece, più modestamente, per seminare “auto-fertilità”, cooperazione tra diversi, fratellanza/sorellanza. Gli articoli raccolti cercano di ripensare il cosa e soprattutto il come apprendere, ma anche il come costruire mondi nuovi. Si legge camminando intorno al tema della Terra. Non a caso il titolo dell’incontro 2016 di Rce, il 22 e 23 ottobre a Negrar, in Veneto, è La Terra dell’educazione. Seminare il futuro. Ha scritto Vandana Shiva:

“Il caos climatico, la brutale ineguaglianza e la disintegrazione sociale stanno spingendo le comunità umane verso l’abisso. Possiamo permettere che il processo di distruzione, di disintegrazione e di sterminio continui indisturbato o possiamo risvegliare le nostre energie creative e reclamare il nostro futuro come specie e come parti della famiglia della Terra” (Ritorno alla Terra).

Nella prima sezione, Pensare, oltre alla scuoletta della libertà (Raúl Zibechi) e ai nuovi “semenzai” per ripensare il mondo (Gustavo Esteva), si ragiona della gioia di educare con un articolo (Antonio Vigilante) dedicato al maestro Gianfranco Zavalloni, di beni comuni creati e difesi dagli assalti del mercato e degli Stati (Silvia Federici, George Caffentzis), di nuovi immaginari da coltivare (Serge Latouche).

Gridare mette insieme, invece, alcuni ambiti in cui sono più evidenti i mali che affliggono la Terra (cambiamenti climatici, stili di vita occidentali, etc.) e le responsabilità di chi li produce (interventi di Guido Viale, Giorgio Nebbia, Silvia Ribeiro, Alberto Castagnola, Gustavo Duch, Michael Zezima, Maria Rita D’Orsogna).

Fare, infine, è la sezione che raccoglie più articoli. Qui si parla di merende con pane e olio (Maria De Biase), di giardinieri sovversivi (Gianluca Carmosino), di maestri del bosco (Paolo Mai) e di asini maestri (Marco Boschini), di mense da autogestire (Sabina Calgero) e di mense senza sprechi (Giampiero Monaca), di orti e lezioni all’aperto (Luciana Bertinato, Valentina Guastini, Alex Corlazzoli, Mariella Bussolati), di banche dei semi (Eva Polare, Daniela Di Bartolo), di scuole a due ruote (Anna Becchi), di campagna e di fumetti (Andrea Saroldi), ma anche di alberi (Marco Geronimi Stoll, Franco Arminio, Maria G. Di Rienzo). E ancora di montagne che tornano a vivere grazie a una scuola (Paolo Cacciari) e di scuole che tornano a vivere grazie a cibo e pentole (Federica Buglioni, Enza Migliaccio), degli insegnamenti della Terra (Monica Guerra, Margherita Frison) e di università della terra (Claudio Orrù, Irene Ragazzini), di gesti del pane (Rosaria Gasparro), ma c’è anche molto altro.

I cambiamenti raccontati nel quaderno provano dunque a ripensare l’arte di apprendere per salvare la Terra e per creare mondi nuovi, e mostrano che gli esiti di quei percorsi non si possono programmare e forse neanche produrre. Meno ancora, ovviamente, vengono proposti modelli da replicare. Si tratta di seminare, coltivare e “cucinare” (Bloch) speranza ogni giorno. Del resto, anche il maestro Mario Lodi, intorno all’esperienza del quale Rce è nata, nel libro C’è speranza se questo accade al Vho, ribalta l’idea di scuola tradizionale e disegna con nettezza e profondità una società diversa, senza dominio. In quel libro, tra l’altro, si legge:

“Ecco i principi alternativi a quelli della scuola autoritaria di classe: le attività motivate dall’interesse invece che dal voto, la collaborazione al posto della competizione, il ricupero invece della selezione, l’atteggiamento critico invece della ricezione passiva, la norma che nasce dal basso come esigenza comunitaria invece dell’imposizione della disciplina fondata sul timore”.

Molto chiaro, no?

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È possibile inviare il contributo proposto (1,5 euro) via paypal oppure con un bonifico (in questo secondo caso, appena lo avete effettuato scrivete ad amministrazione@comuneinfo.net). Grazie

Questo è l’iban:

Versamenti sul: c/c bancario dell’associazione Persone Comuni
IBAN IT58X0501803200000000164164; Banca Pop. Etica, Roma;
causale donazione “Seminare un mondo nuovo”

.

Fonte: comuni-info.net

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Non dobbiamo mica possedere tutto

Anche a Toronto ha aperto una “biblioteca delle cose” dove, proprio come in una casa comune dei libri, si può prendere in prestito tutto ciò che ci serve, magari due o tre volte l’anno, per poi restituirlo, senza aver bisogno necessariamente di comprarlo ed esserne proprietari esclusivi. E’ la cultura della condivisione che avanza, fa bene alle persone e al pianeta.

di Dominella Trunfio. Fonte: comune-info.net

biblioteca_delle_coseQualsiasi cosa voi cerchiate, qui la troverete. Apre a Toronto la prima Biblioteca delle cose, un luogo in cui si può prendere in prestito davvero di tutto. Nello Sharing Depot, ovvero deposito della condivisione, si possono trovare tutti quegli oggetti che non abbiamo mai in casa quando servono e che magari serviranno solo un paio di volte e poi verranno dimenticati in un cassetto.
Parliamo degli attrezzi da campeggio, gli strumenti da lavoro come martello, trapano, avvitatore e perfino giocattoli che una volta cresciuti i bambini, saranno depositati in cantina. Per esempio, quante volte in un anno verrà usato un tosaerba? Probabilmente due o tre, quindi prenderlo in prestito sarà sicuramente più conveniente che acquistarlo. La mission della Biblioteca delle cose, prima nel suo genere in Canada, è proprio quella di abbracciare l’economia circolare.
Funziona quindi, come una qualsiasi biblioteca in cui, facendo un abbonamento mensile o annuale, è possibile prendere in prestito tutto ciò che serve in maniera sporadica. Oltre a far bene alle tasche dei consumatori, il Depot è anche un’ottima soluzione allo spreco e all’accumulo e di conseguenza al riuso e al riciclo.
La cultura della condivisione, oltre a far bene al nostro Pianeta, aiuta anche sul piano personale perché va a minare quell’idea che dobbiamo possedere per forza tutto.

“La gente dovrebbe smettere di comprare cose che non sempre sono necessarie. I prodotti condivisi sono stati progettati per essere durevoli nel tempo. L’idea di un’economia circolare è il futuro del Pianeta”, dice il co-fondatore Ryan Dyment.

E speriamo che presto anche in Italia ce ne sia una!

Fonte: Greenme

di Dominella Trunfio. Fonte: comune-info.net

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Il modello Lampedusa da Obama

5«Mi auguro che ci sia la possibilità di parlare con Obama del fenomeno dell’emigrazione di popolazioni che vivono la fame e la guerra, che si possa parlare dell’accoglienza e del Mediterraneo perchè Lampedusa non è solo la porta d’Europa, ma un luogo emblematico del Mediterraneo».

Giusy Nicolini, sindaco di Lampedusa, una delle quattro donne «simbolo dell’eccellenza italiana» che accompagneranno il premier Matteo Renzi alla Casa Bianca per la cena con il presidente degli Stati Uniti, non rinuncerà a parlare di quello che le sta a cuore: il fenomeno dell’emigrazione.

Lo anticipa in un’intervista al Giornale di Sicilia dopo avere saputo che lunedì mattina partirà per Washington. «Il presidente del Consiglio – dice – mi aveva già fatto capire nelle scorse settimane che c’era questa possibilità. Poi ho ricevuto una chiamata e sono stata invitata a seguirlo alla Casa Bianca».

Oltre a Nicolini parteciperanno all’evento la campionessa paralimpica Bebe Vio, la direttrice del Cern Fabiola Giannotti e la curatrice del dipartimento di Architettura del Moma Paola Antonelli.

«È un riconoscimento all’impegno delle donne nei vari aspetti della vita – dice il sindaco di Lampedusa – È un grande regalo e avviene in un momento in cui la violenza sulle donne dilaga, un momento di grande emarginazione e difficoltà a raggiungere l’effettiva pari opportunità».

Articolo tratto da Il giornale di Sicilia.

Fonte: www.comunivirtuosi.org

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Comuni rinnovabili: gli esempi virtuosi in Italia

di Giulia Azzini. Fonte: Architettura Sostenibile

A Maggio è stato presentato a Roma il rapporto “Comuni rinnovabili 2016”, redatto da Legambiente e da ENEL al fine di fotografare la situazione delle energie rinnovabili nei comuni italiani. L’Italia è un paese che ha grandi potenzialità nello sviluppo della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in quanto possiede importanti risorse naturali come il sole del Sud e le biomasse delle regioni più boscose e settentrionali.

RINNOVABILI: LA SITUAZIONE ENERGETICA ITALIANA

 

Dal 2005 in dieci anni si è passati da un apporto delle rinnovabili ai consumi elettrici del 15% ad un 35,5% e ad un apporto sui consumi totali che è passato da poco più del 5% al 15%. È riscontrabile tuttavia un calo delle installazioni specialmente nel settore del solare fotovoltaico che vede, dopo la fine del conto energia, 930 MW installati nel 2015 a fronte degli oltre 13000 MW del biennio 2011-2012.

“Sono numerose le barriere e le tasse, infatti, che oggi impediscono investimenti che sarebbero a costo zero, e per questo occorre introdurre regole semplici e trasparenti per l’approvazione dei progetti, spingendo gli investimenti attraverso innovazioni nel mercato elettrico e negli incentivi, nelle reti energetiche”

ha dichiarato il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini.

Esempi di comuni virtuosi e buone pratiche

Sul sito www.comunirinnovabili.it è possibile trovare un elenco di buone pratiche ed esempi di comuni virtuosi nel panorama dell’utilizzo di fonti rinnovabili per il soddisfacimento del fabbisogno elettrico e non solo.

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Nel comune di Comune di San Bellino (RO) gli impianti solari fotovoltaici producono 71,3 MW,superando ampiamente i fabbisogni elettrici delle famiglie residenti.

Nel solare termico citiamo il comune di Seneghe (OR), con una diffusione di pannelli solari di quasi 2 mq per abitante distribuiti sia su edifici pubblici che privati.

Il premio “Comuni Rinnovabili 2016” è stato consegnato al comune di Val di Vizze (BZ) che ha raggiunto il 100% di produzione di energia da fonti rinnovabili. Il comune raggiunge tale traguardo mediante impianti mini idroelettrici e solari fotovoltaici sui tetti di edifici pubblici e privati. Esiste inoltre un impianto idroelettrico risalente al 1927, rinnovato tra il 1997 e il 1998, da 21,7 MW. La parte termica viene soddisfatta attraverso il teleriscaldamento, alimentato da un impianto a biomasse che contribuisce anche ai fabbisogni dei vicini comuni di Vipiteno e Racines. Un ulteriore contributo arriva da altri 2 impianti a biomasse, da 1 impianto a bioliquidi, connessi alla rete elettrica e termica e da alcuni impianti solari termici.

di Giulia Azzini. Fonte: Architettura Sostenibile

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Una moneta complementare per la Capitale

Il Comune di Roma, gravato da 13 miliardi debito e un miliardo di deficit corrente, rischia bancarotta e paralisi. Ma c’è un modo per rianimarlo [S. Sylos Labini]

di Stefano Sylos Labini. Fonte: Megachip
Premessa
Il Comune di Roma è sull’orlo della bancarotta mentre la situazione dei trasporti pubblici e dello smaltimento dei rifiuti è tragica. Servono risorse per fare grandi investimenti ma il Comune non può chiedere soldi sul mercato perché nessuno si comprerebbe obbligazioni di fronte ad un debito che si aggira intorno a 13 miliardi di euro e ad un deficit corrente di circa 1 miliardo di euro. In questo quadro, l’unica strada per avere risorse spendibili è quella di liberare euro dal bilancio del Comune attraverso l’emissione di titoli che potrebbero funzionare come una moneta complementare. Più precisamente, si potrebbe creare liquidità cartolarizzando entrate future come le tasse comunali o i proventi che potranno derivare dalla vendita di unità immobiliari del Comune.
Il Piano per Roma
1. Si potrebbero emettere titoli comunali (1) denominati in euro ma non convertibili in euro, senza interesse, che, dopo due anni dall’emissione, danno il diritto a:
a)   ottenere sconti fiscali su imposte/multe/ tariffe da versare al Comune e alle aziende come l’AMA (le entrate tributarie del Comune sono pari a circa 3 miliardi mentre le entrate totali si aggirano intorno a 6,3 miliardi di euro);
b)   acquisire unità immobiliari del Comune. In questa ipotesi una parte dei titoli viene garantita dal patrimonio immobiliare (fabbricati e terreni) che il Comune intende dismettere fornendo una valutazione relativa a un preciso elenco di immobili e di terreni. In questo modo viene assicurato il controvalore monetario dei titoli comunali, condizione essenziale affinché il titolo sia accettato come mezzo di pagamento al posto dell’euro, e c’è la certezza che i titoli siano utilizzati all’interno della zona di Roma perché solo chi paga le tasse a Roma e chi intende acquisire unità immobiliari nel Comune di Roma avrà l’interesse ad averli. La scadenza a due anni del titolo comunale permette di guadagnare tempo per fare investimenti e rilanciare l’economia senza aumentare il debito.
2. Con questi titoli il Comune può coprire una quota di spesa corrente compresa tra 0,5 e 1 miliardo di euro (la spesa corrente annuale del Comune è di circa 4,4 miliardi di euro) che viene effettuata nella zona di Roma per pagare servizi/appalti e reddito minimo/salari/stipendi e può creare una moneta complementare poiché i titoli comunali appena emessi possono funzionare come mezzo di pagamento accanto all’euro.
3. La condizione essenziale per far funzionare un sistema di pagamenti complementare all’euro (che può essere definito anche alternativo/parallelo/sostitutivo) sta nell’accordo con le imprese della zona di Roma che, per vendere merci e servizi, si impegnano ad essere pagate con i titoli in luogo dell’euro. Alla scadenza le imprese che avranno in mano i titoli potranno ottenere gli sconti fiscali oppure potranno acquisire unità immobiliari del Comune (quest’ultima possibilità potrebbe essere evitata se le entrate fiscali del Comune crescessero in modo da permettere il rimborso in euro dei titoli). Ma, il punto fondamentale è che le imprese potranno esse stesse effettuare i pagamenti con i titoli in luogo degli euro nel momento in cui viene creato un circuito commerciale a cui aderisce il maggior numero possibile di imprese (in questo ambito c’è l’esempio del Sardex che sta funzionando molto bene). Così i titoli diventerebbero immediatamente una vera e propria moneta complementare all’euro e circolerebbero nel sistema economico di Roma finanziando gli scambi e gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie.
4. La possibilità per il Comune di pagare con i titoli in luogo degli euro permetterebbe di liberare euro da utilizzare per un grande piano di investimenti pari a 0,5/1 miliardo di euro destinato al potenziamento del trasporto pubblico ecologico e dell’impiantistica per trattare/selezionare/riciclare i rifiuti. Si tratta di un’operazione che deve essere finanziata con l’euro poiché darebbe luogo ad un aumento delle importazioni di beni prodotti da imprese che non sono basate nella Capitale e che non hanno interesse ad essere pagate con titoli comunali.
Conclusioni
La scommessa di questa operazione è di conseguire un’espansione dell’economia e una maggiore efficienza economica tale da ridurre gli sprechi e i costi del Comune e da far aumentare il gettito fiscale per coprire il buco che altrimenti si creerebbe quando i titoli giungono a scadenza dopo due anni. Per questo bisognerebbe stimare in primo luogo l’aumento dell’occupazione che un piano di investimenti come quello prospettato è in grado di generare (la disoccupazione giovanile a Roma è di circa 160.000 unità). Nelle attuali condizioni, fermo restando l’impegno a riportare in pareggio il bilancio corrente, questa sembra l’unica strada in grado di rendere disponibili risorse aggiuntive per finanziare un piano straordinario di investimenti pubblici senza far aumentare il debito della Capitale.
NOTA

(1) I titoli potrebbero essere emessi non direttamente dal Comune, ma da una società municipalizzata controllata dal Comune. Ciò accadde negli anni 30 quando in Germania fu costituita una società fantasma, la MEFO, che pagava i fornitori con cambiali MEFO garantite dallo Stato.

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Il declino dell’università italiana

Fonte: illavoroculturale.org

La discussione sullo stato dell’università italiana ha trovato sinora poco spazio nel dibattito pubblico, dominato da pregiudizi negativi – e spesso poco fondati – circa i pregi e i difetti dell’accademia nel nostro paese. Il volume “Università in declino. Un’indagine tra gli atenei da Nord a Sud” (Donzelli 2016) ha recentemente riacceso il dibattito sulle condizioni del sistema universitario e sui cambiamenti introdotti dalla riforma Gelmini.

universita-in-declinoUn primo merito del lavoro del gruppo di ricerca multidisciplinare coordinato da Gianfranco Viesti per la Fondazione Res di Palermo è quello di riportare l’attenzione su ciò che è accaduto in questi anni dentro e intorno all’università italiana, fornendone un quadro ampio ed esaustivo. Sono così analizzati, ad esempio, l’andamento degli iscritti, i processi di mobilità studentesca dal Sud al Nord del paese, le (scarse) garanzie di diritto allo studio; i percorsi di carriera dei docenti e la progressiva precarizzazione del lavoro accademico; i meccanismi di finanziamento e valutazione degli atenei; le caratteristiche dell’offerta didattica e la qualità della ricerca; il rapporto con il mondo dell’impresa e con la società nel suo complesso.

Il quadro che emerge è sconfortante: rispetto a 8-10 anni fa il finanziamento all’università tramite Fondo ordinario si è ridotto di oltre il 22%; specularmente, gli studenti immatricolati sono calati del 20%, il personale docente è diminuito del 17% e il numero di corsi di studio si è contratto del 18%. In questo allarmante scenario di declino complessivo, la situazione del Mezzogiorno appare ancora più critica. Il volume dedica ampio spazio alla progressiva differenziazione tra atenei del Nord e del Sud, con questi ultimi fortemente penalizzati in termini di iscritti, dotazioni, distribuzione di risorse. Gli autori mostrano, dati alla mano, che siamo di fronte a un “nuovo divario” tra aree del paese, delineatosi a partire dagli anni Settanta con il passaggio dall’università di élite a quella di massa (un aspetto, questo, su cui torneremo a breve). La tendenza sembra poi rafforzarsi con l’attuale riforma del sistema, orientata a concentrare gli investimenti in pochi centri di eccellenza piuttosto che a puntare su una qualità diffusa.

L’enfasi posta sul ruolo strategico dell’istruzione terziaria nello sviluppo locale, spesso ignorato dal sistema politico, è senza dubbio un altro punto di forza del volume. È tuttavia importante, dal nostro punto di vista, evitare un eccessivo appiattimento su questo argomento, come sembra invece fare Viesti quando arriva ad affermare che “oggi più che mai non è possibile – di fronte alle criticità che si manifestano su molti fronti in Italia – rivendicare per principio maggiori risorse pubbliche” (p.44). In questo modo a nostro parere si corrono tre rischi. Primo, di avallare implicitamente le retoriche sull’austerity che permettono di immolare sull’altare della “salute dei conti pubblici” politiche di estrema rilevanza sociale. Secondo, di cadere nella trappola della dimostrazione di efficacia, misurata per di più in termini rigidamente economici. All’università è infatti sicuramente deputato il compito di formare imprenditori, innovatori e lavoratori della conoscenza capaci di rilanciare la competitività del paese. Tuttavia, congiunture sfavorevoli o fenomeni come l’inflazione delle credenziali educative potrebbero offuscare le ricadute in termini occupazionali e di crescita di investimenti ad hoc, alimentando ulteriormente retoriche delegittimanti. Terzo, il rischio di ridimensionare il ruolo sociale e politico dell’università, luogo di formazione di una cittadinanza critica e consapevole, che va ben oltre la sua funzione all’interno di un sistema economico. L’investimento in istruzione terziaria può infatti essere giustificato anche a prescindere dal suo contributo a un modello di sviluppo: in questo senso rivendicare “per principio” la difesa del sistema universitario pare un’opzione politicamente legittima e percorribile.

Questa rivendicazione è tanto più importante quanto più ci si rende conto, come mostrano efficacemente Viesti e colleghi, che il nostro paese non è stato in grado di gestire il passaggio all’università di massa a cui si faceva riferimento poc’anzi. Un’occasione che avrebbe potuto favorire la mobilità ascendente delle fasce meno abbienti della popolazione e ricomporre le differenze territoriali, ma che è stata tragicamente mancata, con enormi responsabilità da parte della politica. La garanzia di un diritto allo studio sostanziale e non formale chiama infatti in causa una serie di fattori che vanno ben oltre il numero di borse di studio erogate.

Un primo elemento riguarda il ruolo della didattica, che dovrebbe costituire un pilastro dell’integrazione e che invece è relegata in secondo piano, anche a causa di un sistema di valutazione dei docenti focalizzato esclusivamente sulla produzione scientifica. Inoltre, l’introduzione di criteri di ripartizione del fondo di finanziamento ordinario che premiano gli atenei con una maggior contribuzione studentesca incoraggia l’innalzamento delle tasse a livello locale, a svantaggio degli studenti dotati di meno risorse.

Infine, anche le politiche di reclutamento sembrano muoversi in una direzione opposta a quella che una reale università di massa richiederebbe. Lo scarso ricambio del personale, determinato dal taglio di risorse e dal blocco del turnover, ha impedito di rigenerare un corpo docente composto ancora oggi in buona misura da coloro che sono entrati a far parte dell’università prima della transizione verso un modello di massa. Questi docenti, socializzati a una popolazione studentesca di élite, sono stati spiazzati dalle trasformazioni avvenute e spesso non sono stati in grado di gestire il trade-off emergente tra qualità dell’insegnamento e inclusività del sistema. A un’università di massa sul fronte degli studenti – incentivata anche dalla “corsa al reclutamento di nuove matricole”, dal momento che il numero di iscritti è un altro degli elementi premiali nella valutazione degli atenei – rischia dunque di corrispondere un’organizzazione amministrata ancora oggi da un’élite di docenti. Un rischio ancora più concreto data la progressiva precarizzazione delle traiettorie di carriera dei giovani ricercatori, che paradossalmente può aumentare il peso della variabile “classe sociale” nel corpo docente. Se è vero infatti che il reclutamento dei primi anni Duemila ha in una certa misura “democratizzato” l’accesso all’accademia, non si può non notare come percorsi professionali che richiedano implicitamente periodi di lavoro gratuito finiscano per favorire coloro che, grazie a risorse familiari, sono in grado di far fronte alla discontinuità di reddito.

Alle conseguenze più ampie della precarizzazione del lavoro di ricerca vogliamo dedicare alcune considerazioni finali. Le enormi difficoltà e le limitate prospettive con cui si confrontano ogni giorno i ricercatori nel nostro paese sono ormai piuttosto note. Esse rappresentano però solo un aspetto in un quadro più ampio di incertezza che investe tutte le componenti universitarie – docenti strutturati, personale non strutturato, studenti – e che ha serie ripercussioni sulla qualità della ricerca e della didattica. Se il disinvestimento nell’università italiana è infatti innegabile, altrettanto evidente è l’instabilità sistemica che accompagna la contrazione di risorse in atto. Non solo dotazioni scarse, dunque, ma anche incerte nell’ammontare e nei tempi di erogazione.

Sul piano organizzativo, gli atenei italiani manifestano crescenti difficoltà nel portare avanti la loro attività ordinaria a causa dell’incertezza dei finanziamenti ordinari, dal momento che i criteri di ripartizione delle risorse variano enormemente di anno in anno. Sul fronte del reclutamento, al di là delle limitazioni imposte dalla scarsità di risorse e dal blocco del turnover, è l’impianto normativo stesso a risultare fortemente instabile. La legge Gelmini ha infatti subito in questi anni numerose modifiche, volte per lo più a sanare le contraddizioni insite nella norma stessa. Il risultato è una progressiva frammentazione delle carriere accademiche all’interno di un quadro di opportunità estremamente differenziato.

Tali dinamiche hanno effetti non solo sulla vita degli individui, ma anche sulla qualità di didattica e ricerca, a cui non possono essere garantiti continuità e programmazione. Per ciò che riguarda la ricerca, in particolare, scarsità e incertezza nei finanziamenti ordinari generano una forte spinta alla competizione per attrarre fondi provenienti da fonti esterne al sistema universitario pubblico. In questo modo, in una sorta di circolo perverso, la ricerca si impoverisce sempre più. Da un lato, infatti, una quantità di tempo abnorme viene sottratta al lavoro di ricerca in senso stretto per essere dedicata alla partecipazione a bandi[1]. Dall’altro lato, il finanziamento a progetto attribuisce ad attori esterni al sistema la facoltà di orientare i contenuti della ricerca, definendo priorità nei temi e di fatto stabilendo quali prospettive promuovere e quali no. Non è difficile immaginare che approcci non mainstream e ambiti di indagine minoritari faticheranno a entrare nell’agenda di ricerca definita da questo tipo di fondi.

La diffusione del finanziamento di natura non ordinaria promuove dunque solo un certo tipo di ricerca, penalizzando sguardi meno convenzionali e impedendo la pratica di quella che da alcuni movimenti accademici è stata definita in modo provocatorio Slow Science. La logica progettuale individua infatti a priori i tempi di lavoro, richiede una stima dei risultati che verranno raggiunti e impone a posteriori una loro valutazione. Se a questo si somma l’orientamento a una valutazione individuale in tutte le fasi di carriera basata innanzitutto sul numero di pubblicazioni prodotte, appare chiaro che le possibilità che vengano intrapresi percorsi di ricerca dall’esito incerto risultano fortemente limitate.

La tendenza emergente è dunque verso un lavoro di ricerca il più possibile definito nei tempi, nelle procedure e negli esiti. Al contrario, il sistema universitario pubblico per poter svolgere appieno la propria funzione dovrebbe potersi configurare come un luogo del rischio e, perché no, del fallimento, dal momento che spesso è in questo modo che la conoscenza scientifica progredisce. Paradossalmente, però, è necessaria una buona dose di stabilità e certezza – nei finanziamenti, nei criteri di allocazione delle risorse, nei gruppi di lavoro – per potersi assumere dei rischi.

 

[1] Sugli effetti perversi del finanziamento a progetto della ricerca e su alcune possibili soluzioni, si veda: J.P.A. Ioannidis (2011), Fund people not projects, «Nature», n. 477.

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