Riflessioni

Uno sguardo etnografico sul cambiamento in atto

Perché l’élite dominante non comprende le dinamiche sociali che stanno determinando questa recente, e per certi versi drammatica, ondata rivoluzionaria?
di Dafni Ruscetta.
La mia formazione antropologica mi porta a fare alcune considerazioni, a freddo, sugli sviluppi degli ultimi avvenimenti su scala mondiale. Anzitutto mi porta a riflettere sullo scarso interesse che l’establishment mondiale dominante – politica, business, accademia, banche, stampa, grandi gruppi industriali etc. – ha riposto nella comprensione di alcune dinamiche sociali che stanno determinando questa recente, e per certi versi drammatica, ondata rivoluzionaria.
Sarebbe un errore, inoltre, continuare a etichettare questa inversione di tendenza come semplice malcontento o sfiducia nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti appartenenti al ‘sistema’. C’è molto di più.
Donald Trump ha ‘travolto’ tutto e tutti. Semplicemente perché si è posto ‘contro’ gran parte di quel sistema, che a sua volta ha cercato di contrastarlo in vari i modi. Ha vinto – e avrebbe vinto in ogni caso – le elezioni americane a prescindere dalle innumerevoli gaffe o scorrettezze che hanno contraddistinto la sua campagna elettorale e il suo passato. Perché quello che è mancato davvero alla classe dirigente – e che continua a mancare per scarsa aderenza alla realtà – è uno sguardo etnografico sul cambiamento in corso.
I rappresentanti dell’attuale establishment (dai giornali all’economia, dalla finanza alla politica etc.) hanno preferito affidarsi ai guru del marketing politico ed elettorale piuttosto che a esperti in grado di decifrare le dinamiche culturali sottese alle attuali società moderne – perlopiù sociologi e antropologi – per interpretarne i drastici cambiamenti in atto (le tendenze, le paure, le aspettative, i nuovi media etc.).
Non intuendo a tempo – e ormai è già tardi per farlo – che il mondo stava cambiando profondamente, talmente a fondo che questo periodo storico sarà evocato negli anni a venire (nei prossimi decenni e finanche nei prossimi secoli) come una svolta epocale nella storia dell’umanità.
La colossale trasformazione che sta avvenendo all’interno della civiltà occidentale sarà verosimilmente ricordata, al pari di un evento quale la ‘Rivoluzione Francese’, come la riaffermazione naturale – sebbene mediata da nuovi gruppi di potere e da nuovi mezzi di comunicazione – del riconoscimento dei diritti inalienabili dei più deboli, degli ‘ultimi’, dei sofferenti. Non a caso Papa Francesco, una delle figure che maggiormente stanno contribuendo a questa nuova spinta etica e ‘ideologica’, non ha espresso alcuna valutazione personale sul nuovo presidente degli Stati Uniti, semmai rinviando un giudizio al suo futuro operato nei confronti dei poveri.
Il sistema di potere dominante da troppo tempo si è lasciato ‘fagocitare’ dalla propria autoreferenzialità, non essendo più capace di stare in mezzo alla gente, non ha saputo abbandonare – per assuefazione alla mondanità – i salotti del perbenismo, del benessere e della spartizione delle risorse tra pochi intimi. Non si è nemmeno posto il problema, come dicevo poc’anzi, di analizzare a fondo e di comprendere le tendenze culturali dominanti. Questo avrebbe consentito, ad esempio, di rendersi conto che le pulsioni interne alle società occidentali stavano ‘degenerando’ in nuove forme di protesta e di partecipazione che avrebbero, poco a poco, prima evidenziato le profonde fratture del sistema, successivamente sostituito quelle forme di potere, di accaparramento delle risorse con altre più inclusive o semplicemente di rottura. E ormai è tardi.

Certo, il tutto è stato favorito potenziato e amplificato dalla crisi economica, che storicamente crea confusione politica e fa perdere molti punti di riferimento. Ma la storia spesso si ripete a cicli, i grandi cambiamenti sociali e antropologici (e poi politici, economici etc.) avvengono in corrispondenza di grandi sofferenze, di paure, di scivolamenti verso il basso. E quando questi scivolamenti sono avvertiti dalla gran parte della popolazione, ma i suoi ‘sovrani’ sono impegnati nel beato ozio o nel dormiveglia di una costante celebrazione autoreferenziale, prima o poi lo smottamento travolge tutto, rigirando la terra e le sue sementi.

Pubblicato su Megachip, un estratto pubblicato anche su L’Unione Sarda (versione cartacea) del 16 novembre 2016.

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haiku del 23 settembre…

Le gru terminano di danzare,

alte sulle gronde,

nel chiarore lunare.

(Sugita Hisajo)

L’haiku (俳句)  è un componimento poetico nato in Giappone, composto da tre versi per complessive diciassette sillabe. L’haiku è caratterizzato dalla peculiare struttura in 3 versi, rispettivamente di 5, 7 e 5 sillabe. Per la sua immediatezza e apparente semplicità, l’haiku fu per secoli una forma di poesia “popolare” trasversalmente diffusa tra tutte le classi sociali in contrasto alla ben più elaborata poesia cinese o alle costruzioni retoriche dei tanka e solamente nel XVII secolo venne riconosciuto come una vera e propria forma d’arte grazie ad alcune opere di famosi scrittori tra cui Matsuo Bashō. L’haiku è una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo, che elimina fronzoli lessicali e retorica, traendo la sua forza dalle suggestioni della natura nelle diverse stagioni. La composizione richiede una grande sintesi di pensiero e d’immagine in quanto il soggetto dell’haiku è spesso una scena rapida ed intensa che descrive la natura e ne cristallizza dei particolari nell’attimo presente. L’estrema concisione dei versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, come una traccia che sta al lettore completare.

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Dalla terra alla bellezza, per tornare al simbolo

di Dafni Ruscetta
logo-parole-di-terra1Esiste un modo delicato, penetrante, poetico di descrivere il nostro tempo. È quello di Massimo Angelini, filosofo ligure, ricercatore di bellezza in controcorrente, ‘eretico’ dei nostri giorni. La delicatezza, l’equilibrio, la saggezza e la poesia, rimangono nell’aria per molto tempo dopo un suo intervento, dopo uno dei tanti racconti appartenenti alla narrazione che porta in giro per l’Italia, per esprimere una visione del mondo alternativa, ‘eretica’ appunto.
Massimo Angelini è anche autore di pubblicazioni sulla storia delle mentalità, sulle tradizioni rurali, sul sacro e sulla visione simbolica della realtà. Tutti elementi che accomunano quegli studiosi – guarda caso quasi mai aderenti al mainstream accademico tradizionale – e moderni ‘predicatori’ di un mondo nuovo, di un paradigma culturale realmente differente per una rinnovata fase della storia dell’umanità.
Nel suo ultimo libro, ‘Participio Futuro’, Angelini mette insieme un vasto repertorio di considerazioni filosofiche, antropologiche e socio-culturali provenienti dalla lunga esperienza di osservazione delle tradizioni contadine della sua terra. Così si sviluppano riflessioni sulla necessità di nuovi simboli per la nostra cultura, sull’importanza della parola (spesso oggetto di artifici linguistici per mantenere gli attuali assetti corporativi della società), sulla differenza tra segno e significato, tra cultura ed erudizione, tra cultura e intrattenimento, tra proprietà e custodia dei luoghi, tra razionalità e narcisismo; riflessioni sulla frammentazione dell’uomo, sull’assenza di archetipi, sul consenso comune e sulle comunanze, sulla metafisica del mondo rurale e sulla circolarità dell’esistenza, sull’arte e sulla bellezza.
Il simbolo, scrive Angelini, è elemento di unità, ricomposizione dell’unità spezzata. Dopo il tentativo degli uomini di dare la scalata al cielo gli dèì decisero di punirli: allora Zeus stabilì di tagliarli in due parti, condannandoli a cercare la parte mancante per ritrovare l’unità. La frammentazione, la scissione tra corpo e spirito, la spaccatura di un mondo simbolico (cioè unitario) ha modificato la capacità di concepire la realtà e noi al suo interno. È su questa frattura che s’innesta la modernità, rovesciata al proprio interno fino alla completa perdita di sensi, all’insensibilità del contesto. Un distacco che rescinde i legami, spezza la comunità degli uomini, riducendola a un “arcipelago di solitudini”. Le donne e gli uomini chiusi nel proprio io, nelle proprie astrazioni, vivono in un’apnea esistenziale. Fuori da una visione simbolica e concreta, fuori dall’unione di tutto quanto è nella realtà, alla lunga resta la frammentazione progressiva, fino alle sue estreme conseguenze: la specializzazione esasperata, il relativismo che sotto l’abito borghese della tolleranza maschera l’indifferenza, il distacco dalla realtà che manifesta la virtualità, il primato dell’astrazione, il disprezzo verso il corpo, la non realtà. Angelini ricorda ancora come il contrario di ‘simbolico’ sia ‘diabolico’. Diabolico è, dunque, questo nostro tempo fondato sulla separazione, sulla frattura, sullo scisma interiore e comunitario. E non basta nemmeno la fede, perché senza simboli e segni visibili fatti di gesti, parole, oggetti, essa rischia di essere astratta, eterea, e perciò non comprensibile, perché i simboli rendono visibile e concreto il contatto con il piano della trascendenza.
Angelini ricorda poi l’importanza della parola. È il modello di tanta parte del parlare vuoto che in questi decenni ha inquinato la comunicazione pubblica e il mestiere della politica. “La parola” – scrive riferendosi agli artifici linguistici per mantenere gli attuali assetti corporativi della società – “non può essere usata con leggerezza. Il suo uso impone responsabilità, perché ogni limite alla comprensione porta con sé conseguenze di espropriazione ed espulsione sociale. Con la frammentazione dell’unità della conoscenza nel particolarismo e nell’iperspecializzazione si sono moltiplicate le barriere linguistiche per escludere dalla comprensione chi non appartenga alle corporazioni che pretendono di detenere il sapere in forma di monopolio”.
Da qui il passo per una definizione nuova di cultura è breve: la cultura non andrebbe confusa con l’erudizione, che ha il proprio fine in sé stessa, nell’accumulazione dei dati, nella loro ostentazione sociale o accademica, ed è espressione di collezionismo delle informazioni, gioco di riconoscimento tra i sodali di una conventicola. La cultura – ecco il nucleo della nuova definizione di Angelini – porta a crescere, ad elevare; come il culto, con il quale condivide la stessa radice, si esprime quale atto simbolico e perciò tende ponti tra le persone. Chi invece parla per non farsi capire, chi inutilmente complica ciò che è semplice (ma anche chi banalizza ciò che è complesso), chi astrae ciò che è concreto, chi consapevolmente usa le proprie conoscenze e le parole per segnare le distanze, per distinguersi, per sottomettere, invece che per condividere e comunicare, non coltiva nulla ma genera deserto, non eleva, non fa crescere, ma inaridisce. Di per sé, un lungo addestramento scolastico e l’accumulazione di informazioni non hanno propriamente a che fare con la cultura. Lo stesso dicasi per l’uso della parola ‘cultura’ nell’attuale civiltà dello spettacolo, in cui essa viene utilizzata per lo più come sinonimo di ‘intrattenimento’ e occupazione del tempo libero.
Ci sono un sentire e un pensare umano che si formano, si raffinano, si correggono, si integrano e si tramandano nel tempo lento delle generazioni, che riflettono la verità del consenso comune e anche solo per questo testimoniano che nessuno è vissuto invano. Anche questo è cultura. Le esperienze comuni a tutti contribuiscono a formare un patrimonio di sensibilità e conoscenze condivise. E da queste esperienze nasce tanta parte del senso comune che si forma nel tempo e che nel corso del tempo si consolida. Sulle esperienze (precedenti) si fonda ampia parte del sapere della gente, prima di ogni grado di istruzione, ed è un sapere che nasce da un rapporto con il mondo diretto, quotidiano, manuale, sensoriale, emozionale, che parla il linguaggio dell’evidenza: quello che tutte le persone possono facilmente condividere; è un sapere che si forma nel corso degli anni e dei secoli. I gesti e le sensibilità condivise dalla gente hanno in sé un elevato grado di aderenza alla realtà interiore delle cose che non necessita di dimostrazioni. In quei gesti c’è il lascito di un’intera umanità e la compresenza di più mondi. Sono segni, oggetti, comportamenti che animano la metafisica concreta del mondo contadino, una relazione con il tempo e con lo spazio informata dalla circolarità, dalla sincronia, dalla ripetizione appunto, dal ritmo.
Con lo smarrimento della fiducia nei sensi, l’evidenza è stata sostituita da teorie che contraddicono l’esperienza comune a tutti.”Ma io dubito che l’esplorazione dello spazio, la sua militarizzazione e la pervasività delle comunicazioni satellitari abbiano reso il mondo migliore e le persone più felici”.
Angelini conclude con un messaggio positivo: “in fondo, basterebbe ridare a ciò che ci circonda il proprio posto e a noi il nostro.riconoscere che il razionalismo è una forma cinica di superstizione e le ideologie incubatrici di idolatria; che la bellezza esiste e non ha a che fare con ciò che piace. Orientati al ringraziamento e al bene comune e alla ricomposizione simbolica della realtà, quando siamo allineati alle sensibilità e alle certezze vagliate nel tempo delle generazioni, uniti con i padri dei nostri padri e con i figli dei nostri figli, non abbiamo bisogno di affermare nulla di nuovo”.
di Dafni Ruscetta
L’immagine è tratta da un concorso letterario della casa editrice Pentagora.
L’articolo è stato anche pubblicato su Megachip.
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Alla ricerca dell’essenza

di Dafni Ruscetta

Risultato immagine per immagini cappella sistinaNon è più tanto la classe politica di questo Paese a irritarmi, quanto l’ipocrisia delle persone, della società civile. Mi preoccupa, soprattutto, più che il malcostume della politica, a cui ci siamo abituati da oltre un decennio, il clima da ‘rivoluzione francese’ che si sta instaurando. Non ho mai provato grande simpatia per il ‘giacobinismo’ rivoluzionario di stampo qualunquista e giustizialista, ombrato da un velo di ipocrisia.

La dimensione politica degli ultimi anni si è spesso servita di una pericolosa alchimia mediatica (tra cui è importante annoverare, purtroppo, anche i social network) per impadronirsi dell’immaginario collettivo. E la cosa peggiore è che essa ha dato vita a una mutazione non temporanea ma, verosimilmente, di lungo periodo della dimensione culturale, per certi versi antropologica, nel nostro Paese. In una situazione di crisi di valori e di legittimità morale, andare alla radice del problema culturale – non soffermandosi semplicemente sulle responsabilità della classe dirigente – è di fondamentale importanza. L’argomento del bene comune, visto da una prospettiva più ampia, non può prescindere dagli aspetti culturali di tutta una società, dai valori e dalle abitudini quotidiane dei suoi membri. Il bene comune siamo anzitutto noi, il nostro modo di agire e reagire nei confronti delle altre persone, la nostra visione del mondo, il senso di rispetto e la solidarietà verso i più deboli, la voglia di ascoltare le voci di tutti e di porsi in confronto con l’altrui punto di vista, la considerazione e la valorizzazione del patrimonio ambientale con il quale viviamo e con cui vorremmo che convivessero anche le generazioni future, i nostri figli.

Pochi anni fa sono stato testimone di una delle più belle esperienze di bene comune mai messe in atto nella nostra epoca: ho vissuto per una anno in Danimarca, dove i principi della dimensione sociale sono diventati anche la forza propulsiva dell’economia. Il consiglio dell’innovazione danese (un organismo nazionale) da alcuni anni sta monitorando e identificando le best practices locali che producono effetti positivi per la società. Secondo un rapporto di alcuni anni fa uno dei maggiori fattori di sviluppo sarebbe proprio la visione umanistica della cultura nazionale: “I Danesi non credono nei sistemi, essi credono nelle persone, nel fatto che il singolo individuo possa fare la differenza”. Una simile concezione positiva dell’essere umano, un bell’esempio di resilienza umana basata sul riconoscimento della fiducia reciproca, favorisce un meccanismo di cooperazione interpersonale e di gerarchie pressoché inesistenti, tanto che questo sistema (definito di “coesive power”), a quanto pare, genera un vantaggio competitivo anche a livello economico. Tale sentimento comune, infatti, favorisce un clima di distensione, grazie al quale le persone si sentono a casa propria, al sicuro e, di conseguenza, più propense a cooperare per il bene comune.

Come questi valori possano essere applicati concretamente anche nelle nostre società? Anzitutto partendo dalla storia, con uno sguardo al passato. Come sosteneva Pasolini: “Non c’è progresso senza profondi recuperi nel passato, senza mortali nostalgie per le condizioni di vita anteriori”. Anche Maurizio Pallante – il fondatore della ‘Decrescita Felice’ – racconta che nelle economie di un tempo, spesso basate sul sistema del dono e della reciprocità, i rapporti umani creavano sentimenti simili di cooperazione, di solidarietà, di distensione sociale, al contrario di quanto avviene adesso in quei contesti urbani dove si è quasi perso ogni legame di scambio tra le persone e in cui si è costretti ad acquistare qualsiasi cosa per sopravvivere. Nelle nostre società di una volta gli scambi erano fondati sulla reciprocità, gli artigiani locali, ad esempio, scambiavano i loro prodotti con quelli della terra e i legami sociali delle comunità contadine rappresentavano un’importante norma non scritta. Questi retaggi sono ancora sopravvissuti, seppur in minima parte, in alcune zone della Sardegna. Come ci ha ricordato per molto tempo Eliseo Spiga1, la storia della società sarda degli ultimi secoli è fatta di comunitarismo, di solidarietà, di auto-produzione e di sussistenza, di operosità, di sobrietà nei consumi, niente sprechi, tutte norme di natura morale iscritte nel DNA dei Sardi. L’attuale organizzazione globale dell’economia e del potere è pertanto incompatibile con questa società e con la sua storia, perché è contro l’ambiente, contro la salute delle persone, contro la prosperità e il benessere individuale, contro la morale della convivenza etc. Lo dimostrano le antiche pratiche sociali come ‘s’ajudu torrau’, l’aiuto reciproco tra amici, parenti e vicini in occasione della vendemmia, della mietitura, della tosatura delle pecore ecc; o come ‘sa paradura’, istituto di natura solidale tra i pastori della Sardegna arcaica, consistente nel donare una o più pecore a colui che, per calamità naturali, furti, o malattie, perdeva il proprio gregge. L’unico impegno morale, in questo sistema, era di ricambiare il gesto in caso di necessità. Un vero esempio di resilienza.

Da un punto di vista pratico il cambiamento si realizza con le singole e personali azioni quotidiane. Ce lo insegnano tanti individui, uomini e donne, che con coraggio hanno fatto scelte di vita diverse, che hanno consapevolmente indirizzato la propria esistenza verso situazioni forse meno ‘comode’ e meno evidenti, ma certamente più incoraggianti in termini di salvaguardia della vita futura su questo pianeta. Ed esistono già anche paradigmi e ‘filosofie’ in questo senso, perché il pensiero umano, specie quello occidentale, è spesso precursore dell’azione e delle scelte individuali e delle masse. Tra queste, quella che al momento mi sembra più persuasiva è la ‘decrescita’, soprattutto nella sua componente culturale e sociale. E lo fa incitando non tanto alla rivolta sociale (sebbene di ‘rivoluzione’ si tratti), ma esortando tutti i cittadini ad adattarsi a stili di vita più sobri e umani, riscoprendo abitudini, savoir faire, comportamenti di una volta, improntati a un rapporto con l’ambiente, a ritmi e a relazioni umane più semplici e naturali. Sono, peraltro, gli stessi valori evidenziati da icone positive del nostro tempo, come Papa Francesco nella sua ultima Enciclica, ‘Laudato Sì’, o come l’ex Presidente dell’Uruguay Mujica il quale dichiarò, in un discorso divenuto ormai memorabile, che “lo sviluppo deve favorire la felicità umana, l’amore per la terra, le relazioni umane, la cura dei figli, l’avere amici, l’avere il giusto, l’elementare”.

E’ finito ormai il tempo delle ideologie e delle lotte di classe – il primato della politica – quel che serve è davvero un nuovo umanesimo che dia vigore ai valori comuni della nostra cultura, che sono normalmente incorporati nell’individuo prima ancora che nella collettività. Tali valori non sono solo cristiani, né laici, né borghesi o proletari, ecco perché è necessario tornare a ragionare in termini di solidarietà umana e sociale insieme, non dimenticando che ogni collettività è composta prima di tutto dai singoli individui. Quello che occorre è una fase di analisi e progettualità a livello antropologico, che si avvalga del contributo di varie sfere della società e non solo delle élite intellettuali, nuovi modelli culturali che partano dalla quotidianità dei bisogni piuttosto che dalle forme politiche che sinteticamente vogliono rappresentarli, che ne dovrebbero essere piuttosto una conseguenza.

Il fulcro di una simile ‘rivoluzione’ sarebbe un ritorno alla spiritualità come elemento costitutivo della natura umana. Anche questa è resilienza. Il declino della spiritualità in Occidente è andato a favore di una dimensione più materialistica, che trae origine dalla fede nella scienza e che ha portato a privilegiare l’aspetto della razionalità. Ciò rappresenta oggi una vera e propria ‘mutilazione’ dell’essere umano, che causa profonde sofferenze interiori e una perdita di senso della vita. Le conseguenze più evidenti sono l’appiattimento delle relazioni umane, del rapporto con il territorio, la violenza verso se stessi2 (basti pensare alle varie forme di dipendenza: dalla droga, all’alcool, dal sesso agli psicofarmaci ecc), l’insicurezza sociale i cui segnali sono ormai evidenti in tutta Europa e non solo.
La spiritualità richiama alla necessità, addirittura l’urgenza, di recuperare, o di reinventarsi, un ‘
ordine simbolico‘ per le nostre società, dei simboli ‘sacri’ che uniscano l’immaginario collettivo. Come afferma l’amico Massimo Angelini3, il simbolo è ciò che tiene insieme, ciò che unisce. Nella concezione simbolica della realtà non vi è “separazione tra corpo e anima, tra cosa è materiale e cosa è spirituale, tra profano e sacro, tra cosa è visibile e cosa è oltre il visibile”. Perché il simbolo “non rinvia a un significato, ma manifesta compresenza”. Ed i simboli sono spesso trasmessi attraverso l’arte nell’immaginario collettivo. L’arte dovrebbe emanciparsi dalla mercificazione per tornare ad essere un’espressione viva dell’animo umano. Le nostre istituzioni di formazione, in primis le scuole e le università, dovrebbero puntare alla profondità recuperando, ad esempio, il valore della poetica nella vita quotidiana. La poesia ha il vantaggio di parlare all’anima, alle emozioni, evitando tutta una serie di speculazioni legate all’intelletto e alla logica, dominanti nella nostra civiltà della scienza e del ‘progresso’. E’ alla bellezza, dunque, che dovremmo consacrarci nuovamente, alla semplicità del quotidiano, all’essenziale, alla riscoperta genuina e consapevole del mondo naturale, della terra. Potrebbero essere questi i valori – proiettati al futuro, non solo al passato – la nuova direzione per il cambiamento, il vantaggio competitivo per ridare dignità a questa nostra cultura e a tutta la società italiana. I semi sono già presenti, basta non continuare a calpestarli.

Ho avuto ben chiara questa distinzione nei giorni scorsi, mentre mi trovavo immerso nel verde della campagna della Planargia (una zona geografica della Sardegna centro-occidentale). Quante volte mi son trovato a fare filosofia sui concetti dell’esistenza, sugli stili di vita alternativi, sull’etica di questa o di quella particolare azione morale. Quante altre volte mi sono infervorato parlando di diritti dell’uomo, di salvaguardia dell’ambiente, di equità sociale etc. E quante preoccupazioni e dispiaceri mi ha provocato una certa inclinazione a pesare e giudicare le azioni da un solo punto di vista, possibilmente connotato ideologicamente. Poi, un giorno, ti trovi lì, in aperta campagna, e cominci a osservare, a guardare il mondo con altri occhi. I tuoi. Non più quelli dell’ideologia, non quelli del pensiero e della filosofia, nemmeno quelli del giudizio morale. Osservi e basta. E, nell’osservare, ti rendi conto che un filo d’erba non è altro che un filo d’erba, nella sua essenza, e che non potrebbe essere altro. Ti accorgi che ogni singola entità vegetale animata è lì non a caso in quel momento, che i tanti fiori gialli di calendula selvatica sono lì e basta, che i ciuffi di tarassaco sono in quel preciso istante un’espressione di una visione del mondo, di un punto di vista immutabile e cangiante allo stesso tempo. Allora allarghi lo sguardo attorno, inizi a percepire un’immensità di forme e colori in movimento armonico tra loro. E tutto ti sembra unico, innegabile, indivisibile, inspiegabile. Nulla ti sembra che accada. E ti convinci che è quella la normalità della vita, il succo, la storia, l’essenza.

 di Dafni Ruscetta

 

1 Eliseo Spiga, Francesco Masala, Placido Cherchi. A cura di Roberto Spano. Manifesto delle Comunità di Sardegna. per una economia felice e ricca di futuro. Edizioni Condaghes.

2 Maurizio Pallante: Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell’uguaglianza. Edizioni Lindau.

3 Massimo Angelini: Participio Futuro. Edizioni Pentagora.

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Indignazione come sport nazionale

Risultati immagini per immagini indignazionedi Dafni Ruscetta

Ormai non c’è giorno in cui non ci si indigni per qualcosa nel nostro Paese. Il mainstream mediatico ha imparato a calvalcare i mood dei social network che, rappresentando un media generalista e aperto a tutti, fungono sempre più da punto di riferimento dell’opinione pubblica amplificandone le tendenze, le emozioni e le reazioni. Ho però l’impressione che spesso si tenda a rincorrere l’elemento più deleterio di alcuni social,  che si privilegi l’aspetto emotivo (di pancia) all’analisi razionale, che il più delle volte si perda il senso critico (o, più semplicemente, il buon senso) delle cose. Così ci si indigna ormai di tutto, talvolta più per emulazione sociale che per conseguenza di una reale presa di coscienza. E mi capita sempre più spesso, nell’intimo delle riflessioni personali a cui dedico sempre una parte consistente del mio tempo prima di ogni giudizio etico e morale, di non trovare gli stessi argomenti e motivazioni per indignarmi con le maggioranze che si formano ogni volta. La cosa peggiore in questi casi è che, quando poi esprimi una posizione e una indignazione diversa da quella maggioritaria, rischi una ‘lapidazione’ pubblica (nemmeno molto dissimile dai roghi dell’Inquisizione quando si dissertava sulla forma del nostro pianeta) sui social network, per aver espresso un’opinione divergente e ‘deviante’. Ebbene, il meccanismo che sta alla base di una simile dinamica è proprio lo stesso che veniva applicato nella pubblica gogna di medievale memoria: l’ignoranza. Meccanismo, l ‘ignoranza, che fa agire di pancia, che fa leva sulle emozioni più basse dell’animo umano (più che di animo dovremmo forse parlare di ‘animalità’) e che, in alcune fasi storiche particolarmente turbolente e delicate per via delle condizioni materiali di vita delle persone, viene utilizzato scientemente per attirare a sé la forza delle masse, al fine di dirigere i propri disegni di potere.
Alcuni esempi? Meglio non parlare della campagna pubblicitaria sul ‘Fertility Day’ (su cui avrei molto da dire…), o della vignetta di Charlie Hebdo, che mi garantirebbero un posto in prima fila in una moderna piazza Campo dei Fiori. L’esempio di cui voglio parlare è piuttosto quello della giovane e sfortunata Eleonora Bottaro, la ragazza padovana di 18 anni scomparsa pochi giorni fa per leucemia e su cui vi è stato un accanimento mediatico a dir poco ‘indecente’. Accanimento che, al di là di ogni elementare principio di rispetto del dolore altrui e di solidarietà umana, si è abbattutto sui poveri genitori della ragazza e che – a mio avviso – evidenzia in maniera eclatante il grado di decadimento civile, morale e culturale del nostro Paese. Una vicenda su cui l’opinione pubblica – almeno quella espressa dai social network – non sembra che si sia espressa o indignata oltremodo. Dove ci si sarebbe dovuti indignare davvero ciò non è purtroppo accaduto…
Il caso è noto: una famiglia (con il consenso della giovane protagonista) decide, anche sulla base di recenti simili esperienze nel proprio cerchio di amicizie, di non sottoporre la propria amata alle sofferenze provocate da un trattamento chemioterapico a seguito di una brutta leucemia. L’approccio a cui la famiglia pare si sia rivolta è alternativo a quello imposto dalla medicina tradizionale, un metodo (alcuni giornali hanno parlato di quello del Dr. Hamer) che parte anzitutto dalla consapevolezza che il tumore sia la conseguenza di un trauma psicologico che ha alterato alcuni processi cellulari. Al tempo della diagnosi la ragazza era minorenne e, di fatto, i genitori erano i soli a poter decidere (da un punto di vista legale) per lei. Quelle due anime, che avevano peraltro già perso un altro figlio solo tre anni fa, hanno dovuto lottare (insieme alla povera Eleonora) contro un sistema sociale che voleva imporgli il trattamento obbligatorio, che ha tentato di togliergli la patria potestà al fine di incidere su quelle scelte, che li ha pubblicamente definiti  ‘assassini’ dopo la morte della figlia amata, figlia alla quale hanno tentato – secondo una propria e dignitosa visione del mondo  – di alleviare ogni sofferenza, come da precisa volontà anche della ragazza. Ecco qualcosa su cui indignarsi! Indignamoci contro chi pretende di imporre un’unica – e per alcuni ‘nociva’ – visione del mondo, un unico metodo di intendere la medicina e la cura del proprio corpo, per chi vorrebbe imporre l’etica della genitorialità uniformandola a un unico volere collettivo (spesso invocandolo e urlandolo mediaticamente), indignamoci per chi crede che la scienza (quella ufficiale poi) sia l’unico incontrastato baluardo di verità e di affidabilità, per chi aderendo a un sistema sociale immutabile si erge a difesa dello status quo in maniera coercitiva; indignamoci contro quei mezzi di manipolazione delle coscienze e delle emozioni, il mainstream mediatico senza eccezione alcuna in questo caso, che pretende di decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia vero e cosa non lo sia, non semplicemente riportando un fatto o una notizia come dovrebbe essere in un paese civile, ma esprimendo giudizi di valore precisi, che sono vere e proprie sentenze, condanne sommarie a una pubblica ‘esecuzione’ in piazza.

Ecco un esempio di occasione persa per indignarsi davvero! Certo, continuate a lementarvi della politica, lamentatevi della pubblicità che offende i vostri sentimenti in tema di fertilità, o del senso dissacratorio di una vignetta quando mette a nudo le responsabilità reali di una tragedia come quella del terremoto. Però poi non lamentatevi quando qualcuno vi dirà, costringendovi, cosa potrete o cosa non potrete più fare della vostra vita.

di Dafni Ruscetta

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haiku del 10 agosto…

Sfuggono alle nuvole

anche i raggi sottili.

Una sola foglia.

(Natsume Soseki)

L’haiku (俳句)  è un componimento poetico nato in Giappone, composto da tre versi per complessive diciassette sillabe. L’haiku è caratterizzato dalla peculiare struttura in 3 versi, rispettivamente di 5, 7 e 5 sillabe. Per la sua immediatezza e apparente semplicità, l’haiku fu per secoli una forma di poesia “popolare” trasversalmente diffusa tra tutte le classi sociali in contrasto alla ben più elaborata poesia cinese o alle costruzioni retoriche dei tanka e solamente nel XVII secolo venne riconosciuto come una vera e propria forma d’arte grazie ad alcune opere di famosi scrittori tra cui Matsuo Bashō. L’haiku è una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo, che elimina fronzoli lessicali e retorica, traendo la sua forza dalle suggestioni della natura nelle diverse stagioni. La composizione richiede una grande sintesi di pensiero e d’immagine in quanto il soggetto dell’haiku è spesso una scena rapida ed intensa che descrive la natura e ne cristallizza dei particolari nell’attimo presente. L’estrema concisione dei versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, come una traccia che sta al lettore completare.

 

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Sull’ultimo libro di Pallante

Riporto il testo del mio intervento di presentazione dell’ultimo libro di Maurizio Pallante (‘Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell’uguaglianza.’), tenutasi alla MEM di Cagliari l’8 luglio scorso.

Destra e sinistra addio“Ciò che più mi ha colpito di questo libro di Maurizio sono alcuni piani di lettura che emergono in maniera soggettiva, nel senso che poi ognuno riesce a individuare qualcosa di personale nelle proprie letture.

Dal mio punto di vista, quello di un lettore attento alle questioni sociali e filosofiche, emergono tre diversi piani di lettura, che qui cerco di sintetizzare:

1) Quello più tradizionalmente ‘decrescista‘, qui formulato in un maniera molto chiara, in particolar modo quando dice che le attività produttive hanno come obiettivo di soddisfare i bisogni umani; quando parla di economie di sussistenza (in cui le persone possono anche essere povere, ma la povertà non è mai miseria); questo si ricollega al discorso dei redditi monetari: nelle economie in cui gli scambi non mercantili (quindi basate anche sul dono e sulla la reciprocità, per lo più nei piccoli contesti di paese) e l’autoproduzione sono presenti, le persone, anche se hanno redditi più bassi non sono necessariamente più povere di chi ha redditi monetari più alti. Mentre è vero il contrario in quei contesti urbani in cui si è quasi perso ogni legame di solidarietà tra le persone e in cui si è costretti ad acquistare tutto il necessario per vivere. Nelle nostre società di un tempo gli scambi erano fondati sul dono e sulla reciprocità, gli artigiani locali, ad esempio, scambiavano i loro prodotti con quelli della terra. I legami sociali delle comunità contadine rappresentavano – e rappresentano tutt’ora (seppur in misura sempre più sporadica ormai) un’importante norma non scritta. Questi retaggi sono ancora parte di sentimenti comuni in Sardegna. Ecco perché in contesti come quello sardo, se sapessimo valorizzare le potenzialità del nostro territorio, dando peso ad altri valori, nel giro di alcuni anni potremmo trarre enorme beneficio da un simile approccio e diventare precursori di un nuovo paradigma culturale.

2) Poi c’è un secondo piano di lettura, che è quello più politico-sociale-ecologista, riguarda la pulsione all’eguaglianza come nuovo paradigma culturale e si ricollega all’Enciclica ‘Laudato Sii’ di Papa Francesco. Tema che diventa politico, di concreta attuazione pratica, quando poi si elenca tutta una serie di misure o di esempi in cui si traduce questo nuovo paradigma culturale. Tema che qui non approfondisco, essendo più di natura teologica.

3) Il terzo piano di lettura che ho individuato e che mi sta più a cuore è quello spirituale. E Maurizio Pallante non è nuovo a questo tipo di riflessioni, anzi già nel precedente libro ‘Monasteri del Terzo Millennio’, che personalmente ritengo quello più intimo di tutta la serie, aveva approfondito questo argomento. La spiritualità come elemento costitutivo della natura umana e la sua cancellazione dall’immaginario collettivo ha dato luogo a una vera mutazione antropologica, come la definiva Pasolini. A pag. 198 del libro viene riportata una bellissima definzione di ciò che l’autore intende per spiritualità.

Il declino della spiritualità in Occidente è andato a favore di una dimensione più materialistica, che trae origine dalla fede nella scienza e che ha portato a privilegiare l’aspetto della razionalità. Pensate che ai giorni nostri la scienza e la tecnica suscitano un atteggiamento fideistico più forte di quello che una volta suscitava la religione. La mancanza di spiritualità rappresenta oggi una vera e propria mutilazione dell’essere umano, che causa profonde sofferenze interiori e una perdita di senso della vita. Le conseguenze più evidenti sono l’appiattimento delle relazioni umane, del rapporto col territorio, la violenza verso se stessi (pensate alle varie forme di dipendenza da droga, alcool, sesso, psicofarmaci etc) e violenza verso gli altri: indifferenza nei confronti delle sofferenze altrui, aumento dei crimini, insicurezza sociale. E queste violenze, esasperate dall’attuale crisi economica, stanno per sfociare in una crisi sociale difficilmente controllabile, che si fa finta di non vedere ma che in tutta Europa (e non solo) mostra già i primi segnali.

Tutto questo si traduce con la necessità, addirittura l’urgenza, di recuperare (o reinventarsi) un ‘ordine simbolico‘ per le nostre società, dei simboli ‘sacri’ che uniscano l’immaginario collettivo. Come afferma il nostro amico Massimo Angelini, il simbolo è ciò che tiene insieme, che unisce…e può essere trasmesso soprattutto tramite l’arte nell’immaginario collettivo appunto. Ecco perché l’arte dovrebbe svincolarsi dalla mercificazione e tornare ad essere un’espressione dell’animo umano.

 Ecco che dal libro emergono, in definitiva, due dimensioni per il cambiamento (peraltro ormai già in atto):

una dimensione individuale, spirituale e simbolica, partendo da nuovi stili di vita più sobri;

– una dimensione più collettiva, da cui l’importanza del ruolo della politica, con scelte concrete verso il cambiamento: un nuovo ordine sociale introdotto da scelte politiche precise, ad esempio dalla riduzione dell’orario di lavoro per tutti, consentendo così più tempo libero e per le relazioni e, al contempo, la possibilità di dare lavoro a tutti.

Senza dimenticare che il passato non è da aborrire, come sosteneva Pasolini: “Non c’è progresso senza profondi recuperi nel passato, senza mortali nostalgie per le condizioni di vita anteriori”.”

di Dafni Ruscetta

L’immagine riproduce la copertina del libro, edito da Lindau Torino.

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Grazie!

IoI quasi 150 voti ottenuti nelle varie sezioni a Cagliari, sebbene non siano sufficienti a farmi entrare in Consiglio comunale, sono un bel risultato e, soprattutto, un’attestazione di stima e affetto da parte di molte persone, donne e uomini, che forse hanno compreso la visione e il progetto che porto avanti da anni. Questo mi darà linfa per continuare a impegnarmi in senso civico, perché è la mia storia personale che lo impone.
Continuerò il mio impegno politico al di fuori delle istituzioni, come ho fatto sinora, tornerò a occuparmi di decrescita come stile di vita quotidiano e come filosofia, perché è a partire dal concetto di sobrietà che si cambia il mondo…ed anche questa è politica! Tuttavia sarò pronto a dare sostegno ai nostri consiglieri e portavoce all’interno delle istituzioni, quando ne avranno bisogno.
Per il momento mi prendo un breve periodo di riposo, per mesi mi sono occupato della comunicazione della mia cara amica Antonietta Martinez, candidata sindaco per Cagliari, senza mai fermarmi e sono davvero stremato. Torno a prendermi un po’ cura della mia campagna, della terra, la passione della mia vita, perché mi dà quella semplicità e quel senso di realtà, di sobrietà, di Vero, di cui adesso sento proprio il bisogno. A riveder le stelle!

Dafni Ruscetta

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Il Bene Comune siamo noi

bene comune

 

 

 

 

di Dafni Ruscetta.

In una situazione di crisi di valori e di legittimità morale di tutto il sistema politico, andare alla radice del problema culturale – non soffermandosi sul solo dato istituzionale – è di fondamentale importanza.

La tendenza di questi tempi è quasi sempre quella di concepire il bene comune in termini di gestione della cosa pubblica da parte di amministratori locali o nazionali, da parte del governo, delle regioni, delle province, dei comuni o, perché no, anche da parte di un semplice condominio. L’argomento del bene comune, invece, visto da una prospettiva più ampia, non può prescindere dagli aspetti culturali di tutta una società, dai valori e dalle abitudini quotidiane dei suoi membri appunto. Il cambiamento, questo è il punto decisivo della questione, non avverrà a partire dalla politica, ma dalla società civile, che è composta da singoli individui.

Se non comprendiamo questo continueremo, negli anni, ad assistere al cambiamento di facciata, che somiglia più ad una moda che a una nuova vera presa di coscienza. Per prima cosa, infatti, il bene comune ha bisogno di essere compreso nella sua accezione più ampia, per poi essere sperimentato, conosciuto non con i soli strumenti intellettuali. Una nuova dimensione culturale del bene comune deve essere vissuta quotidianamente, perché non è più sufficiente raccontare e ‘raccontarsi’ cosa esso rappresenti a parole, non basta sapere – o credere di sapere, talvolta anche con un po’ di presunzione – cosa sia il bene comune.

Una volta che un concetto, un valore morale comune è condiviso dai singoli individui e poi dalla società, occorre poi essere in grado di applicare tali regole, è necessario farle proprie, incorporarle nelle abitudini quotidiane. E’ un processo ‘educativo’ al buon senso comune che richiede tempo, risorse, buona volontà e, soprattutto, molta umiltà.

Faccio degli esempi concreti per meglio comprendere la necessità di una trasformazione più profonda del tessuto socio-culturale. Questo è il Paese dei ‘furbi’ in cui, se ti trovi al supermercato e stai facendo la fila alla cassa per pagare, quando apre una nuova postazione ti aspetti che chi ti sta davanti si sposti verso la cassa che apre; invece è assai verosimile assistere al processo inverso, di chi, dietro di te, si precipita – o si azzuffa – per passare dall’altra parte al fine di evitare la coda e aspettare il proprio turno in maniera civile.

Questo è anche il Paese in cui, se stai cercando un parcheggio in centro da un’ora e improvvisamente lo trovi dopo tante ricerche e stress, metti la freccia, innesti la retromarcia e qualcuno, che nel frattempo è arrivato da dietro, te lo ha già occupato, senza intenzione alcuna di rinunciare a quel parcheggio, a meno di contendertelo a schiaffi e insulti. Esempi di questo tipo ce ne sarebbero molti altri, dimostrazioni di quella che sembra piuttosto la cultura del ‘non bene comune’, ahimè molto diffusa in Italia e non solo in politica, come gli esempi appena citati evidenziano.

Quello che è rilevante è che soprattutto i giovani – ma ciò vale anche per i meno giovani – abbiano una reale e pratica consapevolezza delle dinamiche con cui si realizza il bene comune nella vita di tutti i giorni, delle piccole azioni quotidiane che rendono il vivere insieme una delle azioni più importanti all’interno di una comunità. Queste dinamiche, come ricordavo poc’anzi, occorre abituarsi a metterle in pratica con umiltà, con l’approccio di chi vuole incorporare una sana abitudine e, per farlo, si esercita ogni giorno per familiarizzare con quella pratica. Se questo atteggiamento non fosse compreso, nutrirei ben poche speranze che i giovani possano un giorno fare meglio dei loro predecessori in politica.

Pochi anni fa sono stato testimone di una delle più belle esperienze di bene comune mai messe in atto in nessuna altra parte del mondo nella nostra epoca storica: ho vissuto per una anno in Danimarca, a Copenhagen. Qui il concetto di ‘cohesive power’ – la condivisione di valori comuni molto forti, da non confondersi con il termine ‘identità nazionale’ – è diventato uno dei cavalli di battaglia dei vari governi nazionali – socialdemocratici o conservatori, di destra o di sinistra. Alcuni sondaggi internazionali degli ultimi anni hanno riscontrato, infatti, che i danesi sono tra le popolazioni al mondo con il maggior senso di fiducia reciproca interna; questo sentimento condiviso facilita un clima di maggiore distensione, grazie al quale le persone si sentono tranquille, al sicuro e, di conseguenza, possono cooperare liberamente per il bene comune.
Il bene comune siamo noi, il nostro modo di agire e reagire nei confronti delle altre persone, la nostra visione del mondo, il senso di rispetto e di solidarietà verso i più deboli, la voglia di ascoltare le voci di tutti – che non vuol dire necessariamente accettare tutti i consigli – e di porsi in confronto con il resto del mondo (destra, sinistra, neri, bianchi, ricchi, meno ricchi etc.), il rispetto e la valorizzazione del patrimonio ambientale con il quale viviamo e con cui vorremmo che convivessero anche le generazioni future, che sono i nostri figli.

Proviamo, dunque, a pensare al bene comune come a qualcosa che non appartiene solo alla politica ma alla società intera – di cui la politica è, in fondo, conseguenza – il bene comune è, prima di tutto, la cultura del rispetto reciproco, della condivisione, una nuova attitudine mentale che tutti dovremmo imparare, non solo come puro esercizio intellettuale, bensì come pratica quotidiana.

di Dafni Ruscetta.

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Il vero problema siamo noi

di Dafni Ruscetta

ConanQuanto è accaduto – e per certi versi probabilmente ancora accade – a Roma per l’inchiesta ‘Mafia Capitale’ è allarmante.
Non tanto perché mette in luce i segni di una politica ‘sporca’, corrotta e sempre più autoreferenziale. E nemmeno perché questo può essere un indice dello squallore che ancora non è stato portato alla luce ma che sicuramente giace nel fondo del barile. E’ invece tanto più inquietante perché rivela – semmai ci fosse ancora bisogno di dimostrarlo – lo sfascio, l’imbarbarimento e la decadenza culturale in cui questa nostra stanca comunità (intesa in termini antropologici) sta sprofondando giorno dopo giorno.

E mi preoccupa soprattutto, più che il malcostume della politica a cui ci siamo abituati da oltre un decennio (anche grazie alle numerose denunce di programmi come ‘Report’ ad esempio), il clima da ‘rivoluzione francese’ che si sta creando nel nostro Paese. Premetto che non ho mai provato grande simpatia per il ‘giacobinismo’ rivoluzionario di stampo qualunquista. Parliamoci chiaro, sgombrando il campo da qualsiasi accusa di giustificazione di un sistema istituzionale ‘marcio’ alle radici, non è mia intenzione indurre a minimizzare le responsabilità enormi della politica italiana. A tal riguardo bastano le decine di articoli che ho scritto da alcuni anni a questa parte (peraltro pubblicati su questo blog) sul malcostume e i vizi di un’intera classe dirigente. Ma la cosa che in questo momento più mi irrita non è tanto la classe politica,  quanto l’ipocrisia delle persone, della società civile, che fatica a ragionare. Come se la politica non rappresentasse i cittadini, come se quei rappresentanti non fossero il prodotto e il riflesso – in quanto appartenenti a quella società – della società stessa. Noi non siamo migliori di ‘loro’, noi siamo loro. Come se il sistema di corruzione, di amoralità pubblica, di commistione stato-criminalità (il termine ‘mafia’ non mi piace, essendo ormai abusato), di ‘etica del disgusto’ insomma, facessero parte di una sola categoria sociale, di un solo ambito professionale.  Chi, come il sottoscritto, da anni denuncia l’insopportabilità di un sistema non può non indignarsi nel constatare che quelle stesse persone – oramai la maggioranza – che ora incitano al clima da ‘forca’ siano anch’esse responsabili del malfunzionamento di quel sistema.
E guarda caso, mai nessuno che cerchi di guidare il proprio popolo, i propri ‘vicini di casa’, verso responsabilità comuni più grandi, verso il superamento condiviso di quelle difficoltà, verso una presa di coscienza ‘sana’ e globale del problema da affrontare. Una tale logica giungerebbe, verosimilmente, a soluzioni più rapide e incisive rispetto alla lotta contro un comune nemico immaginario (la classe politica, gli indigenti, gli immigrati etc.). Il progresso dell’umanità starebbe proprio in simili dinamiche, altro che il raggiungimento di nuovi pianeti nell’universo, altro che nuove tecnologie o scoperte scientifiche. Ciò che serve davvero per una qualità della vita migliore è una sorta di maturità collettiva, un nuovo umanesimo, qualcosa che parta da un paradigma culturale diverso, da una consapevolezza che a cambiare – e cambiare si può, sebbene con sacrificio – dobbiamo essere tutti, non solo la classe politica che rappresenta le istituzioni. Se la macchina ha dei gravi difetti strutturali, cambiando solo il pilota non si arriva al traguardo, occorre prima risolvere i problemi meccanici. Dare la colpa ad altri è facile, ma non risolutivo, soprattutto nel lungo periodo. E non basta nemmeno solo urlare al ‘cambiamento culturale’ per ricevere consenso (specie se di natura elettorale), occorre orientare le proprie azioni verso pratiche e abitudini di vita diverse. Il cambiamento culturale, in effetti, è qualcosa che non si preoccupa del consenso elettorale, ma che mira solo ai percorsi che conducono a quel cambiamento.

Da un punto di vista pratico quel cambiamento si realizza con le singole e personali azioni quotidiane. Ce lo insegnano tanti individui, uomini e donne, che hanno fato scelte di vita diverse, che hanno consapevolmente indirizzato la propria esistenza verso situazioni forse meno ‘comode’ e meno evidenti, ma certamente più incoraggianti in termini di salvaguardia della vita futura su questo pianeta. Ed esistono già anche paradigmi e ‘filosofie’ – perché il pensiero umano, specie quello occidentale, è spesso precursore dell’azione e delle scelte individuali e delle masse – in questo senso. Tra queste, quella che mi sembra più convincente al momento è la ‘decrescita felice’, l’unica che aspira a un rovesciamento totale di prospettiva nel lungo periodo, soprattutto nella sua componente culturale e sociale. E lo fa incitando non tanto alla rivolta sociale (sebbene di ‘rivoluzione’ si tratti), ma esortando tutti i cittadini ad adattarsi a stili di vita più sobri e umani, riscoprendo abitudini, savoir faire, e comportamenti di una volta, improntati a un rapporto con l’ambiente, a ritmi e a relazioni umane più semplici e naturali. Non è nemmeno questa la sede per respingere i luoghi comuni e la critica secondo cui, in questo modo, si vorrebbe riportare l’umanità a condizioni di sottosviluppo, a sistemi di lavoro antiquati e retrogradi. La teoria della decrescita non è nulla di tutto ciò, questa è solo la visione ‘infantile’ e sbrigativa da parte dei suoi detrattori per limitarne la diffusione a scopi per lo più ‘politici’.
E non è nemmeno un caso se un grande personaggio del nostro tempo – penso a Papa Francesco – incoraggi costantemente al rispetto e alla riscoperta proprio di quei valori nella nostra società, nel nostro essere individui prima ancora che collettività.  E’ questo ciò di cui abbiamo bisogno, dei nuovi punti di riferimento, di nuovi grandi esempi, di un nuovo paradigma, appunto, attorno a cui far ruotare le singole scelte quotidiane.

di Dafni Ruscetta

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